31 luglio 2004

Dario Ghelfi                    

 

 

LETTERATURA E REPUBBLICA ISLAMICA

 

 

Non è un libro facile quello della Nafisi[1], ma è necessario leggerlo. Forse gli nuoce il titolo e lo scorrere superficialmente l’indice, laddove l’autrice presenta le sue riflessioni e i suoi studi sulla “Lolita” di Nabokov, sul “Grande Gatsby” di Fitzgerald, su Henry James e su Jane Austen (Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Milano, Adelphi, 2004), ciò che può indurre a credere che si tratti solo di un testo di analisi letteraria, per addetti ai lavori. E’ anche questo, “Leggere Lolita a Teheran”, ma non è l’unico piano di lettura, perché la critica letteraria diventa il tramite per misurarsi con i problemi delle persone e della società in cui l’autrice si trova a vivere.

 

 

 

 

 

Ed è questo il secondo piano di lettura del libro; in realtà, attraverso le lezioni dell’autrice, che è stata docente all’Università di Teheran, alla facoltà di Lingue e Letterature Persiane e Straniere, ripercorriamo la storia della “rivoluzione islamica”, dalla caduta dello Scià alla realizzazione della più totalizzante ed antistorica dittatura dei tempi moderni.

            Il libro inizia con Azar che, dopo aver rinunciato all’insegnamento universitario, perché rifiuta di portare il velo all’Università (velo che è costretta comunque ad indossare nella vita quotidiana, nelle strade, nei luoghi pubblici, in “drogheria”, laddove l’autrice afferma con forza che l’Università non è una “drogheria”), organizza un seminario, con un gruppo scelto di giovani studentesse, sulla letteratura anglosassone.

         Il seminario, che è un’occasione per aprire il sipario della vita privata della docente e delle sue allieve, diventa lo strumento per raccontare, attraverso l’analisi letteraria, la storia dell’Iran dal 1979 e per analizzarne la società, al tempo della repubblica islamica.

         Ed ecco i momenti che scandiscono la rappresentazione di Azar:

1.     il nero contro i colori. Lo choc che l’autrice provava tutte le volte che al seminario, a casa sua, le studentesse si toglievano il velo e la veste “per diventare di botto a colori”, i foulard colorati, nei momenti di alleggerimento della repressione;

2.     la morte contro la vita, che si coniuga con l’immobilità contro il movimento, il silenzio contro il rumore, il dolore contro il piacere. E’ lo slogan di Khomeini, secondo cui la Repubblica islamica sopravviveva grazie ai suoi lutti, è la strana simbiosi tra la rivoluzione e la morte, che Azar ricorda, quando morì l’ayatollah Teleghani.  “ … assaporai il piacere disperato e orgiastico di questa forma di lutto pubblico, di fatto l’unica occasione che le persone avevano di mescolarsi, toccarsi e condividere un’emozione senza doversi trattenere o sentirsi in colpa”; sono i giovani che vanno ai concerti e, così come i musicisti,  non possono accompagnare il ritmo della musica, muovendo il corpo; sono i cinema bruciati nei primi giorni della Rivoluzione;

3.     la donna come vittima sacrificale, con un’ossessione antifemminista e antisessista che raggiunge il paradosso (si può mangiare un pollo, con cui si è fatto sesso? lasciar scorgere una ciocca di capelli dal foulard é equiparabile a lasciar intravvedere il pube?). E le sue studentesse, in una società che sancisce che “un buon musulmano non dovrebbe mai toccare una namahram – cioè una donna che non sia sua moglie, sua madre o sorella”, che si chiedono se le donne hanno gli stessi diritti al piacere degli uomini! Ma la realtà è quella di una sorvegliante che sfrega il volto di una docente universitaria per toglierle il trucco che non si è messo; è quella delle ragazze che sono  ispezionate, a scuola, dal Preside e dal professore di moralità, e costrette a mostrare le unghie e le ciglia (“ … erano troppo lunghe e si sospettava che usasse il mascara …”); è quella delle ragazze che sono riprese perché sorprese a mordere mele “in modo troppo provocante o che sono rimproverate per un paio di calzette rosa. Donne che non possono intrattenersi con un amico in un bar; donne cui si raccomanda, ai tempi dei bombardamenti irakeni, di vestire “in maniera consona quando andavano a letto, così se il loro palazzo fosse stato colpito non sarebbero rimaste “esposte agli sguardi di estranei in modo indecente” “. Ed illuminanti sono le note dell’autrice, quando ricorda come sua nonna, religiosissima, portava il chador,  come un suo rifugio personale, un suo mondo, e che “era stato macchiato per sempre dalla connotazione politica che aveva assunto …”).

