31 agosto 2004

 

 

 

 

Anna Pacifico ha insegnato Storia e Filosofia ed è attenta studiosa, sin dagli anni settanta, delle problematiche inerenti la cultura delle differenze e la soggettività femminile.

E’ coinvolta in convegni di studio, seminari e progetti culturali. E’ autrice di recensioni, articoli e saggi relativi a tematiche storico-letterarie pubblicati su riviste nazionali e internazionali.

Dopo il saggio didattico Max Weber e i fondamenti della sociologia politica (ed.Il Segno dei Gabrielli) ha orientato i suoi interessi verso la narrativa, con Tutto il tempo da vivere (romanzo breve, Adda 2001) e Il gioco dei fiammiferi (racconti, Il Segno dei Gabrielli 2002).

Per questa casa editrice ha pubblicato, inoltre, tre raccolte di poesie: Quando s’apre il silenzio (2003), Per rabbia e per amore (2004), Di Eva in Eva ( 2006).

 

 

 

 

Questo romanzo nasce dal rapporto, privilegiato dalla scrittrice, “guancia a guancia con la filosofia e la poesia”. Anna Pacifico ripropone, infatti, un tema che le sta a cuore, quello del gioco della frammentazione e della scomposizione del soggetto, costretto a ricadute e a continue risalite dalle profondità dell’Essere.

In questo romanzo è posto in risalto il tentativo, esercitato in varie forme di esercizio psichico, di riconquistare, fosse anche l’ultimo atto prima della fine, nuovi ambiti in cui radicarsi e ristabilire il proprio dominio. Reggere, ricomporre l’organizzazione d’un universo in via di disgregazione in cui il soggetto pretende ancora di esserne la ragione, a dispetto della morte che incombe sul suo destino, questo, in sintesi, l’asse semantico su cui ruota l’intera vicenda.

I personaggi, connotati qui nello spaccato sociale del secolo scorso, assumono funzioni simboliche in eterno conflitto, talvolta sospinti al tragico annientamento di sé. I reali protagonisti di questo romanzo infatti, Olga e Valter, volendo sottrarsi all’angoscia di trovarsi incarcerati, intromessi nell’altro o nell’altra, finiscono per diventare prigionieri di effetti di simmetria che si alternano in un gioco di relazione che sembra non avere mai fine.

La possibilità di un dialogo, non escluse le divergenze generazionali, non è che faticosa ricerca di un linguaggio che stenta a formulare un discorso esaustivo e può monologare o tutt’al più essere interpretato. Quel che resta è un inespresso tentativo di ricognizione e di accomodamento, pena il mutismo, sintomo di rimozione, di cedimento.

Per Olga, prima protagonista di queste pagine, l’Altro, sagoma lontana,  relegata nel passato, ritorna per sottoporla ad un’estenuante ricognizione del vissuto,  e a parlarle in una lingua “straniera”, comunque pronto a sconvolgere l’equilibrio faticosamente ritrovato.

Ma lei, come ogni donna, inesorabilmente accoglie, pur consapevole che tenteranno di impadronirsi della sua speciale “dimora”, dove ella abita il suo esilio solitario.

 

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