VALENTINA  NORDIO

 

Valentina collabora da tempo con argentoeno.it con diverse recensioni filmiche. Si è laureata con Dario (suo docente di Geografia) alla Libera Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione, in Bressanone (Bolzano), il 13 luglio scorso. La sua tesi raccontava della sua esperienza ad Ol Moran, uno sperduto villaggio a nord di Nairobi, che è impossibile trovare nelle carte (anche su Google Maps). A Ol Moran è tornata; queste note ci arrivano da Nairobi; ci annuncia la partenza per il villaggio; ci manderà (connessioni Internet permettendo) il suo diario di lavoro con tutto il possibile corredo do immagini.

 

22 agosto 2011

Ora che l'esperienza è conclusa, con tutto l'arricchimento spirituale e tutta la fatica esistenziale che tali momenti comportano, Valentina chiude la serie delle sue mail con alcune riflessioni che non possono non impressionare chiunque abbia a cuore il nostro essere umani. Credo che la lettura delle mail di viaggio e soprattutto una attenta elaborazione delle sue conclusioni siano davvero consigliabili anche a chi, come me, ritiene di aver vissuto abbastanza a lungo da avere visto di tutto.
La sincerità e la passione che Valentina esprime con una prosa limpida e serena, nonostante l'affollarsi dei sentimenti, sono ammirevoli e commoventi; come sono importanti e affascinanti i contributi visivi delle sue foto, riunite in una galleria e sparpagliate lungo il testo, testimonianza impressionante di una realtà che sembra sempre superare l'immaginazione.

Posso in coscienza certificare che un vecchio come me ha tanto da imparare da una giovane come Valentina.

Beppe


 

 
vedi la galleria di tutte le immagini


 

 

Nairbobi, Sabato 23 luglio 2011

Habari Italia,

abbiamo grosse difficoltà ad accedere alla connessione Internet e quindi, probabilmente, questa sarà una delle poche mail che riusciremo a scrivervi.

Siamo arrivati all’aeroporto di Nairobi nella prima mattinata di venerdì scorso, ad attenderci Clari e Lyta che, grazie alla loro loquacità, hanno condensato in un racconto di venti minuti gli ultimi tre mesi di vita. Uniche.

Io invece avevo tante cose da esternare ma il concatenamento tra linguaggio e pensiero era, come sempre accade nella fase di ingranaggio in Kenya, decelerato, circoscritto da un positivo spaesamento capace a toccare ora gli apici dalla confusione, ora la felicità nel rivederle.

Che strano effetto, poi, il giorno seguente, camminare lungo la caotica Ngong road come se fosse cosa ordinaria. Quando la percorro, ad ogni passo colgo un motivo per cui meravigliarmi: matatu colmi di persone stipate; automobilisti impazienti attaccati al clacson; impavidi pedoni decisi ad attraversare la carreggiata dominata dal traffico anarchico; musica che proviene da chissà quale fonte; donne agghindate in vestiti dai colori sgargianti e con parrucche kitsch impregnate di lacca; gente che prega o che dorme sul ciglio del marciapiede; venditori ambulanti di piante da giardino trasportate su un vecchio carretto; ciabattini intenti a lucidare scarpe nella loro bottega improvvisata con plaid e sgabello, ma anche bambini barcollanti con gli occhi allucinati dagli effetti della colla che sembrano avvisare che il valico con Kibera è lì ad un passo. L’istinto sprona a fermarsi, ci si volta alla ricerca di qualcuno che possa aver colto la stessa immagine che non dovrebbe lasciare indenne la sensibilità di nessuno, ma è tutto inutile, in quella quotidiana ed illogica Babilonia la pedina fuori posto è facilmente riconoscibile.

Fuori dal ricco supermercato, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, ci si imbatte in un ragazzino che impersona il monito a ricordare dove ci si trova effettivamente e che implora un po’ di cibo o qualche moneta. Il ragazzino puntualmente viene cacciato dal guardiano in uniforme che, mentre lo rimprovera alzando il bastone, sorride, china la schiena in segno di riverenza e propone gentilmente di entrare nel negozio. Lui rappresenta così il fittizio e l’apparente. Il benvenuto che Nairobi dà a chi la visita è scaltramente fuorviante, come se volesse sfidare proprio quel qualcuno a trovare risposte razionali allo sconvolgente parapiglia che offre.


 

 

 

 

Ol Moran, Domenica, 24 luglio 2011

 

Kibera è sempre impattante, non ci si può abituare ad essa e quando si attraversano le sue viuzze infangate, sporche e formate da più strati di rifiuti, carcasse di animali, stracci e rivoli di fogna cala il silenzio e lo sguardo si fa basso. Ci si sente spaesati e gli atteggiamenti si fanno goffi, al massimo si pronuncia un impacciato: “ Hai visto anche tu?” alla persona a fianco, quasi a voler sincerarsi che ciò che si sta vivendo non è frutto dell’immaginazione ma pura realtà. Odori forti e acri a tal punto da togliere il respiro per alcuni istanti, odori di fogna, di pesce essiccato al sole e ricoperto di mosche, di bistecche di capra sanguinanti appese ad un gancio di ferro e in vendita a 100 scellini al Kg, fetori nauseabondi di discarica uniti al profumo di patate che friggono in padella. Rumore, rumore ovunque: sette che pregano; uomini che invitano le persone ad entrare nei loro negozietti in lamiera ondulata; bambini che corrono e giocano seminudi; una donna che impreca; un’altra che piange; un uomo colto da malore accovacciato tra la spazzatura e un cerchio di curiosi che osserva e tenta di intervenire; due gruppi di giovani che si picchiano; galline che svolazzano e scappano dalle mani audaci di un temerario piccoletto di tre anni che sembra non aver paura di niente.

