31 maggio 2007

Dario Ghelfi

 

 

 

IL COLLARE DI FUOCO

 

Chi scrive è appassionato di storia ed è sempre stato attratto da quella che si potrebbe definire la “storia” alla periferia, intendendo con questo termine il riferimento ad aventi di Paesi lontani o ad accadimenti che hanno trovato limitato accesso nell’editoria storica. Valerio Evangelisti, il creatore dell’inquietante inquisitore Eymerich, non è nuovo a queste fatiche. Alcuni anni or sono si occupò , in “Antracite”, dei conflitti sociali che agitarono gli Stati Uniti (nel caso specifico, la Pennsylvania), dopo la fine della Guerra civile. Anche la storia degli Stati Uniti è per molti aspetti misconosciuta: di quel Paese, infatti, sappiamo ben poco al di fuori della conquista del West e del genocidio degli Indiani e delle varie guerre che gli Stati Uniti hanno condotto. Con un’osservazione: parlando di guerre si concentra l’attenzione verso quelle considerate “nobili” (la prima e la seconda guerra mondiale, quando i nordamericani sarebbero intervenuti per difenderci dal totalitarismo, degli Imperi centrali la prima, del nazismo, la seconda) e nulla, o poco, si sa di quelle coloniali (Filippine, Cuba, Portorico, dopo la distruzione dell’impero coloniale spagnolo nel 1898, ad esempio) e delle varie occupazioni (dalle Haway, al Texas, alle isole del Pacifico). Per quanto concerne poi la questione indiana, assistiamo a qualcosa di sconvolgente; il genocidio non è negato (caso unico al mondo), ma è celebrato, in particolare dal cinema (e con grandi “maestri”, oltre a tutto), tanto è vero che bisogna aspettare i mitici “Soldato blu”, “Piccolo Grande Uomo” e “Un uomo chiamato cavallo”, nella seconda metà del secolo scorso, per vedere avviata una certa revisione critica, almeno nei media.

         Evangelisti ritorna sul tema storico, occupandosi, questa volta, della storia del Messico e dei rapporti tra gli Stati Uniti ed il Messico,  pochi anni dopo la celebratissima rivolta del Texas (ricordatevi di Alamo), dalla sua annessione e dalla guerra disastrosa che fece perdere al Messico quasi la metà del suo territorio.

         La storia ha inizio da una misconosciuta rivolta di residenti messicani che erano rimasti nel Texas, dopo la sua adesione agli Stati Uniti e si snoda attraverso le poco note vicissitudini del Messico nel corso di quella Guerra della Riforma, che oggi è ricordata solo per la collocazione sul trono del Paese centroamericano, di Massimiliano di Austria, appoggiato da un corpo di spedizione francese (Napoleone III), da mercenari europei e dai conservatori messicani. Anche la storia del Messico è fortemente sconosciuta in Italia, a parte il periodo della Rivoluzione Messicana di Madero e Zapata, con una sovraesposizione cinematografica per la figura del generale Pancho Villa.

C’è qualcosa del primo filone delle opere di Evangelisti, quello dello spietato inquisitore Eymerich, anche in questo nuovo romanzo, ed è l’alto grado di efferatezza di cui danno prova alcuni dei protagonisti de “Il collare di fuoco”: assassini di professione e d’occasione, che si muovono in scenari che molto sanno di genocidio e di piacere nel dare la morte. D’altra parte la storia del Messico è contrassegnata dalla violenza, specie politica, che trova puntualmente riferimento nei rapidi cambiamenti di fronte, al termine delle rivoluzioni vittoriose, cui seguono immancabilmente feroci repressioni ed eccidi di massa. Una violenza che è continuata e che continua anche ai giorni nostri, che si concretizza in rivolte, nelle conseguenti repressioni, in assassini politici e che tracima nella società civile (il caso dei crimini di Ciudad Juarez è illuminante).

 

 

 

 

Di genocidio possiamo parlare, senza dubbio alcuno, quando si tratta degli indiani, allorché il dittatore Porfirio Diaz, in contrasto con la precedente politica messicana di tolleranza verso i reietti del grande Nord (prima della guerra di secessione, il Messico era un rifugio per gli schiavi neri che fuggivano dagli stati schiavisti del sud), ne ordina il massacro.

E la carneficina è descritta in tutta la sua crudezza, con i suoi protagonisti che sembrano più disgustati di sporcarsi con il sangue delle loro vittime, che non di uccidere degli inermi: “ … Per compiacere i gringos e gli altri stranieri ci mandano a sterminare gli indiani Apaches. Quelli scendono a sud per sfuggire ai Rangers. Si illudono di trovare in Messico la stessa ospitalità di un tempo. Invece trovano noi, con l’ordine di sterminarli impartito da Diaz e dal suo stato maggiore … Il generale sorrise. “ Devo deludervi, il nuovo governatore di Chihuahua non ha riconfermato il tariffario dei premi per chi porta uno scalpo di un uomo, di una donna o di un  bambino … Invece ci saranno premi consistenti se, tra oggi e domani, la tribù di Victorio sparirà dalla faccia della terra … Lo stesso Barela, dopo aver esaurito il caricatore del fucile sia il tamburo del revolver, ricorse al machete … Sventrò un ragazzo e si ritrovò i pantaloni imbrattati di sangue. La sua giacca fu sporcata quando sfondò tre teste in successione. Una ragazza mutilata gli lordò braccia e mani. Altri spruzzi lo investirono allorché aprì la schiena di una madre che fuggiva con il bambino in braccio. Non ebbe il coraggio di uccidere il piccolo: ci pensò Paco, che gli pestò la testa sotto gli stivali finché non si ruppe …”.

