Dario Ghelfi

DONNE MUSULMANE E GUERRA INFINITA

 

Può capitare, a volte, di leggere un libro, la cui storia rimanda continuamente alla realtà, costringendo il lettore a riflettere su quanto sta accadendo, la letteratura saldandosi alla storia ed alla politica. E’ quello che è capitato a chi scrive, con Fatima Mernissi, La terrazza proibita, Firenze, Giunti, 1966.

Fatima Mernissi è una delle più note autrici maghrebine, da sempre impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile; come per altre, la sua notorietà, in Italia, appare limitata ad una ristretta cerchia di lettori. E’ un bel libro, La terrazza proibita, ed abbastanza singolare: ci racconta, con semplicità e con brio la vita dell’autrice, ma di quando era bambina e viveva nell’harem del padre e dello zio a Fez. E’ una lettura che serve a farci capire di più la civiltà musulmana, sfatando, in questo caso, uno dei suoi miti, quello dell’harem, che aveva conquistato anche tanti artisti europei del diciannovesimo secolo. L’harem, in cui passa i suoi primi anni di vita Fatima, non ha nulla a che vedere con le odalische e con le schiave annoiate a cui ci hanno abituato i media: è, semplicemente, il luogo dove vive una famiglia patriarcale e dove, in sostanza, senza violenze apparenti, si pratica una rituale segregazione delle donne: "…, sarà forse utile introdurre una distinzione fra due tipi di harem: i primi li chiameremo harem imperiali, e i secondi harem domestici. I primi fiorirono con le conquiste territoriali e l'accumularsi di ricchezza da parte delle dinastie imperiali musulmane … fino al 1909, quando l'ultimo sultano, "Abdelhamid II", venne deposto … Chiameremo harem domestici quelli che continuarono a esistere dopo il 1909, quando i musulmani persero il potere e le loro terre furono occupate e colonizzate. Gli harem domestici erano in pratica delle famiglie allargate, come quella descritta in questo libro, senza schiavi e senza eunuchi, e spesso con coppie monogamiche, dove, tuttavia sopravviveva l’usanza della reclusione femminile …"1. Nell’harem di Fatima, vivono suo padre, sua madre, uno zio sposato ed una serie di parenti, nonni e nonne, donne e bambini; gli uomini sono rigidamente monogamici, innamorati e a volte domesticamente tiranneggiati dalle loro mogli, come quando queste si sottopongono al trattamento dell’henné: " … mio padre cominciava ad assumere un’aria afflitta. "Dùja, io ti amo al naturale, come Dio ti ha fatta", diceva. "Non hai bisogno di prenderti tutto questo disturbo per piacere a me. Io sono felice con te, per come sei, nonostante il tuo temperamento vivace. Te lo giuro, Dio mi è testimone, sono un uomo felice. Quindi, per favore, perché domani non lasci perdere quell’henné?". Ma la risposta di mia madre era sempre la stessa … Quindi tutti i giovedì, mio padre sgattaiolava fuori di casa il prima possibile. Ma se, per caso, aveva necessità di rientrare, fuggiva a gambe levate ogni volta che mia madre gli veniva vicino. Era un gioco che piaceva a tutto il cortile. Le occasioni in cui gli uomini si mostravano terrorizzati di fronte alle donne, erano veramente rare. Mia madre si metteva a inseguire papà fra le colonne, e tutti ridevano a crepapelle …".