Nello slum, la visita nelle case dei malati è per me motivo di grande disagio, mi sembra di violare la loro dignità, occupando lo spazio angusto e cieco delle loro baracche senza offrire il beneficio di un supporto, di un qualsiasi intervento benefico, ma solo con la presenza fisica che non porta a niente. Clari non capisce la mia sensazione di disagio, vorrebbe portarci ovunque e ci chiede di spendere qualche parola per dar loro coraggio. Mi sento una stupida ed ogni discorso è inutile e superficiale: “Mi dispiace, vedrai che domani andrà meglio”?, oppure “Sii forte”?... No, questi sono banali eufemismi e non possono essere utilizzati a Kibera perché là non hanno alcun senso: è difficile pensare persino ad un futuro prossimo per gli infermi che ho conosciuto, costretti a vivere tra quattro lamiere tenute insieme da assi di legno consumato e putrido senza acqua, servizi igienici né corrente elettrica.

 

 

 

 

 

Nairobi, Lunedì, 25 luglio

 

I giorni a Nairobi sono così passati veloci e il sentore della carestia, di cui parlano i nostri notiziari, qui l’ho percepito solo parzialmente: le classi medie e i ricchi arroccati nel cuore cittadino ignorano il fatto e perseverano a condurre uno stile di vita dallo standard elevato, mentre purtroppo l’aumento esponenziale del prezzo del mais, dei fagioli e di tutti quegli alimenti basilari di una dieta semplice, provocato dalla penuria di derrate alimentari, ha avuto forte ripercussioni nei quartieri degradati. Succede così che con la crisi si fa più pesante la guerra tra i poveri: aumentano i furti, i rioni diventano insicuri, chiunque è alla continua ricerca di cibo e la polizia, rappresentata perlopiù da un misto di inettitudine e corruzione, non è in grado di fronteggiare la situazione giunta ormai al culmine, ovvero ad una condizione cronica. E così quelle zone diventano terre senza alcun controllo e abbandonate dal Governo che ignora le condizioni inaccettabili di chi ci vive… probabilmente le Autorità al potere considerano Kibera, Korogocho e le altre baraccopoli come parti avulse della città, il cancro urbano che non merita di essere considerato. Credo che manchi la volontà di un cambiamento, non perché le dimensioni dell’impresa appaiono scoraggianti, ma piuttosto perché la storia di interessi e brogli ha ramificazioni infinite.

 

 

 

Ol Moran, Martedì 26 luglio 2011

 

L’ora di partenza da Ngong Road, le 8.30 del mattino, era risaputa già da alcuni giorni, ciò che non sapevamo era il quando avremmo raggiunto Ol Moran. I miei viaggi in Kenya mi hanno infatti insegnato che la durata degli spostamenti, o di qualsiasi attività legata alla scansione temporale, non può essere stabilità a priori perché legata a fattori contingenti e imprevedibili. In questo caso abbiamo aspettato fino a quando i 14 posti disponibili del nostro matatu sono stati occupati, quindi, dopo due ore, siamo partiti sfidando il traffico, che durante la mattina, costringe l’area della stazione ad un blocco forzato. Durante l’attesa, tantissimi venditori ambulanti proponevano l’acquisto degli oggetti più disparati: quotidiani; riviste, ricariche telefoniche; libri; vestiti; ma anche salsicce, uova sode, sarde fritte, chai e tè tenuti al caldo in grandi termos di plastica. All’orizzonte una nube grigia e densa contornava la città: un asfissiante abbraccio di smog che ho confuso con le nuvole che precedono un temporale. In genere a Nairobi, quando ci si sveglia, quella stessa nube non dà la possibilità di capire com’è il tempo ed è solo nella tarda mattinata che si attenua, fino a scomparire, lasciando il posto ad un meraviglioso cielo color cobalto.

I villaggi della periferia sono formati perlopiù da piccole abitazioni in muratura e il tetto in lamiera, mentre, spostandosi verso l’entroterra, si può notare come il paesaggio si presenti maggiormente rurale, vestendo i piccoli borghi, delimitati da appezzamenti di terra colorata a verde del mais, di un abito agreste e campagnolo.

Foresta, savana, pianura e ancora foresta fino ad arrivare alla Rift valley, uno spettacolo di terra distesa su un tappeto incavato rispetto al resto. Scimmie e zebre che attraversano la strada e sembrano abituate alla presenza dell’uomo. Da lì Nyahururu dista solo un’ora abbondante e da lì si realizza che in poco tempo si arriverà ad Ol Moran, uno spazio vasto e desolato che sembra continuare all’infinito ma che io trovo estremamente affascinante. Così l’avevo lasciato l’anno scorso: arido, brullo, dipinto del rosso magenta del terreno e rivestito di sterpaglia gialla e arbusti dagli steli taglienti e muniti di spine simili a quelle del cactus. Ora quel quadro è stato arricchito dal verde delle piante che affiorano ardite sopra ai roveti, e a completare l’opera naturale c’è anche la presenza delle chiazze viola dei fiori che, lungo la strada sterrata, si espandono lungo i recinti di qualche capanna.

A quanto pare la siccità che ha costretto alla terapia intensiva la zona settentrionale del Paese e gran parte del Sudan, ha risparmiato l’area di Laikipia che, ricordiamolo, sta ancora pagando le conseguenze di una terribile metamorfosi che ha trasformato in zona semidesertica un’immensa superficie di savana.

Pochi chilometri al villaggio: a lato della strada, due enormi elefanti poltriscono tra le acacie, mimetizzati grazie al loro color marrone che li fa sembrare due grandi massi di sabbia. L’autista del matatu accosta e tutti i presenti li guardano stupiti. Che i pachidermi facciano parte integrante della fauna del posto si sa, ma la loro presenza tanto ravvicinata fa un certo effetto anche per i locali.

Cala la sera, l’uomo che siede vicino a noi dice che siamo stati fortunati: il giorno precedente, la pioggia fitta aveva completamente cancellato la strada, trasformandola in una debole traccia impregnata di fango a tal punto da arenare nei solchi di melma qualsiasi mezzo.

