31 luglio 2003

da Dario Ghelfi

 

LA POLITICA ESTERA: SULLA POSSIBILITA’ DI UN FRONTE COMUNE PER BATTERE BERLUSCONI

 

Le recenti elezioni amministrative hanno mostrato, una volta ancora, che il blocco sociale che sorregge Berlusconi, non è affatto maggioritario nel Paese, laddove a livello parlamentare può spadroneggiare, grazie ad una legge elettorale suicida e fortemente voluta dai DS (con il bel risultato della Sicilia: 62 a 0 per la Casa delle Libertà). La partita è aperta e si gioca tutta sulla capacità di aggregare le forze dell’attuale opposizione e di richiamare al voto tutte quelle forze che lo stanno, da sinistra disertando.

In questo contesto vorremmo affrontare uno degli snodi cruciali per la "conquista" dell’unità, un tema particolarmente vicino ai "movimenti" ed ai giovani, quella politica estera che non ha mai coinvolto più di tanto i partiti e l’opinione pubblica e che oggi, in questo contesto storico, appare, invece, determinante e decisivo per la costruzione di una coalizione vincitrice.

C’è un’indubbia difficoltà nell’approccio. In genere l’opinione pubblica non si interessa (se non in casi eccezionali o particolari, come la mobilitazione per la pace) di politica estera, che ritiene distante dai propri problemi quotidiani; una materia sostanzialmente per gli addetti ai lavori. Questo atteggiamento è favorito, ancora, dalla generalizzata ignoranza nelle discipline storico-geografiche.

Prima di tutto occorre fare chiarezza. Questo nostro mondo è globalizzato. Di per sé non è certamente una novità. Altre epoche storiche hanno conosciuto la globalizzazione, il cui significato ultimo altro non era, altro non è che quello di assicurarsi il predominio a livello planetario. E non è nemmeno una novità che un tale predominio sia appannaggio di un solo imperialismo (a fronte di altre situazioni che hanno visto imperialismi l’un contro l’altro armati). La differenza è data, nella nostra epoca, dalla rivoluzione nei trasporti e dalla rivoluzione nelle informazioni (la rivoluzione informatica), che mirano a fare del pianeta un villaggio globale. A questo si aggiunga la nuova situazione geopolitica, contrassegnata dalla scomparsa di ogni tipo di bipolarismo e dall’affermarsi, incontrastato ed arrogante di un’unica superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che gestiscono la globalizzazione in prima persona. Ciò non toglie che dell’Impero Americano facciano parte (o aspirino a farne parte) ampi strati di forze sociali, sparse ovunque a livello planetario: bene ha scritto Chiesa che dell’Impero (che esclude, evidentemente, larghi settori della società statunitense) fanno parte anche coloro che, di nazionalità diversa da quella americana, credono nei valori di quella civiltà, si nutrono degli stessi miti, assolutizzano la stessa cultura, amano gli stessi cibi, mandano i propri figli ad un certo tipo di scuola e ad un certo tipo di università, prediligono un certo tipo di professioni1.

 

Il punto fondamentale da discutere ci sembra essere quello che mira ad individuare i legami tra la politica estera e quella vita quotidiana che occupa, per la sua problematicità i pensieri di tutti, con lo scopo evidente di mettere in luce le ricadute che le scelte in politica estera hanno sui problemi di ogni giorno.

Tenendo presente che le ricadute spesso sono a lungo termine, quando, poi, non entri in gioco anche una supposta estraneità di tipo geografico, per cui riesce difficile, ai più, capire come eventi e situazioni che si svolgono in Paesi lontanissimi (di cui spesso non sappiamo nemmeno individuare le coordinate geografiche) possano influire sulle nostra vita. E’ proprio la mancanza dell’immediatezza che rende difficile cogliere questi rapporti: Non mancano le eccezioni: la nostra posizione di assoluta sudditanza nei confronti della guerra preventiva di Bush, ci ha portato, poi, ad essere uno dei pochi Paesi che ha obbedito alla richiesta americana di partecipare, con nostre truppe, all’occupazione dell’Iraq; la caduta del bath tailandese, in un’afosa estate di alcuni anni fa, lasciò assolutamente indifferenti i risparmiatori italiani che stavano prendendo il sole al mare, gli stessi che videro, di lì a pochi mesi, liquefarsi, insieme all’economia delle tigri del sud-est asiatico, i propri risparmi.

Entriamo, ora, nel vivo della questione, evitando ogni considerazione di carattere etico (che, ovviamente, dovrebbero essere al primo posto), preoccupandoci, cinicamente, degli effetti concreti che le scelte di politica estera possono avere sulla nostra vita quotidiani e sui nostri interessi.