 

         Quello che avviene nella Repubblica islamica è, per taluni, un furto del passato, tanto da vedersi trasformati in esuli nel proprio Paese, cui si contrappone, per altri, i giovani, il vuoto dei desideri irrealizzati, in un contesto di vera e propria deprivazione sensoriale (Mitra, una studentessa di Azar, è sconvolta quando, per la prima volta, a Damasco, cammina, in maglietta e jeans, mano nella mano, con il suo ragazzo). E’ l’estraneità a se stessi, di cui è simbolo, per le donne, l’imposizione del velo (“Se mi guardo allo specchio, mi fa odiare l’estranea che sono diventata); è il taglio con il mondo esterno, con la scomparsa della narrativa occidentale dalle librerie; è l’incredibile violenza sul quotidiano (persone che perdono la libertà perché ridono in pubblico o stringono la mano ad una persona dell’altro sesso), che uccide ogni intimità, fino a far scomparire la persona; è la devitalizzazione della cultura (l’“impotenza estetica”), per cui poeti e scrittori diventano i cani da guardia che conducono il gregge, di cui l’imam è il pastore, per liberare il Paese dalla decadente cultura occidentale; sono i romanzieri del regime che brillano per la loro ignoranza; é la censura cinematografica diretta da un ipovedente (praticamente cieco, scrive Azar!)

Da punto di vista più prettamente politico assistiamo al tragico, cieco, ineluttabile muoversi del movimento marxista (ed in particolare del Partito Comunista) verso il suicidio istituzionale e la morte fisica dei suoi membri, quando non oppone alcuna resistenza alla cancellazione dei diritti individuali ed alle azioni dell’integralismo islamico avverso le donne e quelli che definisce “liberali”. Le appoggia, invece, nell’assurda convinzione che la difesa dei primi e l’ostilità all’obbligatorietà del chador, siano battaglie di retroguardia, in difesa di privilegi borghesi, che minano quello che dovrebbe essere un comune fronte anti-imperialista ed antiamericano. E così i laici, gli uomini di sinistra, i comunisti (che dominavano nelle università) entreranno nel numero dei “cani rabbiosi” da eliminare, con il governo che armerà, contro di loro, squadracce armate di quegli operai che avevano tanto mitizzano.
E si vedranno madri, alla televisione, che spiegano ai figli marxisti che meritano di morire, perché hanno tradito la rivoluzione, ottenendo da quelli un contrito assenso, e le foto dei giustiziati sui giornali,
e ci saranno i processi spettacolo, con gli imputati “impazienti” di denunciare le loro azioni passate, con i parenti che si congratulano con i congiunti più stretti per l’esecuzione di figli e nuore,
e sapremo di ragazze già vergini, giustiziate dopo essere state unite in matrimoni temporanei e deflorate dai loro aguzzini[2],
e ci saranno le minoranze perseguitate, come i  baha’i, che non riescono a seppellire i loro morti
e la gente si abituerà alla persecuzione, con il suo corollario di morti, che nel testo sono ritmate, con apparente noncuranza, dalla parola “giustiziato” (con le foto delle vittime nascoste nelle scarpe)
e sarà l’orrore, disegnato con lievità, delle lapidazioni delle prostitute o della vecchia Preside dell’autrice : “ … la signora Parsa che, come le prostitute, era stata accusata di “corruzione”, “crimini sessuali” e “offesa alla decenza e alla morale pubblica” e il cui vero delitto era aver ricoperto l’incarico di Ministro dell’istruzione? E che simili accuse è stata chiusa in un sacco e lapidata, o forse fucilata?”

Significative sono, infine, le pagine che Azar dedica alla guerra, che il regime sfrutta per la sua “guerra santa” contro il nemico interno: chi non era per il regime era antipatriottico, filoirakeno, traditore, da giustiziare. La guerra (a dire il vero scatenata dall’Iraq, con il beneplacito e gli armamenti degli occidentali, che durò dall’1980 al 1988 e che costò più di un milione tra morti e feriti) come benedizione divina.

Ma non ci dicono nulla queste posizioni, che sono ricorse, ricorrono, ricorreranno sempre, quando un Paese è in guerra e i vari governi considerano traditori chi a quella guerra si oppone, quando il dissenso diventa vilipendio della bandiera, tradimento della patria e spregio per i propri soldati caduti?

         Ma la speranza non muore e Azar ce la porge attraverso la letteratura: il romanzo come un’esperienza sensoriale (qualcosa da inalare, da trattenere nei polmoni, che acuisce le percezioni), che fa sentire la complessità della vita e “difende dall’ipocrita certezza nella validità delle vostre opinioni, nella morale a compartimenti stagni”. E’ la letteratura quella che sorregge Azar, che riesce anche a salvaguardare il suo matrimonio andando in esilio con il marito, un uomo aperto e mite, che la sostiene e la segue, malgrado soffrisse meno della moglie a vivere nella Repubblica islamica, in quanto maschio e tecnico (e come tale, tutto sommato, lasciato tranquillo dal regime). In un libro in cui non si possono che disprezzare degli uomini che si rendono colpevoli di tante colpe nei confronti delle donne, ci solleva leggere che Bijan sia considerato da Azar “letteralmente” la sua metà.

 

 

 

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[1] Azar Nafisi sarà a Mantova, al Festival della Letteratura, il prossimo settembre.

[2] Vedi la recensione “Persia a Fumetti”, sul volume di Marjane Satrapi, Persepolis.