L’arrivo ad Ol Moran è sempre emozionante: senza elettricità il buio regna sovrano e le stelle, senza l’interferenza della luce artificiale, sono così tante e luccicanti, che ho la sensazione di trovarmi all’interno di una di quelle bocce trasparenti la cui cupola racchiude al suo interno proprio il mondo che illumina.

E’ ora di cena, so già che vedrò la maggior parte dei bambini giovedì, quando scuole e Special Units chiuderanno per il mese di riposo e loro faranno ritorno al villaggio. Per adesso so che Nancy e gli altri, dopo il loro primo anno da alunni, parlano un very fluently English.

Ed è da qui che inizia il ritorno ad Ol Moran.

 

 

 

Ol Moran, Mercoledì 27 luglio 2011

 

Una casa circondata da erbe e fiori con proprietà medicamentose, un ovile, un piccolo orto, ma, soprattutto, il nuovo centro che, a partire da settembre, ospiterà i bambini del progetto: un edificio grande, in muratura, munito di cucina, ripostiglio, sala da pranzo e due stanze per il pernottamento. Non mancano i gabinetti a mò di turche e due scomparti adibiti a box doccia. Gli sviluppi all’interno del territorio parrocchiale sono evidenti, spiccano subito all’occhio e ciò che sorprende è il coinvolgimento della popolazione nella conduzione delle varie attività. La costruzione della struttura è stata progettata da un ingegnere keniano, mentre l’appalto è andato ad una ditta che ha reclutato tutti operai residenti ad Ol Moran.

E così, mentre gli uomini del luogo si occupano del completamento della casa, le donne lavorano la shamba, curano l’orto, preparano il cibo per i bambini e tagliano la legna.

All’unisono, come se si fossero messi d’accordo, gli operai salutano e augurano una buona giornata. La mattina trascorre in fretta, recuperando il materiale utile per rendicontare il progetto e giocando con i più piccoli del programma: sono 3,4, 9,10; si nascondevano avvolti nei kanga dei fratelli più grandi o delle mamme per ripararsi dal freddo mattutino ed ora escono allo scoperto, chi gattonando, chi azzardando i primi passi.

Una ragazzina, più degli altri, mi colpisce per i suoi modi protettivi di prendersi cura della sorellina: è scalza, con una gonna sciupata e una vecchia maglietta. Il suo maglione avvolge la neonata che porta sulla schiena e che mi osserva con diffidenza da una fessura del telo. Provo a chiederle come si chiama, mi risponde in kiswahili scuotendo la testa, segno evidente che non è mai andata a scuola, o forse sì, in passato, ma è trascorso troppo tempo per ricordare qualche parola in inglese. Forse appartiene a quella schiera di sfortunati bambini costretti ad abbandonare la scuola per evidenti ragioni di sopravvivenza, spinti dalle famiglie a fare i pastori migranti. Forse anche lei ha alle spalle una storia triste perché è vero che morire di fame e di sete è cosa grave, ma anche l’essere privati di un sapere base è una condizione inaccettabile. Irrazionale se si pensa che da noi si disquisisce, riunione dopo riunione, sul grande enigma che affligge l’insegnamento della lingua straniera alle elementari: meglio la lezione canonica o il veicolare??? Qui basterebbe solo la lezione, senza l’opzione della scelta. E invece.

Nel tardo pomeriggio arriva la pioggia, facendo voltare pagina al cielo in maniera repentina e impercettibile e cancellando il sole che fino a poco tempo prima dominava la scena. Il temporale blocca il matatu che trasporta i 5 bambini delle Special Unit di Nyahururu, occorre fare presto e recuperarli con la jeep: sta calando la sera e loro sono fermi nei pressi del villaggio a 15 km da qui.

Arrivano ad ora di cena, in fila indiana e silenziosi, sono cinque e tre di loro, che ancora non conosco di persona, hanno grosse difficoltà a deambulare e trascinano le gambe grazie all’aiuto di stampelle in legno fissate alle giunture con dei grossi chiodi.

Per ultimi avanzano un po’ spaesati Kevin, così forte da non cedere alla meningite, e Aita, che parla con occhi e gesti. Per me è un momento indescrivibile.

 

 

Ol Moran, Giovedì 28 luglio 2011

 

Socializzare con Evelin è semplice: dopo il momento iniziale di comprensibile timidezza ed imbarazzo, mi racconta di lei e della sua esistenza semplice tra casa e scuola. Ha quindici anni, è arrivata ieri insieme agli altri quattro ragazzini e adesso aspetta la sorella: la verrà a prendere in bicicletta per portarla a casa, che dista qualche chilometro da qui.

Con sé ha portato la borsa in iuta per i quaderni e nient’altro, perché insieme all’uniforme che indossa e le stampelle che le permettono di camminare è tutto quello che ha. E’ intelligente, parla perfettamente due lingue ed ha ottenuto i risultati più alti della classe in tutte le materie. Ha tanti progetti per il futuro: vorrebbe diventare dottoressa o assistente sociale, dice, perché le piace prendersi cura degli altri. La sua scuola è, per l’appunto, denominata Special, Speciale, perché gli alunni che la frequentano sono diversi in qualcosa. In Italia sta prendendo piede l’utilizzo di un termine a valenza positiva per indicare le persone con qualche forma di difficoltà, si parla di diversamente abili, quasi a voler esaltare il fatto che, la menomazione che affligge specifici ambiti del corpo umano, non va ad intaccarne altri. La persona si distingue così per la sua abilità diversa, non canonica ed ammirevole che coesiste ed è forte accanto ad un problema che c’è ed è riconosciuto. Gli specialisti del settore affermano che la strada da percorrere affinché il significato veicolato dal termine possa realmente essere condiviso da tutti è lunga: troppi sono i pregiudizi, i luoghi comuni e i preconcetti. Questo succede in Italia, figuriamoci in Kenya dove la persona in difficoltà è ancora vista come il frutto di una punizione ultraterrena. E così quel “Speciale” fa riferimento ad una scuola specifica per i diversamente abili che non dispone però di apposite apparecchiature o strumenti, ma si presenta, detta brutalmente, come un ghetto dove i vari problemi non sono considerati nella loro specificità ma riconosciuti tutti alla stessa stregua: handicap.

