5 aprile 2011 da  Valentina Nordio: RABBIT HOLE

RABBIT HOLE

LA RISPOSTA AD UN SADICO DESTINO

 

Ogni morte trascina chi sopravvive in domande per le quali non c'è risposta. Mondi paralleli e irreali, che si moltiplicano in maniera esponenziale e conducono la mente in scenari alternativi e allucinatori, e questo avviene anche quando le morti sono annunciate e comprensibili, ammesso che esistano morti comprensibili. Il tormento è triplicato quando a morire è un bambino, che aveva un’intera vita davanti, non un bambino qualunque, ma il proprio figlio. Questo, il sunto della storia di Rabbit Hole, un adattamento dell’omonima opera teatrale di David Lindsay-Abaire, vincitrice del Premio Pulitzer 2007: uno splendido film che racconta efficacemente la risposta ad un tragico evento da parte di due genitori. Un viaggio introspettivo di un lutto familiare, che genera due risposte opposte, accomunate dalla privazione di punti di riferimento, due tentativi di sopravvivere di fronte ad una perdita incolmabile. Da una parte, la volontà di cancellare ogni riferimento materiale al passato, dall’altra un attaccamento ossessivo a quello che è stato: una diversa sensibilità, dunque, che porta una giovane coppia, un tempo affiatata ed unita, a sgretolare la propria essenza, rischiando il logoramento. Il regista, John Cameron Mitchell, cerca di evidenziare, attraverso la narrazione di una storia delicatamente toccante, come la differenza nel modo di vivere il dolore può essere causa di incomprensioni, andando ad intaccare la sfera intima e sessuale di due persone innamorate.

  

 

 

 Un film che non tratta una tematica originale, ma che lo fa in maniera sobria e lontana dalla retorica della sofferenza: l’obiettivo non è commuovere e impietosire, ma far riflettere sull’elaborazione del lutto. Nasce così un’opera cinematografica di spessore, dalle inquadrature precise, il cui fulcro tematico è incentrato sull’anello ricorsivo che vede gli atteggiamenti di autodifesa dei due genitori, essere contemporaneamente la causa e l’effetto l’uno dell’altro. Un rapporto di reciprocità che conduce ad un’incomprensione comune, di fronte ad un sadico destino. La sensazione che l’altro non viva il lutto nella maniera “giusta”, crea tra i due un vuoto sempre più grande ed alimenta il malessere e la mancanza di dialogo.

L’architettura della narrazione presenta un disegno della storia realizzato mediante continui flashback: la soglia d’ingresso nel mondo raccontato non inizia dal segmento iniziale; la successione degli eventi è resa visibile attraverso continue focalizzazioni. Mitchell narra un percorso nel tempo, ma non permette di coglierne subito tutti gli istanti, così come non permette di captare il campo totale di ciò che è accaduto. Decide di focalizzare singoli campi di visione, facendo intervenire lo spettatore accorto, chiamato a ricostruire l’intera vicenda. Perché qui non è importante il come quel tragico evento sia successo, ma ciò che  ha provocato. Ci troviamo così di fronte ad un universo di emozioni, esposto attraverso i ricordi dei protagonisti, che rivelano particolari ricchi di significato, per ricostruire la storia nella sua globalità. Un mondo interpretato da una splendida Nicole Kidman e da Aaron Eckhart, nei panni di Becca e di Howie Corbett.

La donna, ex manager in carriera, vive un macigno reattivo che la porta ad innalzare un muro con il passato. Cerca così di ritrovare il senso della propria esistenza, rifugiandosi in un’apparente immunità al dolore, nella convinzione che l’eliminazione di ogni traccia legata al figlio, sia un espediente per alleviare le sue pene.

 

 

  

Allaccia un legame con Jason (interpretato in maniera egregia da Miles Teller), il giovane artista di fumetti che otto mesi prima, a bordo della sua auto, aveva travolto il piccolo Danny, di quattro anni. Un incidente involontario e fatale: il bambino, rincorrendo il proprio cane, aveva attraversato la strada nel momento sbagliato. Coincidenza o causalità. Sta di fatto che la possibilità di confronto dà ad entrambi la possibilità di metabolizzare il dolore, come una sorta di valvola di sfogo: un puro rapporto di condivisione nel quale in più occasioni, Jason è colpito da sensi di colpa per quella che teme possa essere stata una sua eccessiva velocità alla guida. Dal giorno della disgrazia, il ragazzo comincia a lavorare ad un fumetto, intitolato “Rabbit Hole”, che narra di mondi paralleli in cui, si scoprirà in seguito, Becca e il figlio volano nell’universo, in una dimensione atemporale: un’altra risposta al dramma, un’altra possibilità offerta allo spettatore di ricondurre un’analisi del dolore.

 

 

 

Così come quella che viene data dall’interpretazione magistrale di Dianne West, nelle vesti di Nat, la madre di Becca, che da anni convive con la sofferenza interiore per la perdita di un figlio, a causa di un’overdose fatale.

Howie, invece, è ingarbugliato nel passato, che affiora con insistenza nel quotidiano, attraverso video e fotografie del figlio memorizzati sul telefonino. Cerca così conforto nello sport, negli amici e in un gruppo di genitori che hanno perso i loro figli, una sorta di corso terapeutico di “auto-mutuo-aiuto”, dove i membri, sfogandosi, si danno reciproco sostegno.

Vengono raccontati momenti in cui l’uomo desidererebbe tornare ad un rapporto normale con la moglie, ma è un tentativo vano che lo conduce sul bilico del cedimento, della fragilità carnale ed etica attraverso la frequentazione di una donna conosciuta al corso.
 

Il titolo del film, in italiano “La tana del coniglio”, rimanda agli universi paralleli disegnati da Jason, paralleli come le strade intraprese dai coniugi Corbett, da Net e dallo stesso giovane artista, per trovare un appiglio per il domani.

Le risposte al dolore sono soggettive, intime e private. “Rabbit Hole” ne offre alcuni esempi.

Valentina Nordio

 

 


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