La realtà era invece profondamente diversa. E’ la stessa etimologia a darcene ragione: "La parola "harem … era una leggera variante della parola baràm, il "proibito", il "vietato". Questa, a sua volta, era il contrario della parola balàl, il "lecito", il "consentito". L’harem era un posto dove un uomo dava rifugio alla sua famiglia, alla moglie o alle mogli, ai figli e ai congiunti. Poteva essere una casa o una tenda, e il termine poteva essere riferito sia allo spazio che alla gente che vi abitava. Si diceva "l'harem del signor Pinco Pallino" per designare sia i membri della sua famiglia che la sua dimora fisica. Riuscii a vederci più chiaro quando Jasmina mi spiegò che la Mecca, la città sacra, veniva anche chiamata Haràm. La Mecca era uno spazio dove il comportamento era rigidamente codificato. Nel momento in cui vi si metteva piede, si era vincolati da un gran numero di leggi e di regole … La stessa cosa si applicava a un harem, quando il termine stava a designare la casa di proprietà di un uomo. Nessun altro uomo poteva entrarvi senza il permesso del proprietario e, una volta entrati, si dovevano rispettare le sue regole. L’harem aveva a che fare con lo spazio privato e le norme che lo regolano. Senza contare, diceva Jasmina, che per fare un harem, le mura non sono indispensabili. Una volta che si sa cosa è proibito, l'harem è qualcosa che ci si porta dentro. Ce l'hai nella testa, "scolpito sotto la fronte e sotto la pelle". Quest'idea di un harem invisibile, di una legge tatuata nel cervello, mi turbava e spaventava; non mi piaceva per niente …".

Ma Fatima nasce a Fez, nel 1940, quando il Marocco era dominato dai francesi, che a fianco della città vecchia, la medina, ne avevano costruita una nuova, dove abitavano loro, la Ville Nouvelle. Fatima dice che i francesi erano avidi ed in fondo anche strani perché "erano venuti da lontano per conquistare la nostra terra, sebbene Allah avesse dato loro un bel paese, con città operose, verdi campi ubertosi, e vacche così grasse che una sola dava tanto latte come quattro delle nostre. Eppure, chissà perché, i francesi volevano di più …".

Quegli stessi nazionalisti che si battevano per l’indipendenza del Marocco, non resistevano al fascino della civiltà degli occupanti, tanto che lo zio di Fatima, uomo molto più chiuso di suo padre, avvertiva il pericolo: "Un giorno, forse, riusciremo a buttare fuori i francesi, solo per svegliarci e scoprire che assomigliamo tutti a loro …". I nazionalisti erano, ovviamente con moderazione, per l’emancipazione femminile e sapevano cogliere, almeno in parte, quanto di buono porgeva loro quella civiltà straniera che li stava dominando. Una delle donne di casa (dell’harem) Mernissi può esclamare: "Un re francese regna, ora, su questa parte del mondo. Il suo titolo è Président de la République Française. Ha un enorme palazzo chiamato l'Eliseo, e - udite udite! - ha solo una moglie. Nessun harem, che si sappia. E quell'unica moglie passa il tempo a girare per le strade con una gonna corta e una profonda scollatura. Tutti possono guardarle il petto e il di dietro, ma nessuno dubita, neanche per un attimo, che il Presidente della Repubblica Francese sia uno degli uomini più potenti del paese. Il potere degli uomini non si misura più dal numero di donne che riescono a imprigionare. Ma questo suona nuovo nella medina di Fez, perché gli orologi sono ancora fermi al tempo di Harùn al Rashid".

Fatima ha una madre che anela alla libertà, che desidera per la figlia una vita diversa dalla sua, senza mura esterne ed interne2 ed una zia che gli dice "Quando ci si trova in trappola, impotenti dietro a delle mura, rinchiuse in un harem a vita … allora si sogna di evadere. E la magia fiorisce quando quel sogno viene espresso e fa svanire le frontiere. I sogni possono cambiare la vita, e, con il tempo anche il mondo. La liberazione delle donne comincia proprio da queste immagini che danzano nella vostra testolina, e che voi potete tradurre in parole". Ed è per questo che pagine e pagine del libro sono dedicate ad Hudà Sha’rawi, una bellezza aristocratica egiziana che aveva lottato contemporaneamente contro gli inglesi e per la liberazione delle donne, senza perdere la sua femminilità3.