È chiaro che in Kenya non c’è giustizia. La storia di Evelin fa parte di un libro infinito che ad ogni pagina racconta di un caso a se stante. Il mese scorso è morta una mamma insieme al suo bambino, non ancora nato. Aveva le doglie e all’accettazione dell’ospedale si sono rifiutati di ricoverarla: non aveva soldi a sufficienza per pagare la degenza. Lo stesso trattamento è stato riservato ad un bambino malnutrito e inutili sono state le suppliche dei familiari. Fatti inaccettabili come questi fanno capire che qui, ancora oggi, la maggioranza delle persone non ha accesso nemmeno ai servizi essenziali. Questa ingiustizia si coglie innanzitutto nei bambini, ma occorre tener presente che a monte della loro situazione c’è una famiglia cha ha bisogno di un appoggio e che merita attenzione. Ci sono innanzitutto le mamme, talmente surclassate nel loro essere donna, che per alcune tribù, quale per esempio i pokot, occupano il posto più basso della scala sociale: prima viene l’uomo, quindi il bestiame, poi i figli ed infine le mogli, che possono essere “prestate” a fratelli, cugini o amici (la coppia monogama è in realtà solo una parvenza). La settimana scorsa si è presentata in dispensario una ragazza, aveva la gola gonfia e non riusciva a parlare. Così le è stato prescritto un antibiotico che le avrebbe però impedito di allattare per un certo periodo. Quando il marito l’ha saputo, l’ha portata via a forza perché non aveva alcuna intenzione di comprare il latte in polvere per il figlio. La donna è morta tre giorni dopo. Questo è il quadro del degrado sociale che, come sempre, colpisce i più deboli.

 

 

 

Ol Moran, Venerdì 29 luglio 2011

 

Oggi è stata giornata di festa: i bambini sono tornati a casa con un giorno di ritardo ed è stato meraviglioso riabbracciarli. Ero in cucina quando in cinque hanno spalancato la porta e mi sono saltati addosso, prime fra tutti Virginia e poi Nancy. “Mi sei mancata” ha detto con la sua vocina dolce in un perfetto inglese. Non c’è stato niente da fare, anche questa volta mi sono sciolta. “Guarda i miei voti” gridava Hassan, vantandosi della sua pagella. La fierezza che gli illuminava il viso faceva intuire facilmente la sua felicità. L’ho trovato bene: nonostante l’aids e la crisi di quest’inverno a causa della tubercolosi, aveva un aspetto sereno, e poi era splendido nella sua uniforme scolastica. Tra il resto la micosi che aveva in testa è scomparsa e i capelli hanno coperto completamente il capo. Kuya, con il suo tono baritonale inconfondibile, ha chiesto dov’è Chiara e perché non è qui con noi, mentre Peter ha continuato a chiamarmi Julia e a baciarmi. Vai a spiegargli che mia sorella appartiene ad un’altra generazione rispetto alla mia…ho preferito “incassare e metter via”, mica capita tutti i giorni di avere nove anni in meno!

E’ stato un pomeriggio che resterà nell’arsenale dei ricordi, difficile raccontare a parole il tutto, ma il video in cui i bambini corrono incontro a Tommy, colto di sorpresa, e lui che ne prende in braccio due, tre chiamandoli per nome mi può essere di grande aiuto.

Alcune mamme che lavoravano la shamba mi hanno chiesto se avevo già visitato l’interno del nuovo centro e nei loro occhi era semplice leggere un grande orgoglio. Possiamo infatti considerare la struttura come un perfetto esempio di harambee, emblema dell’impulso indipendentista trasmesso dal primo presidente del Paese, Jomo Kenyatta. Fondamentalmente esso si concretizza nella volontà di raggiungere una meta condivisa mediante il contributo collettivo della comunità. Così è stato anche qui: di fatto bisogna riconoscere che, oltre alla partecipazione di “Lucicate” a livello finanziario, ogni famiglia del luogo, secondo le proprie disponibilità economiche e di tempo, è stata coinvolta nella realizzazione della struttura. Questo è il segno concreto che la partecipazione è effettiva e sentita dalla maggior parte delle persone.

E’ già notte e un altro giorno è trascorso nella terra capace a far apprezzare perfino l’effetto rilassante di una notte di sonno…

 

 

 

 

Ol Moran, Sabato 30 luglio 2011

 

Nel pomeriggio di ieri, tra le donne che zappavano la terra c’era anche Mama Waithera, la mamma delle due gemelline seguite dal programma che portano ancora evidenti i segni causati dalla malnutrizione, soprattutto in testa, per via della chiusura della cassa cranica avvenuta con un forte lentezza. Anche il racconto della sua vita fa parte del libro infinito di cui accennavo: sola, con un lieve ritardo mentale a causa della denutrizione, quattro figli sulle spalle, altri tre morti, un passato di violenze fisiche dal marito alcolizzato. Ma la storia non finisce così: ha un proseguo dai toni drammatici e tristi.

Ieri Waithera portava nel kanga Damaris, una piccola di tre mesi, che piangendo obbligava la donna a fermarsi per allattarla. In serata, chiedendo informazioni sulle generalità del padre della bambina, ho scoperto che è frutto di un abuso sessuale subito dalla donna al quale hanno assistito, impotenti e atterriti anche i figli. Un pokot, dicono, che si è trasferito in terre lontane con la mandria, un uomo conosciuto dalla polizia, la quale però, si sa, è corrotta e quindi non interviene, non castiga o condanna in modo sbagliato. Un racconto truculento, non ci sono stati commenti.