Proponiamo quattro tematiche: tutte ci inducono a rimettere in discussione i rapporti con gli Stati Uniti d’America, con la specifica Amministrazione neoconservatrice americana

I problemi della pace e della guerra

La politica estera italiana è da sempre succube delle direttive U.S.A. ed è proprio sui rapporti con gli U.S.A. (specificatamente con l’attuale governo americano) che si gioca tutta la partita. A nostro avviso la grande mobilitazione per la pace non è riuscita, o non ha voluto, chiarire un equivoco di fondo: se si lotta per la pace, significa che c’è qualcuno che vuole la guerra, e questo qualcuno altri non erano che gli Stati Uniti di Bush. Ora l’unico stupore che si possa legittimamente mostrare è quello relativo al fatto che qualcuno si stupisca ora delle menzogne che il governo americano ha usato per giustificare la guerra (tutti sapevano; più d’uno aveva scritto che la pantomima all’O.N.U. serviva al Pentagono, che aveva bisogno di un certo tempo tecnico per rendere operativa la sua macchina militare). Non dimentichiamo, poi, come molti di coloro che genericamente si erano schierati contro la guerra, una volta partito l’attacco, siano passati armi e bagagli dalla parte dei "ragazzi americani"2.

Abbiamo truppe di occupazione in Bosnia, in Afganistan ed ora in Irak. Domani parteciperemo ad altre guerre (l’Iran, la Columbia, ecc.) e manderemo truppe di rincalzo per il dopoguerra, nell’ambito della nuova strategia degli U.S.A. che sembrano assumersi il compito di condurre le guerre in prima persona, per poi chiedere agli organismi internazionali (che prima hanno tranquillamente ignorato) di intervenire a gestire le occupazioni militari, a svolgere compiti di polizia e via dicendo?

Durante la recente guerra all’Irak, si è posto il problema delle basi statunitensi nel nostro Paese; non è forse giunto il momento di ridiscuterne la funzione e la presenza?

La struttura giuridica nazionale

La nostra sta andando a pezzi, ai livelli più alti. La Costituzione è ignorata e calpestata e l’Italia, contro il proprio dettato costituzionale, si trova sempre in guerra. Con quella contro l’Jugoslavia-Serbia sono state violate anche le disposizioni che regolavano le azioni nell’ambito di un trattato come quello della N.A.T.O (con l’acquiescenza dell’O.N.U., che qualcuno incredibilmente continua ad invocare come strumento di contenimento dello strapotere U.S.A., quando si tratta di un’organizzazione a supporto, sia pure ad intermittenza, di quella politica).

Rischiamo, poi, di vedere che non tutti i cittadini che calcano il suolo nazionale siano uguali davanti alla legge, se gli Stati Uniti non firmeranno quei trattati internazionali che autorizzano le magistrature nazionali ad intervenire nei confronti dei loro militari.

Quando la struttura giuridica salta ai suoi massimi livelli, non ci si meravigli dei conflitti di interesse e delle legislazioni "su misura".

L’ambiente.

In questo settore, stranamente, la globalizzazione non viene mai citata. Tutti quelli che sono pronti a giustificare ogni nefandezza possibile, in relazione al fatto che viviamo in un mondo globalizzato, sembrano dimenticarsi di questa loro convinzione, quando si tratta dell’ambiente. Che cosa può mai succedere a noi e che cosa c’entra mai l’Italia, se le multinazionali (ma non ci sono anche gli italiani?) vogliono costruire un oleodotto che attraverserà (e distruggerà) abbondanti porzioni della foresta amazzonica equadoriana? E che dire della distruzione del territorio degli Ogoni, ad opera della Shell? E delle dighe indiane contro le quali lotta Arundhati Roy? Magari qualcosa possiamo dire delle dighe in Cina, perché questa si definisce comunista (anche se non si sa perché).

Viaggiando per l’Italia, sembra che il partito politico più avversato nelle località turistiche sia quello dei Verdi, colpevole di impedire la costruzione di nuove strade e di opporsi alla giusta e totale cementificazione del territorio nazionale. Ma gli scienziati hanno pur scritto del Nino, hanno pur detto a chiare lettere che dovremo convivere tra siccità ed inondazioni; il rifiuto di Bush (che saccheggia anche del suo, bisogna pur ricordarlo, con le prospezioni petrolifere in Alaska) a firmare il protocollo di Kioto, è esemplificativo della volontà delle multinazionali di sfruttare, ai fini del loro massimo profitto, il pianeta.

Ma lo sappiamo tutti che una cattiva politica ambientale provoca conseguenze negative, anche in aree geografiche, lontanissime dai luoghi dove è stata praticata: Occorre scegliere da che parte stare e, oggi, in questa particolare situazione storica l’avversario politico è l’Amministrazione americana.

Il lavoro.

Se ci rifacessimo all’etica, diremmo che siamo fortemente colpiti dal fatto che l’80% di tutte le uccisioni di sindacalisti nel mondo avviene in Columbia, Paese benemerito delle Amministrazioni statunitensi, in cui i paramilitari utilizzano le motoseghe a fini di stabilizzazione politica e la cui classe dirigente massacra da mezzo secolo la popolazione, a partire dall’assassino, nel 1948 di Jorge Eliécer Gaitàn3. Ma ci sono ricadute dirette, per questi fatti che accadono così lontano, sui lavoratori italiani?

