29 gennaio 2011   Dario Ghelfi

IL MARTIRIO DI UNA NAZIONE

 

            Abbiamo recensito, tempo fa, di Robert Fish, Cronache mediorientali, segnalando come, con le sue 1096 pagine di racconto, più di 100 tra cronologia e note, fosse un testo fondamentale, per ricostruire la storia del medio-oriente; la sua lettura, scrivevamo, era indispensabile per capire le vicende di questa “regione”, oggi.

Il libro era il risultato di anni e anni di giornalismo militante, con Fisk inviato sugli innumerevoli teatri di guerra, che hanno insanguinato le terre della “mezzaluna fertile”; ma c’era un vuoto in quella ricostruzione, non certamente dovuta al giornalista, di cui era responsabile l’editoria italiana; non swi parlava della lunghissima guerra civile del Libano.

Ora quel vuoto è stato colmato, perché di Fisk, che, tra l’altro vive a Beirut,  esce ora, con un ritardo di venti anni dall’edizione in Gran Bretagna, il dettagliato racconto della tragedia libanese: Robert Fish, Il martirio di una nazione, Milano, Il Saggiatore, 2010.


 

 

          Si fa datare al 1975, con un attacco falangista contro i guerriglieri dell’O.L.P. a Beirut, l’inizio della tragedia libanese (tra l’altro ricordata dal film “West Beirut” di Ziad Doveri, del 1998, che è citato dallo stesso Fisk, come “il film che è forse riuscito a rappresentare meglio, senza sbavature o banali esotismi, il carattere plurale di una città e l’esperienza della sua gente di fronte alla tragedia”).

 

http://www.youtube.com/watch?v=24rDDVMC7ds&feature=related  1° parte

(collegandosi alla 1° parte del film, è possibile accedere, passando ai successivi link, alla totalità della narrazione; su Youtube la pellicola è disponibile, divisa in nove parti, in arabo, con sottotitoli in inglese)

 

Il Libano come crocevia di popoli e della storia, un Paese con una presenza cristiana forte, che si radica lungo i secoli, un’area di un’importanza strategica eccezionale, cerniera tra il mondo cristiano e quello arabo.

Crediamo che pochi sappiano della storia libanese, anche di quella contemporanea, che vide un primo intervento occidentale (nel 1860, quando il Libano faceva parte dell’Impero Ottomano), dei francesi, che sbarcarono per proteggere la comunità cristiana maronita. Una comunità che, alleata dei crociati, dopo la sconfitta della cristianità, si ritirò nei “villaggi, incuneati tra le alte gole, abbarbicati sugli altipiani ghiacciati della catena del Libano”.

Cristiani maroniti, musulmani sciti, musulmani sanniti, drusi e dopo la creazione dello stato d’Israele, i palestinesi della Nabka ("la catastrofe", la cacciata della gran parte degli abitanti arabi dall’area dello stato israeliano).

 

Fish, prima di intraprendere la narrazione della guerra civile, ritorna al passato, alla politica inglese degli inizi del secolo XX, che da una parte incoraggiò la crescita del sionismo in Palestina, perché voleva l’alleanza degli ebrei americani nella sua lotta contro la Turchia (Dichiarazione Balfour) e dall’altro sollecitava gli arabi a ribellarsi all’Impero Ottomano, promettendo loro l’indipendenza (Lawrence d’Arabia). E non dimentica che l’embargo degli alleati, nel corso della Prima Guerra Mondiale, contro la Turchia, per mettere in difficoltà le truppe turche in Palestina e Siria, causò una terribile carestia, provocata dal fatto che i soldati turchi requisirono, sul posto, tutto il cibo di cui avevano bisogno. I morti libanesi furono 120.000, ventimila in più, osserva Fish, di tutti i caduti di tutte le guerre libanesi dal 1975 al 1989.

Così come non tralascia di richiamare l’agitato primo dopoguerra e i maroniti libanesi che con Gemayel, già in visita ammirata ad Hitler nel 1936 a Berlino, forgiano la “falange”, per non parlare della sorte degli ebrei in Europa e dell’Olocausto,  nel corso della Seconda Guerra Mondiale. E alla fine la nascita del Libano indipendente, con un sistema di condivisione del potere, basato su una distribuzione delle cariche istituzionali legate alla forza demografica (teorica, supposta) delle diverse comunità: Presidente della Repubblica, cristiano maronita; Primo Ministro, musulmano sunnita; portavoce del Parlamento, musulmano scita; in Parlamento sei cristiani ogni cinque musulmani.