Stamattina sono tornata alla shamba e la donna era lì, a guadagnarsi da mangiare e mentre una gemella consolava la sorellina, l’altra aiutava la mamma. Scene come queste non possono che essere da monito e tornare alla mente quando ci si lamenta per qualcosa di frivolo e legato alla banale quotidianità.

Rientrando in casa ho poi incrociato Kaheo, un uomo di mezz’età con problemi psichici che ormai conosciamo bene, visto che per il quarto anno di seguito, trascorriamo il mese di permanenza ad Ol Moran con lui. Lo consideriamo la nostra mascotte: ogni giorno arriva puntuale ad ora di pranzo con il suo bastone e il capellino che gli è stato regalato da un medico italiano, parlando tra sé. Saluta cordialmente con uno storpiato “Buongiorno” in italiano e poi ride di gusto. E’ buono e non conosce prepotenza o aggressività. Oggi ripeteva con insistenza “karato” e io non capivo cosa volesse dire. Chiedeva delle scarpe, mostrandomi lo zoccolo calloso sotto ai suoi piedi. Purtroppo ogni qualvolta gli si dà qualche indumento gli viene puntualmente rubato e spesso durante il furto subisce anche percosse. Nel villaggio tanti lo proteggono e, dopo la morte di sua mamma, una donna ha messo a disposizione una capanna in lamiera dove può dormire. Dopo un lungo percorso di sensibilizzazione all’interno della comunità, anche Kaheo sta finalmente capendo ciò che si prova ad essere accettati senza condizioni né riserve. Nella piccola baracca ha un materasso con una coperta, un paio di ciabatte che nasconde sotto un cumulo di terra come fossero estremamente preziose e alcune bottiglie di plastica che raccatta da terra. I vicini dicono che a volte, la sera, quando non trova nessuno disposto a dargli da mangiare, piange e poi si addormenta. La mattina torna a sorridere e di nuovo si presenta a chiedere del cibo. Fa tenerezza e, probabilmente, quel mondo ovattato nel quale si rifugia parlando da solo, lo allontana dalla consapevolezza delle difficoltà tangibili con le quali giornalmente si rapporta.

 

 

Ol Moran, Domenica 31 luglio 2011

 

Oggi non abbiamo lavorato alla rendicontazione, ma ci siamo goduti il territorio e la sua gente. In mattinata siamo andati a Gitwamba, una località ad una quindicina di chilometri da qui, abitata da una flora di enormi cactus grigi, grandi aloe e svariate piante grasse. Una vista meravigliosa a 360°, con l’orizzonte che divideva chiaramente terra e cielo, generando una linea di spaccatura tra i due elementi, come succede nei disegni stilizzati dei bambini. Durante la notte, un forte temporale aveva ripulito la leggera coltre di polvere che spesso, qui, caratterizza il panorama e così la visuale era nitida e luminosa. I colori di ogni elemento spiccavano per vivacità, e il loro accostamento ne permetteva un risalto sensazionale: il vermiglio delle chiazze di terriccio unite alle svariate gamme di verde delle piante, al bianco puro delle pietre e all’azzurro carico del cielo. Un quadro del Louvre.

Sembrava un paesaggio solitario e, ad un primo sguardo, nessuna capanna era visibile. Solo dopo un’attenta osservazione si poteva scorgere, in lontananza, la punta di qualche tetto in paglia protetto da una sorta di recinzione vegetale costituita soprattutto da fitti ceppi sempreverdi. Ma è bastato fermarsi un attimo con la jeep per trovarsi circondati, in breve, da un gruppetto di bambini: stavano andando alla messa domenicale, nella chiesetta eretta a poca distanza. Con loro c’era anche un uomo, probabilmente l’anziano del villaggio, vestito a festa e molto cordiale: un keniano perfetto e molto formale, in termini di abbigliamento. Indossava pantaloni eleganti, camicia e giacca: indumenti che si sfoggiano in occasioni speciali o durante il giorno di riposo. Ai piedi portava dei sandali realizzati con pneumatici delle auto e dei calzini, nei quali aveva inserito l’orlo dei pantaloni per non sporcarli. Con una mano teneva una bambina che ci guardava spaventata, mentre con l’altra stringeva una borsa nella quale c’erano alcune uova, che avrebbe offerto durante la funzione religiosa. Nel distretto di Ol Moran sono numerosissime le persone, provenienti dalle più svariate tribù, convertitesi al Cristianesimo e, spesso, la messa si trasforma anche in occasione per stare insieme, incontrarsi e discutere sui vari problemi della comunità. Si tratta di cerimonie lontane dall’impostazione claustrale e rigida delle messe alle quali siamo abituati noi: canzoni, musica e ritmo scandiscono il rito che può durare anche ore, e che termina con un dibattito comunitario, affrontando per esempio, l’oggetto di un possibile harambee.

Sulla strada del ritorno, per un lungo tratto non abbiamo incrociato nessuno, ma quando ci siamo immessi sulla lunga via dritta e per certi versi monotona che da Kinamba conduce ad Ol Moran, la presenza umana ha cominciato ad essere evidente. Alcune biciclette, bambini in gruppo oppure soli, donne con i kiondo (le tipiche borse di paglia che spesso portano sulla testa per alleviare la fatica fisica), e addirittura qualche motocicletta cromata, anche se ammetto che la loro presenza stride con il contesto e mette in risalto come tradizione e modernità si trovino spesso in conflitto una con l’altra.