Il fatto è che abbiamo a che fare con la globalizzazione, quella del profitto, quella che conta e non con la globalizzazione dei diritti, che non deve contare, perché va contro gli interessi delle multinazionali e del loro sponsor, gli U.S.A.

Sembra, così, opportuno che anche coloro che si richiamano al marxismo si leggano (o rileggano) "NO LOGO" della Klein4, laddove è linearmente esplicitata, la politica delle multinazionali nei confronti del lavoro. Le multinazionali intendono ed utilizzano la globalizzazione come opportunità di trasferire il lavoro, le sedi di produzione, dalle aree in cui il lavoro è protetto a quelle in cui non lo è (o lo è in minor misura), con gli Stati "ospiti" in funzione di barriera antisindacale. Ma c’è di più: le grandi campagne contro la politica di sfruttamento della forza lavoro (tutti ricordano la storia dei bambini pakistani e dei palloni da football e non è bello per un marchio risultare complice dello sfruttamento dell’infanzia), ha indotto le multinazionali ad appaltare la produzione alle borghesie nazionali, separando il proprio logo dalle questioni del lavoro. Le multinazionali sono contro lo sfruttamento, sono anche in grado di imporre regole che gli appaltatori dovrebbero rispettare, ma ciò che a loro interessa è che il prodotto abbia i requisiti per "ricevere" il loro marchio. Perciò chi gestisce localmente la produzione, al di là dell’interesse che possiamo pensare abbia per i diritti dei suoi lavoratori, subisce anche il ricatto delle grandi corporations, che minacciano di rivolgersi ad altri se la merce non è all’altezza degli standard richiesti. Così finisce che gli standard li pagano i lavoratori.

Tutti, così, vedono a rischio il proprio posto di lavoro, e soprattutto nei Paesi industrializzati, laddove maggiore è la tutela del lavoro.

La risposta non può che essere globale, planetaria: da una parte i lavoratori di tutto il mondo e dall’altra le multinazionali (e sappiamo tutti dove queste ultime si concentrino).

L’Europa

E’ singolare il dibattito sull’Europa. Tutti a declamare quanto sia importante raggiungere l’obiettivo della costruzione dell’unità europea, senza che nessuno si degni di spiegarne il perché. Tra l’altro questa sembra più un’Europa della finanza e delle banche, che un’Europa dei popoli e delle nazioni. Il tanto agognato traguardo della moneta unica, ha portato, in pratica, ad un drastico ridimensionamento del potere d’acquisto di coloro che godono solo di entrate fisse, se prendiamo per buone le constatazioni dei consumatori che avvertono aumenti che si aggirano sul 30% (cambio € = 1000 lire).

Ora si affaccia un nuovo problema: l’allargamento dell’Europa, fortemente voluto ed auspicato dagli Stati Uniti, che trovano nei Paesi dell’Est i loro più entusiasti sostenitori. E’ evidente che l’entrata di questi Paesi e quello della Turchia, toglierebbe ogni velleità di resistere alla supremazia statunitense, che abbiamo visto essere debolissima, in occasione della recente guerra all’Iraq (quando solo Belgio, Germania e Francia hanno osato porre ostacoli all’azione statunitense). La prospettiva è un’Europa subalterna, di supporto agli Stati Uniti (con funzione anche di forza d’ordine, di polizia ausiliaria), così come si apprestano a diventare le Nazioni Unite.

Questa Europa e quella che si va costruendo non ci piace; occorre invertire la tendenza e puntare su un’Europa che tratti alla pari con gli altri soggetti politici del globo, salvaguardando, prima di tutto la propria autonomia nei confronti degli Stati Uniti.

 

1 G.Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002. " Questo è l’Impero che sta nascendo, con le stigmate della guerra. Ne fanno parte i veri potenti della Terra, non importa dove vivano, visto che hanno tutti gli stessi standard, s’incontrano tutti negli stessi posti che diventano sempre più esclusivi, fanno studiare i loro figli nelle stesse università, si divertono insieme negli stessi luoghi che si vanno sempre più trasformando, non importa in quale continente si trovino, in quale città o regione, in zone sempre più blindate, isolate, circondate da alte mura, guardate da speciali vigilanze

2 Prontissimi a scandalizzarsi per le fotografie dei pochi soldati americani prigionieri degli irakeni, nella voluta ignoranza delle macroscopiche violazioni dei diritti dei prigionieri attuate dagli invasori (sembrava di rivedere il film dei prigionieri vietcong).

3 Vedi G. Piccoli, Columbia, il Paese dell’eccesso, Milano, Feltrinelli, 2003

4 M. Klein, No Logo, Milano, Baldini & Castoldi, 2001

 

 

 

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