Dal momento in cui Fatima viveva quegli avvenimenti che descrive nel suo libro è passato più di mezzo secolo: a fronte della dura situazione in cui vivevano le donne (e non dimentichiamo che queste autrici erano le figlie della borghesia illuminata dei loro Paesi, spesso con genitori affettuosi e premurosi e sempre con madri eccezionali, non provenivano mai dal profondo mondo dei diseredati, dei contadini) c’era la speranza, che Fatima traduce in poesie di toccante lirismo.

Ora a cinquanta anni di distanza, la speranza sembra essersi dispersa. La caduta dei regimi nasseriani e nazionalisti (per quanto di laico potessero avere), l’infeudamento alle vecchie potenze occidentali, non ha certamente portato le nuove classi dominanti a procedere sul cammino della liberazione della donna. "La nonna Jasmina si lamentava di aver dovuto aspettare, quando era giovane, otto notti per avere suo marito tutto per sé, aggiungendo, comunque, che forse non era il caso di lamentarsi se ci si confrontava con le concubine di Harun al-Rashid, il califfo abasside di Baghdad, ciascuna delle quali, in teoria, avrebbe dovuto aspettare novecentonovantanove notti, dato che Harun aveva un migliaio di giovani schiave. "Aspettare novecentonovantanove notti" diceva, " non è come aspettarne otto. Sono quasi tre anni! Perciò le cose si stanno mettendo meglio. Fra poco avremo un uomo, una moglie …". Ma, "Nei fatti, la legge non è mai stata cambiata. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, le donne musulmane si stanno ancora battendo perché la poligamia venga bandita. Ma i legislatori, tutti uomini, dicono che è una legge della sbarìa, una legge religiosa, e non può essere cambiata. Nell'estate del 1992, un'associazione di donne marocchine (Union d'Action Femmine, la cui presidente, Latìfa Jbabdi, è giornalista e brillante sociologa), rea di aver raccolto un milione di firme contro la poligamia e il divorzio, divenne il bersaglio della stampa fondamentalista, che pubblicò una fatwa, (un parere legale dato da un esperto in materia religiosa islamica), invocando l'esecuzione di quelle donne in quanto eretiche. Davvero, si può ben dire che il mondo musulmano è regredito dai tempi di mia nonna, quando si parla di condizione femminile. La difesa della poligamia e del divorzio, da parte della stampa fondamentalista, è in realtà un attacco al diritto delle donne a prender parte al processo legislativo. La maggior parte dei governi islamici, anche quelli che si dicono moderni, e le loro opposizioni integraliste, mantengono la poligamia nei codici di diritto di famiglia, non perché sia particolarmente diffusa, ma perché vogliono dimostrare alle donne che le loro esigenze non hanno il minimo peso. La legge non è lì per servirle, né per garantire loro sicurezza emotiva e diritto alla felicità. L’idea prevalente è che le donne e la legge non abbiano a che vedere tra loro; le donne devono accettare la legge degli uomini, perché non possono cambiarla. La soppressione del diritto maschile alla poligamia starebbe a significare che le donne hanno voce in capitolo nel processo legislativo, che la società non è governata da e per i capricci degli uomini. L’atteggiamento dei governi islamici nella questione della poligamia è un buon indice di come accolgono le idee democratiche ... ".