Nel pomeriggio abbiamo raggiunto Ndonwo riwo, un vero e proprio regno incontrastato della natura, dove l’ocra delle piante grasse ha ceduto il passo ad una vegetazione scarna, anticamera di un paesaggio per lunghi tratti piatto come la superficie di un tavolo. Ma scegliendo un altro sentiero, ci siamo immersi in un territorio simile alla giungla con fili di edera che parevano liane che pendevano dagli alberi e piccole pareti rocciose che rimandavano vagamente all’idea di canyon. Abbiamo proseguito ancora, fermandoci presso una radura circondata da un bush, formato perlopiù da basse acacie dal profumo intenso e da arbusti spinosi, inframmezzato da qualche falò accesso per bruciare il carbone. La zona è abitata quasi esclusivamente da pokot, difficilmente si trovano turkana o samburu e io sono rimasta senza parole quando ho scoperto che, molti bambini seguiti dal programma, provengono proprio da lì e quindi devono percorrere 8, 9 ore di cammino per raggiungere il dispensario.

Durante il tragitto abbiamo incrociato branchi di zebre, antilopi, impala e dik dik ma, considerate le impronte evidenti sul terreno, di lì erano passati anche elefanti, bufali o qualche altro animale di grossa taglia. Tra il resto, la settimana scorsa, un leone affamato aveva sbranato una donna di un villaggio a poca distanza e confesso che l’idea di percorrere un tratto di strada a piedi non mi allettava per niente.

Dalla radura ci siamo incamminati nella boscaglia, dove abbiamo trovato un ragazzo con la tipica shuka a quadri bianchi e rossi indossata come una sottana e un bastone con l’estremità a forma di sfera. Aveva il collo ornato di collane coloratissime e una piccola placchetta d’alluminio al naso. Dietro di lui, a pochi metri, camminavano due donne, statuarie nella loro bellezza: alte, snelle, con i lineamenti del volto delicati e messi in risalto dal nero intenso della pelle. Erano due giovani mamme che portavano i figli nel kanga, tenendo in mano una zucca incavata e finemente abbellita, una sorta di biberon per i due neonati. Ancora adesso non riesco a capire come delle persone possano abitare in un contesto tanto selvaggio e, all’apparenza, ostile a qualsiasi forma di insediamento umano.

Vivono soprattutto di allevamento in un’enclave tribale che si basa su credenze in forte rapporto con la natura e i suoi cicli, spesso pregano gli spiriti e chiedono a stregoni di fare da intermediari tra il mondo umano e quello ultraterreno.

Non potendo comunicare in altro modo, le due ragazze si esprimevano a gesti, indicando il cielo e facendoci capire che, di lì a poco, un temporale avrebbe potuto bloccarci in mezzo a quel tutto e a quel nulla. Forse, vivendo in un ambiente simile, hanno affinato la loro capacità di captare specifici segnali naturali, decifrandoli e agendo di conseguenza. Le abbiamo ascoltate e siamo tornati a casa, ammirando ancora quella vastità primitiva, resa ancor più affascinante dalla luce calda del crepuscolo africano.

 

 

Ol Moran, Lunedì 01 agosto 2011

 

Oggi, andando al dispensario, sono stata fermata da due bambini, erano sporchi e vestiti di niente. Si dice che, dopo un certo periodo di permanenza in un contesto di povertà materiale, ci si abitua ad immagini come queste. Io non ci riesco e per me è sempre un’esperienza forte, capace a mettere in crisi il binomio autocontrollo e sfera emotiva. Con loro avevano un coniglio, me lo offrivano a 150 scellini, l’equivalente di un 1 euro e 20 centesimi. Non li avevo mai visti prima, eppure hanno detto di abitare in town, a poche centinaia di metri da qui. Avevano chiaramente fame e freddo, considerata la notte di pioggia e la brezza pungente del mattino. Hanno chiesto un’ascia e a mezzogiorno il coniglio era in padella, per chi, nonostante tutto, avesse avuto fame. I nomi dei due ragazzini non compare nella lista dei beneficiari del progetto, la quale tra il resto ha subito degli aggiornamenti: alcuni bambini si sono trasferiti altrove con la famiglia, altri sono seguiti solo da alcuni mesi e altri ancora, purtroppo, sono morti. Fa un certo effetto dover giustificare specifici costi per la rendicontazione inserendo nella voce di spesa “decesso”. Fa effetto perché ho conosciuto tutti i bambini che non ci sono più e il più grande di loro aveva solo quattro anni.

Nel pomeriggio, invece, è stato bellissimo vedere Peter, Charles, Naomi e tanti altri giocare, perché qui è un’attività fuori dal normale. Erano sereni e stranamente impegnati a divertirsi. Abbiamo montato una di quelle tende che da noi si usano “per giocare a casetta” che ci ha dato Ale: erano entusiasti, facevano il cucù dalla finestra, aspettavano il proprio turno per entrare e poi si rimettevano in fila. Si sono svagati tanto anche con le bolle di sapone, che all’inizio, sono state oggetto di timore e perplessità visto che solo pochi coraggiosi hanno azzardato avvicinarsi.

Inoltre, qualche mese fa, a scuola, avevo sequestrato uno di quegli skateboard tascabili e gettonatissimi (almeno tra i miei alunni), perché due ragazzini se lo contendevano ed entrambi ne rivendicavano la proprietà. Non arrivando ad alcun compromesso, di comune accordo avevamo deciso che avrei portato proprio quel gioco ad Ol Moran, così qualche altro bambino avrebbe potuto giocarci. E così è stato: insieme a macchinine e mostri ha costituito l’attrattiva maschile per eccellenza, mentre i braccialetti realizzati da altri alunni intrecciando fili di lana o cotone, hanno richiamato l’attenzione delle femmine. Un pomeriggio pieno e allegro, che se n’è andato veloce ma ha permesso ai bambini di godere, sia pur per poco, di un loro diritto, senza la preoccupazione del lavoro e dei fratelli da accudire.

 

 

 

Ol Moran, Martedì 02 agosto 2011

 

Il mercato si svolge ogni martedì nel centro del villaggio, inizia con la prima luce e termina a sera inoltrata: è un incontro folkloristico di gruppi tribali; mescolanza di idiomi, tradizioni e costumi che esaltano identità di appartenenza e posizione sociale.