 

 

 

                                                    Porfirio Diaz

 

 

                                                         Victorio

 

Se gli indiani sono trattati peggio degli animali (quando Porfirio Diaz ordina ad un suo ufficiale di uccidere una donna, piantandole la spada nella pancia, per vincerne le resistenze, gli suggerisce di far “conto che sia un’indiana”, consigliandolo di evitare di doverle tagliare la gola, perché “esce troppo sangue”: il sangue infatti sporca), non è che i soldati, di tutti i governi che si succedono nel periodo di tempo che è preso in considerazione dall’autore, usino la mano leggera nei confronti dei lavoratori, dei sindacalisti, degli anarchici, che vengono impiccati senza processo lungo le strade.

Quello di Evangelisti è un romanzo storico, in cui compaiono, quasi sempre, ad esclusione di Porfirio Diaz, personaggi minori o comunque “secondari”, a significare che i grandi eventi sono la logica conclusione di una miriade di fatti più “piccoli”, posti in essere da attori meno appariscenti, che risultano essere però i veri motori della storia. Quella storia che qui ha inizio nel 1859 con la già citata insurrezione di Juan Nepomuceno Cortina (considerato una sorta di eroe in Messico e un bandito negli Stati Uniti), un ricco possidente messicano, che pure aveva parteggiato per quell’indipendenza texana che si era poi trasformata successivamente in adesione agli Stati Uniti.

 

 

 

                                                       Cortina

 

E’ un’insurrezione determinata dalle discriminazioni che i messicani rimasti in Texas sopportano ad opera dei texani e che sarà facilmente repressa. Cortina è uno dei tanti “piccoli” protagonisti della storia messicana, così come lo sono praticamente tutti gli altri personaggi, anche se ovviamente l’autore ne ha romanzato la biografia, calandone le vicende nella convulsa azione quotidiana ed enfatizzandone le questioni
personali e private.

Dei “grandi”, di Benito Juarez e di Massimiliano d’Austria arriva solo l’eco.

 

 

Benito Juarez

 

 

Fucilazione di Massimiliano a Queretaro (Manet)

 

Il romanzo si chiude nel 1890, all’indomani della rielezione (si fa per dire) del dittatore Porfirio Diaz. La vicenda è raccontata attraverso lo snodarsi di capitoli, in certo qual modo autoconcludentisi, con i vecchi protagonisti che via via ritornano, con nuovi attori che compaiono, il tutto in un quadro che non é storia di quegli uomini e di quelle donne, ma dell’intera nazione messicana. Una storia drammatica con quegli improvvisi rovesciamenti di alleanze, che richiamano tante altre storie nazionali e, in generale, la storia di tante rivoluzioni.

Quando i conservatori messicani chiamano in aiuto le potenze europee e l’ambizione di Napoleone III reinventa l’impero messicano (c’era già stato l’effimero impero di Iturbide, dopo l’indipendenza) affidandone il trono ad un incauto Massimiliano d’Asburgo, la nazione compatta lotta per l’indipendenza nazionale, con le varie fazioni liberali che si uniscono contro il nemico interno ed esterno, rappresentato da quella Francia che tutti i liberali amavano e da cui si sentono traditi (ci sono, anche, in questa grande alleanza, quelli che venivano chiamati i “liberali rossi”). Terminata la guerra di liberazione (come tante volte è successo), una delle componenti dell’alleanza rivoluzionaria, quella che rappresenta la nuova borghesia, si lega agli U.S.A. (ora liberi dalla Guerra di secessione) e al capitalismo internazionale e cambia il nemico: liberali “rossi”, anarchici e socialisti, sono spietatamente repressi insieme agli indios, che qua e là si ribellano ai nuovi padroni liberali, che hanno strappato le terre alla Chiesa, istaurando un regime di sfruttamento dei contadini peggiore di quello ecclesiastico. E, al fine di modernizzare il Messico, ecco che gli stessi liberali strappano ai villaggi ed alle collettività le terre comuni, mentre i capitalisti europei ed americani riducono il Messico ad uno stato fantoccio. Una storia che ricorda qualche cosa anche a noi italiani (vedi, ad esempio, la situazione del sud dopo l’unificazione).

L’eroe della guerra di liberazione, Porfirio Diaz, diventerà uno spietato dittatore, che si muoverà demagogicamente al fine di irreggimentare il movimento sindacale ed operaio, di cui farà uccidere da sicari i capi. Accanto a Diaz gli americani (il “collare di fuoco” per il Messico), che dalla metà del secolo diciannovesimo continuamente intervengono negli affari interni del paese vicino (i sudisti sconfitti sognano, addirittura, di ricostruire la Confederazione in territorio messicano), con i loro capitalisti e le loro truppe. Ma c’è uno spiraglio: se é un americano il feroce sicario di Diaz, ci sono americani anche tra le poche figure positive del romanzo: accanto ai sindacalisti del Knights of Labor (il Noble and Holy Order of the Knights of Labor, che fondato nel 1869 in Philadelphia si era esteso anche in Messico, al seguito dei lavoratori e dei tecnici americani là trasferitisi), la bella figura di Christine, una giovane donna, senza pregiudizi, che ama un rivoluzionario messicano. Il tutto mentre la borghesia messicana offre lavoro servile alle aziende straniere e non, con un patto scellerato con la direzione delle carceri nazionali.

L’autore, che vive per qualche mese all’anno a Puerto Escondido, ha dichiarato che a questo seguiranno altri romanzi, a raccontare la storia del Messico per tutto il Novecento: attendiamo impazienti di leggerli. E nel frattempo, sollecitati da Evangelisti, ci siamo messi a rileggere quanto in casa avevamo sulla storia di questo grande e tragico Paese.

 

 

 

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