25 giugno 2004

 

Dario Ghelfi

 

LA LINGUA SALVATA

 

 

 

         Presentare l’opera più celebre di un premio Nobel, potrebbe sembrare irriverente, da un punto di vista culturale, anche in considerazione del fatto che le recensioni de “La lingua salvata” non si contano e sono uscite dalla penna di grandi letterati. Se ci permettiamo di scrivere qualche nota, è perché il testo non è, dopotutto, di facile lettura e, probabilmente, sono tanti coloro che non l’hanno ancora letto, ma che l’hanno acquistato, quando è uscito per i tipi de “la Repubblica”.

         Potrebbe, così, essere interessante confrontare, le “nostre” impressioni con quelle dei “nuovi” lettori, in ordine al capolavoro di Elias Canetti.

1.     La scrittura è il primo elemento che ci colpisce. Fluida, colta, avvincente e struggente, nel contesto di una storia che non presenta accadimenti drammatici (a parte la morte del padre che, comunque, è trattata con grande lucidità). In un momento storico come quello che stiamo vivendo, nel quale i media, e prima di tutti la televisione, si connotano per il loro disinteresse per la lingua, il libro di Canetti appare ancor più prezioso;

2.     Il fascino della mittleuropa e del cosmopolitismo. Ancora una volta siamo indotti a riflettere su quello che deve aver significato, per tanti, la caduta del pur odiato impero austroungarico. Vienna come polo per tutti Balcani; a Vienna vanno i Canetti (con un lungo viaggio lungo il Danubio) a consultare i grandi medici, a Vienna ci sono i teatri, Vienna è l’”occidente” e la modernità. I Canetti sono commercianti ebrei, di origine “spagnola”, perché discendenti dai “marrani” cacciati dai re cattolicissimi, dopo la conquista di Granata, e si muovono per tutta Europa, dall’Inghilterra, alla Svizzera;

3.     Il mondo del giovane Elias è il mondo dominato dai libri; al centro di tutta la storia ci sono le lingue (anche nella sconosciuta città bulgara dove ha passato i primi anni della sua vita, si parlavano sei/sette lingue), gli scrittori e le loro opere. Una letteratura di cui è “sacerdotessa” la giovane madre (rimasta vedova a ventisette anni, con tre figli), che gli impartisce un’educazione assolutamente intellettuale, tanto che Elias, da adolescente non sarà coinvolto nei tipici turbamenti dell’età (la madre aveva accuratamente evitato, con confronti del figlio, ogni riferimento alla sessualità); una letteratura contro la quale, nelle ultime pagine drammatiche del libro (in quel capitolo che l’autore chiama “La cacciata dal paradiso”), quella stessa madre, però, si scaglia: “ … Tu non sei ancora nessuno e già ti metti in mente di essere tutto quello che sai dai libri e dai quadri … Sei diventato un divoratore di libri e metti tutte le cose sullo stesso piano … Non un solo giorno della tua vita te lo sei ancora guadagnato da solo … Disprezzi il denaro. Disprezzi il lavoro con il quale si guadagna il denaro … Niente hai fatto … I libri che leggi li hanno scritti gli altri per te. Tu scegli quello che ti fa piacere e disprezzi tutto il resto. Credi davvero di essere un uomo? Uomo è chi è costretto a lottare per vivere … Bisogna smettere di studiare e mettersi a fare qualcosa … Tu pensi che basti leggere una cosa per sapere com’è nella realtà. Invece non è così. La realtà è una cosa a sé. La realtà è tutto. Chi si ritrae dalla realtà non merita di vivere …”;

4.     La madre vive con Elias, un rapporto intimissimo ed esclusivo, che, in fondo, gli si rovescia contro, in rapporto alla feroce gelosia che consuma il bambino quando vede avvicinarsi a lei un qualche pretendente;

5.     Attira il lettore, infine, una serie di quadri di grande efficacia, che emergono, qua e là dalle pagine del libro. Lenin: “ … Un giorno passando davanti a un caffè, mi mostrò la testa enorme di un uomo seduto accanto alla finestra, con un gran mucchio di giornali alla portata di mano su un tavolino; uno lo aveva afferrato con un gesto energico e se lo teneva sotto gli occhi. Improvvisamente gettò indietro la testa e volgendosi a un uomo che gli sedeva accanto si mise a parlargli con veemenza. La mamma mi disse: “Guarda bene quell’uomo, è Lenin. Di lui sentirai ancora parlare” …”. Bellissimo quello legato alla grande passione antimilitarista della madre: i feriti di guerra. “ … Una sola volta mi parve costernata e incapace di controllarsi, è il ricordo più muto e segreto che ho di lei, l’unica volta che la vidi piangere per strada … Passeggiavamo lungo il Limmatquai,, io volevo mostrale qualcosa nelle vetrine di Rascher. In quel momento ci venne incontro un gruppo di ufficiali francesi nelle loro vistose uniformi. Alcuni di essi faticavano a camminare e gli altri si adeguavano al loro passo claudicante; noi ci fermammo per lasciarli lentamente passare. “Sono feriti di guerra – disse la mamma – sono in Svizzera per la convalescenza. Vengono scambiati con prigionieri tedeschi”. E già dalla parte opposta arrivava un gruppo di tedeschi, anche fra loro ce n’erano alcuni con le stampelle, e gli altri camminavano più lentamente per tenersi a quel passo. Ricordo ancora lo spavento che mi passò tra le vene: che cosa accadrà adesso, si aggrediranno a vicenda? In quello smarrimento non ci scostammo tempestivamente e d’un tratto ci trovammo chiusi nel mezzo fra i due gruppi che volevano passare oltre.. Eravamo sotto i portici, spazio ce n’era abbastanza, ma ora li vedevamo in volto, proprio da vicino, mentre si incrociavano. Contrariamente a quello che mi aspettavo, nessuno di quei volti era contratto dall’odio o dalla collera. Si guardarono in faccia tranquilli e cortesi, come se niente fosse, alcuni portarono la mano al berretto in segno di saluto. Camminavano molto più lentamente dell’altra gente ch’era per la strada e ci volle parecchio tempo – un’eternità, mi parve – prima che tutti fossero passati. Uno dei francesi si voltò indietro ancora una volta, sollevò in aria la stampella e gridò: “Salut!” ai tedeschi che intanto erano passati oltre. Un tedesco lo sentì e subito lo imitò, anche lui aveva la stampella che agitò in aria restituendo il saluto in francese: “Salut!”. Si potrebbe pensare che le stampelle si fossero levate in alto in un gesto di minaccia, ma non era affatto così,  quei soldati si mostravano l’un l’altro, per un ultimo saluto, ciò che gli era rimasto in comune: le stampelle. La mamma era salita sul marciapiede e se ne stava diritta davanti alla vetrina volgendomi le spalle. Vedendo che tremava, mi avvicinai e la guardai cautamente di sbieco: piangeva. …”.

 

 

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