L’area, circoscritta da uno steccato e dotata di due entrate principali, è relativamente vasta e in genere presenta un buon assortimento di prodotti alimentari, alcuni estremamente insoliti. Un concentrato di caos, stranezze e improbabili accostamenti. Decine di banchetti, alcuni finemente allestiti, altri spartani. Gente, rumore, pollastri che svolazzano e altri stipati in una gabbia grezza fissata su una bicicletta. Sono dieci, quindici, uno ammassato all’altro, accanto a bracieri ardenti sui quali abbrustoliscono teste di vitelli e capre. Un uomo raschia la patina nera su quelle più annerite, un altro bastona un asino che raglia. Galline e conigli già pronti per essere cucinati e presentati su un sacco di iuta adagiato a terra: una macelleria all’aria aperta, con tanto di tagliere, coltello e bilancia. Mosche attratte dal sangue animale contenuto in recipienti di plastica beige e capre che brucano ai margini dello spazio. Verdura fresca e frutta invitante: caschi di banane di varietà diverse, mango, papaia, arance dalla buccia verde ma dalla polpa dolce, avocado, ananas e di rado anche qualche mela. Cumuli di cavoli, cipolle piccole e rosse, pomodori, patate, sacchi di fagioli, ceci, lenticchie e altri legumi, e ancora farina, zucchero, sale, arachidi e spezie dai colori vivaci. Due bambini chiedono qualcosa da mangiare, un altro raccoglie da terra qualche verdura scartata dai venditori e la infila, guardingo, in una borsa di nylon. Tante donne turkana passeggiano tra i banchetti: si riconoscono per le grandi collane che indossano, formate da lamine discoidali in ferro e ricoperte di perline. Gli ornamenti che portano al collo raccontano la storia di ciascuna: donne sposate, nubili, vedove, con o senza figli sfoggiano così monili differenti in colore e larghezza. Passeggiano tra pokot e kikuyu, fermandosi di volta in volta a contrattare il prezzo della merce esposta nei vari banchetti. Nel vasto ritrovo tribale manca però la presenza dei samburu, un tempo numerosi qui nel distretto e poi costretti ad emigrare a causa delle lotte intertribali del 2007. Scontri cruenti, sanguinosi e spietati che hanno causato vittime e danni irreversibili nella vita di molti. Linda ne è la testimonianza: era notte e scappava con la famiglia, ma loro erano tanti, armati e senza pietà. E’ stata bloccata, ha assistito al massacro dei genitori e dei fratelli, poi è stata violentata sessualmente a più riprese. Per anni non ha più parlato: indelebile il ricordo di quelle scene e permanente l’offesa fisica che l’ha marchiata con il dramma dell’HIV.

Non riesco ad affrontare il suo sguardo, mi sento in difetto: i suoi occhi parlano degli strascichi di sorte e del tentativo di (soprav)vivere, nonostante la zavorra di un passato prossimo che non sarà mai remoto.

Ecco, in poche righe, il triste bilancio dei suoi otto anni: orfana, malnutrita, sieropositiva, privata di affetti, defraudata del suo essere bambina e vittima innocente di una delle peggiori regressioni che la razza umana possa raggiungere.

 

 

Ol Moran, Mercoledì 03 agosto 2011

 

Il mercoledì e il sabato sono dedicati ai bambini del progetto. Sono tanti, arrivano soli oppure a gruppetti, vengono pesati, ricevono le cure necessarie e quindi il pasto. Oggi, tra gli altri, mancava all’appello Diana, una bambina affetta da microcefalia. Ha nove anni ma ne dimostra tre, al massimo quattro. L’anno scorso, le sue condizioni di salute erano pessime e lo stato di malnutrizione era così evidente, che il volto era pallido e scavato. La mamma, a causa innanzitutto di una mancata accettazione dei problemi della figlia, si rifiutava di prendersi cura di lei e così la bambina regrediva di giorno in giorno. Era sempre costretta a letto e aveva grandi piaghe da decubito che le arrecavano ulteriori sofferenze: passava così le sue giornate, aspettando il rientro della donna, quotidianamente ubriaca a causa dell’abuso di una bevanda alcolica che produceva in casa facendo fermentare il mais. In corso d’anno la donna è stata supportata sia dal punto di vista economico che pratico, attraverso il pagamento delle rette scolastiche di Diana ad una Special Unit e, nei periodi di chiusura della stessa (un mese ogni tre), mediante visite domiciliari costanti. Con l’inserimento in struttura, la situazione è nettamente migliorata: condizioni igienico-sanitarie sicuramente più accettabili, in concomitanza a due pasti giornalieri assicurati, hanno permesso una graduale e blanda ripresa della bambina.

Ieri, tornando dal centro, siamo andati a trovarla: abita nei pressi del mercato e l’abbiamo trovata nuovamente sola, mentre si lamentava sdraiata sulla branda che occupa buona parte della piccola capanna in lamiera. L’odore che si respirava era così forte e penetrante da obbligarci ad uscire per prendere una boccata d’aria. Disillusione e rabbia. Vivere qui è difficile, i problemi della madre sono palesi e giudicare i suoi modi, senza aver provato sulla propria pelle ciò che vuol dire convivere con una sovraesposizione prolungata all’indigenza, è semplice e frivola retorica. Tuttavia, diversi però macchiano i pensieri: le è stato dato un supporto concreto e la possibilità di un’entrata mensile attraverso il lavoro nei campi, non si può lasciare un essere umano in una condizione come quella di Diana, di sua figlia. In questo momento mi interrogo sull’efficacia della collaborazione con lei, sul tentativo, a quanto pare fallito, di farle prendere coscienza del proprio ruolo genitoriale. Il progetto di vita di Diana è così limitato ad un’esistenza in branda tra i propri escrementi, senza il dono della parola, privata dell’affetto materno ma cullata, semplicemente, dalla ninna nanna dei propri lamenti. Questo è l’epilogo di una giornata triste, in cui la sintesi di sentimenti contrastanti ha fatto emergere un senso di impotenza frustrante.