Gli attuali governanti arabi, pochissimi dei quali resisterebbero ad elezioni democraticamente organizzate, a fronte della marea fondamentalista che li accusa, non senza ragione, di depredare e di vendere i loro Paesi, da una parte conducono nei confronti dell’opposizione una dura repressione, dall’altra, nell’area della quotidianeità, cedono via via sempre più alle richieste degli integralisti, nell’illusione di fermarli. Così, da una parte abbiamo un’élite che vive racchiusa nei propri palazzi, in quartieri separati e vigilati militarmente e che spera o si illude di entrare a far parte dell’"impero", della "classe" dei potenti della terra, che ha negli Stati Uniti il proprio riferimento4. Così, dall’altra cresce la massa dei diseredati, che sente di essere ascoltata solo dagli integralisti e che non vede nulla di buono (al contrario di quanto accadeva ai nazionalisti marocchini degli anni di Fatima bambina) venire da quegli stranieri che dominano indirettamente, ed ora (con il ritorno al colonialismo classico delle guerre di Bush), direttamente, il loro Paese. Per cui la moglie del "re" francese, di cui tutti possono guardare il petto e il di dietro, non è più l’immagine dell’emancipazione, ma il segno di una condotta scandalosa e riprovevole.

Non è forse questo che pensano gli sciti antiamericani d’Irak? Non è stato forse un simbolo delle progressive sorti democratiche del libero Irak, l’annunciatrice RAI che dalla città santa di Karbala ci parlava con tanto di velo (rispetto per il Paese che l’ospita? Ma non comandano gli americani? Certo è che gli americani staranno più che attenti a rispettare i sentimenti religiosi dei popoli conquistati: tanto quello che a loro interessa è il petrolio, o come dice, la Klein, il petrolio, le strade, i telefoni, l’acqua ecc.)? E’ una storia vecchia. Al tempo dei governi comunisti in Afganistan le giovani di Kabul andavano all’Università in minigonna, poi cacciati gli atei ed i russi hanno avuto la libertà di stare chiuse in casa. E così succederà in Irak.

Nessuno ha probabilmente calcolato la somma di dolore che la guerra di Bush provocherà in masse sterminate di uomini e, fondamentalmente, di donne. I cosiddetti regimi moderati (filo-occidentali) se cadranno, saranno sostituiti da governi fondamentalisti all’iraniana; comunque, per arginare la protesta e per conservare il potere, continueranno nella loro politica di repressione e di sempre più ampie concessioni, nella sfera del privato, ai religiosi, con un arretramento a livello di diritti civili, spaventoso. Pochi hanno rilevato la notizia che nelle Province pakistane del nord-ovest (l’area tribale al confine con l’Afganistan, che, com’è noto, gode di una forte autonomia interna), le elezioni locali sono state vinte dai fondamentalisti, tanto che un giornalista di "D" di "la Repubblica" ha definito quell’esito elettorale, la rivincita dei Talebani5. E certamente si troverà in difficoltà quel principe saudita che vorrebbe concedere la patente alle donne. Difficilmente le donne musulmane vedranno quel mondo che Fatima sognava, quando con le compagne allestiva sulla terrazza rappresentazioni teatrali e recitava:

" ………………………………

Oh sì, incanterei le folle ricreando

con magiche parole e gesti misurati

come Asmahan e Shama prima di me, un sereno

pianeta in cui le case sono senza portoni,

e le finestre danno su strade sicure.

Li condurrei per mano a camminare

dove la differenza non pretende veli

i corpi delle donne si muovono con naturalezza

e i loro desideri non portano dolore.

Per loro e insieme a loro, inventerei poesie

lunghe poesie che dicono di non aver paura.

………………………………………

1 " … E’ l'harem imperiale ottomano che ha esercitato sull'Occidente un fascino quasi ossessivo. E’ questo harem turco che ha ispirato centinaia di dipinti orientalisti dei diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo, come il famoso Bagno turco (1862) di Ingres, o le Donne turche al bagno di Delacroix (1854), o Nel giardino del Bey di John Frederick Lewis (1865). Gli harem imperiali, ovvero, quegli splendidi palazzi pieni di donne sontuosamente vestite e reclinate in pose lascive e indolenti, con schiavi sempre pronti e eunuchi a guardia dei cancelli, esistevano quando l'imperatore, il suo visir, i generali, gli esattori delle tasse etc. avevano influenza e denaro sufficienti a comprare centinaia e a volte migliaia di schiavi dai territori conquistati, e quindi provvedere alle ingenti spese di gestione domestica …", Fatima Mernissi, La terrazza proibita, Firenze, Giunti, 1966.