Una comunità cristiana dominata da alcune famiglie, a capo di di veri e propri eserciti personali: i Gemayel, gli Chamoun, i Frangie. I musulmani divisi tra sanniti e sciti (la parte più povera della popolazione). I drusi.

Un’indipendenza continuamente minacciata e che vede già nel 1958, i marines americani sbarcare a Beirut, chiamati dal Presidente cristiano Camille Chaomoun, a difendere l’occidente dal pericolo comunista e dall’influenza russa (in Egitto Nasser viene dal travolgere la monarchia ed istaura un regime nazionalista).

E dal 1975, la guerra civile, con le sue stragi, le sue alternanti alleanze strategiche; i siriani, musulmani, che intervengono in sostegno dei cristiani maroniti, per impedire la vittoria dei guerriglieri dell’O.L.P. e dei loro alleati musulmani e drusi; i tentativi di tregua, lo sbarco delle truppe internazionali, sotto l’egida della Nazioni Unite; i francesi, gli italiani, gli statunitensi; gli attentati e gli assassini dei politici (cadono, tra gli altri, Kamal Jumblatt, leader storico dei drusi e Bashir Gemayel); i rapimenti di diplomatici e di giornalisti; gli iraniani della rivoluzione khomeinista e i siriani, nella valle della Beqaa; la battaglia nello Shuf druso; l’occupazione israeliana di Beirut; il sud-Libano e Haddad e l’evento più tragico, il “martirio di Beirut (bombardata e ferita innumerevoli volte, separata in Beirut Est e Beirut Ovest).

E in tutto questo Robert Fisk è continuamente “immerso”; non raccoglie le notizie chiuso in un albergo, è continuamente in moto, lungo tutte le strade del Libano, rischiando la vita negli innumerevoli posti di blocco, muovendosi tra le truppe dei vari eserciti e fazioni,

 

A sud di Damur, ci imbattemmo in un convoglio che ci diede motivo

di temere il peggio … una mostruosa colonna lunga venticinque

chilometri di carri armati … ci infilammo in questa legione di

mezzi corazzati, facendoci strada a colpi di clacson …

 

sfuggendo ai bombardamenti e all’incubo dei rapimenti. E’ dentro la storia, è testimone degli eventi, fa parte della storia ed è per questo che lo definiamo, oltre che un giornalista, uno storico.  Impareggiabile i suoi racconti dell’evacuazione di più di 10.000 guerriglieri dell’O.L.P. da Beirut e dei massacri nel campi di Sabra, Chatila e Burj al Barajne (16-18 settembre 1982), opera dei falangisti e dei miliziani di Haddad, nell’indifferenza degli israeliani (una Commissione israeliana, successivamente, giunse alla conclusione che Sharon ne fosse “personalmente responsabile”)

Verso tutti i protagonisti mantiene un atteggiamento “laico”, non si lascia impressionare dai leader (siano essi Arafat o i signori delle milizie maronite); non fa sconti a nessuno. Spiace a chi scrive queste note, non aver avuto l’occasione di leggere, in contemporanea al succedersi degli avvenimenti, le “cronache” di Fisk, scritte per il  “The Independent”. Avremmo avuto accesso alla verità, senza lasciarci confondere da versioni ideologiche e da stereotipi (tutti fascisti i maroniti? Eroi i palestinesi? I siriani, traditori o cosa? E i libanesi? E gli israeliani?).

Quello che è certo è che Fisk é dalla parte del Libano martoriato, contro l’incomprensione degli occidentali nei confronti dei problemi della Palestina e del mondo arabo in generale; simpatizza per il popolo palestinese e ne ammira i combattenti; non esita a condannare l’azione degli israeliani; ama Beirut e cita la celeberrima cantante libanese Fayruz e la sua “Li Beirut”.

 

http://www.youtube.com/watch?v=7HlxqursgjU

Fayruz, Li Beirut

 

Un libro, “Il martirio di una nazione”, di ben 848 pagine, con un’appendice preziosa, che presenta “La cronologia degli eventi”, “I personaggi principali”, la “Bibliografia” ed un “Indice analitico” (con quella che l’autore definisce “Post scriptum a una tragedia”, la guerra israeliana del 2006).

L’unico commento possibile a questa storia è quello che scrive lo stesso Fisk: “Io immagino che il giornalismo sia questo, o almeno dovrebbe essere questo: osservare ed essere testimone della Storia e poi, malgrado i pericoli, i limiti e le nostre umane imperfezioni, riportarla il più onestamente possibile”.

 

 

 


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