 

 

 

 

 

Rovereto, Lunedì 22 agosto

RIEPILOGO

Due settimane di silenzio. Nel frattempo sono rientrata e ho avuto modo di metabolizzare l’esperienza fatta: frustrazione, collera, sensi di colpa, disagio, felicità, illusione, amarezza e sconforto inseriti nei vari tasselli a completare il puzzle. Ho una panoramica generale, ora posso scrivere, dando le opportune giustificazioni alla mia decisione.

Ad un certo punto, il contatto diretto con la sofferenza e il dolore mi hanno condotta ad una sorta di apatia verbale, incapacità di comunicare ciò che mi circondava, oppure, semplicemente, paura di turbare o non turbare affatto le coscienze. Mantenendomi in una terra ibrida lontana dai due eccessi avrei rischiato di inviarvi mail superficiali, per niente corrispondenti ai miei giorni là: avrei scritto della bellezza della flora e della fauna endemici del luogo, del tempo atmosferico, avrei riportato fedelmente le scansioni della cronistoria esperienziale ma non ci sarebbe stato alcun accenno alla morte e allo strazio che il destino infligge a chi di colpa non ne ha alcuna. “Occorre far veloci, stiamo perdendo il bambino”, “Tre ospedali ci hanno chiuso le porte: è troppo grave e non abbiamo abbastanza soldi”, “Non c’è l’incubatrice, scaldiamolo con il phon”. Ed infine, la frase inevitabile, che da una parte, in assenza di speranza, dà sollievo e dall’altra scatena emozioni di rabbia e non si vorrebbe mai sentir pronunciare: “E’ morto”. Si chiamava Paul, i suoi giorni di vita sono stati 10.

Flash di reminescenze, immagini visive che tornano forti alla mente, lo sguardo di Camilla che dice più di qualsiasi parola: afflizione, senso di impotenza e dolore che portano ad una lotta impari con l’ingiustizia terrena. Se la tenacia potesse essere personificata, avrebbe proprio il suo volto: classe 1986, medico, bella sotto ogni aspetto, determinata nel tentativo di far scorrere più lentamente la sabbia nella clessidra, migliorando la qualità di ogni singolo granello. Ha toccato con mano certe note di dolore, si è rialzata e ha deciso di far medicina, e forse, proprio per questo, lei più di altri è in grado di capire la sofferenza. Elogio alla gioventù, a dispetto di chi dice che le nuove generazioni sono un ammasso di debosciati senza ambizioni. Il suo unico credo religioso è quello di fare il proprio dovere nel migliore dei modi in una sintesi di etica professionale e grande umanità. Nessuno cambia il mondo, nemmeno lei che ha fatto l’impossibile per aiutare il bambino, ma dal suo modo di vivere ho da imparare molto: è stato questo incontro, così inaspettato e speciale che ha reso la mia esperienza ancor più arricchente e unica.

Torno in Italia un po’ spaesata, ancora scossa dalla breve storia di Paul…eppure dovrei sapere che di Ol Moran e di Paul, il mondo è pieno.

Ecco che allora l’assillo continuo e costante di garantirmi un lavoro sicuro, di risparmiare in vista di un prossimo acquisto di un immobile e di proteggermi dall’inflazione si fa meno molesto. Avverto una sorta di insofferenza a rispettare il protocollo, comportandomi nella maniera che la società ritiene giusta. Ma fino a che punto si può decretare il giusto o sbagliato di un’azione? Dalla prassi sociale? In questo mi ritengo un’anticonformista e ne vado fiera, anche se ammetto che a volte, la tentazione inconscia di ricadere nella logica triste di un pensiero livellato e qualunquista, basato su luoghi comuni e stili di vita standardizzati, mi rende una pedina inconsapevole. Occorre la lezione di Ol Moran per rimettermi sui binari, riconducendo le preoccupazioni su temi più alti e meno individualistici. Per esempio, quali sono le cause recondite che non permettono di attivare un principio di sviluppo nel cosiddetto Terzo Mondo (termine, questo, a mio parere infelice e inappropriato, come se di mondi popolati da uomini ce ne fossero a bizzeffe…)? Si provi a pensare al surriscaldamento del clima: cosa succederebbe se Asia e Africa disponessero di una ricchezza materiale pari alla nostra? In altre parole e portando ad estremi banali il discorso, la famiglia italiana dispone mediamente di una, due automobili…e se fosse lo stesso nella parte del Globo che noi guardiamo da lontano con occhi pietosi e pieni di compassione? Probabilmente, a quest’ora, non sarei qui a scrivere e ad interrogarmi. E allora mi sorge il dubbio, avvallato da una lista spropositata di scelte illogiche prese dall’alto, che la condizione di miseria totale in cui versano migliaia e migliaia di persone sia in parte voluta e dettata da un fine di puro egoismo. Spostando l’attenzione su un altro tema, pur sempre affine in termini di interessi, quanto denaro è stato impiegato per il vergognoso sforzo bellico contro il Raìs libico? Non poteva essere utilizzato diversamente? Le cancellerie europee hanno intrapreso decisioni illogiche, tramutando l’intervento in uno squallida campagna aerea a fianco degli insorti. Come si può ben capire, lo sperpero di denaro in armi non manca mai. Ciò che manca è l’idea di cambiamento, la volontà di fare un passo indietro e mettere in discussione certi stili di vita a scapito della sopravvivenza di un numero infinito di persone. Chissà, poi, se le recenti preghiere del Papa a Madrid e dei giovani, che, coraggiosi, imperterriti e devoti hanno ripercorso l’antica via crucis della capitale spagnola, sono serviti ad alleviare le pene di chi, la via crucis l’affronta sul serio. Lo chiederò ai bambini di Ol Moran, poi vi farò sapere.

Termina qui lo zapping tra i canali dei paradossi umani, forse provocatorio, certamente sentito.

 

Valentina              

 

 
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