2 "Educazione è conoscere i hudud, i sacri confini, asseriva Lalla Tam, direttrice della scuola coranica … essere musulmani e rispettare i hudud sono una cosa sola. E per un bambino, rispettare i hudud significa obbedire … La mia infanzia è stata felice perché i confini erano di una chiarezza cristallina … Hudud per eccellenza, o confine assoluto, era il nostro portone di casa. Attraversarne la soglia, sia per uscire che per entrare, era un atto da compiersi previa autorizzazione. Ogni movimento doveva essere giustificato … si trovava faccia a faccia con Ahmed il portinaio …", Fatima Mernissi, La terrazza proibita, Firenze, Giunti, 1966.

3 "Le vite delle femministe sembravano tutte fatte di lotte e matrimoni infelici, e mai di momenti di gioia, notti d'amore, o qualunque cosa potesse dar loro la forza di tirare avanti. "Gli uomini arabi erano molto sensibili al fascino di queste signore iperattive, pioniere delle nuove idee", diceva la zia Habìba. "Cadevano al loro piedi di continuo, ma non si è mai sentita una parola su quegli abbracci appassionati, un po' perché le femministe pensavano che fossero politicamente irrilevanti, un po' perché si censuravano da sole, per paura di essere attaccate come donne immorali ... Comunque stessero le cose, fu proprio a quel tempo e in quella sede che presi la seguente decisione: se mai avessi guidato una battaglia per la liberazione delle donne, mai e poi mai avrei trascurato la mia sensualità. Come diceva la zia Habìba, "Perché mai ribellarsi e cambiare il mondo se non puoi avere quello che ti manca nella vita? E quello che manca in assoluto nelle nostre vite è l'amore e la passione. A che serve organizzare una rivoluzione, se il nuovo mondo che nasce è un deserto emotivo?". Nelle Mille e una notte, le eroine di Shahrazàd non scrivevano di liberazione - in compenso, però, la vivevano, pericolosamente e sensualmente, e riuscivano sempre a tirarsi fuori dal guai. Non cercavano di convincere la società a liberarle iniziavano a liberarsi da sole". Fatima Mernissi, La terrazza proibita, Firenze, Giunti, 1966.

4 "Questo è l’Impero che sta nascendo, con la stigmate della guerra. Ne fanno parte i veri potenti della Terra, non importa dove vivano, visto che hanno tutti gli stessi standard, s'incontrano tutti negli stessi posti che diventano sempre più esclusivi, fanno studiare i loro figli nelle stesse università, si divertono insieme negli stessi luoghi che si vanno sempre più trasformando, non importa in quale continente si trovino, in quale città o regione, in zone sempre più blindate, isolate, circondate da alte mura, guardate da speciali vigilanze. I potenti della super-società globale non sono, necessariamente, i governanti dei singoli stati del pianeta. Dipende. Nemmeno tutti gli uomini di governo dei paesi oggi riconosciuti come democratici hanno il diritto automatico di entrare nell'élite globale in cui non necessariamente si accede per elezione a suffragio universale. Anzi, è piuttosto vero il contrario. Vi si accede, di regola, per criteri diametralmente opposti a quelli democratici. Ma l'accesso a questa élite non è automatico neppure per i dittatori che non sono stati eletti da nessuno o sono arrivati al potere con plebisciti che non hanno nulla di democratico o che hanno preso il potere con colpi di stato". G. Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002. Si vedano, anche, le recensioni di chi scrive, in questo stesso "link", a "Nero Pakistan" e a "La sposa pakistana".

5 Si tratta di una serie di articoli, che stanno apparendo nella rivista dal n. 346/2003, che affrontano il tema dell’affermarsi delle posizioni integraliste ed antioccidentali in una vasta area del mondo musulmano.

 

 

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