29 dicembre 2008

Dario Ghelfi

IL CERINIERE

 

Non sapevamo veramente nulla di questi “cerinieri”, di questi fotografi d´assalto che, fratelli minori dei fotografi ufficiali (cui é assegnato il compito di immortalare l’evento privato: matrimonio, cresima, comunione, e via dicendo), offrono (antesignani dell’instant-book) il loro servizio, in tempo reale, ai trascurati invitati “minori”. Un’attività apprezzata da questi ultimi, che così possono avere una  testimonianza della loro partecipazione a quello stesso evento.

L’autore (Giovanni Monaco, Il ceriniere tra cinema e finzione, Bologna, Girali Editore, 2008),

 

ci spiega, poi, come il temine “ceriniere” derivi dal fatto che, su scatole di fiammiferi, o meglio di cerini (ma c’è qualcuno che sappia, oggi, cosa siano?) venivano applicate delle foto dei clienti, ripresi in club o in ristoranti, a ricordo di quella particolare serata. Dai ristoranti e dai club alle chiese (siamo a Roma e le chiese funzionavano di più dei ristoranti e dei club della Spagna o della Francia, laddove sembra sia nato il mestiere del “ceriniere”), e, di fatto, ai matrimoni che vi si celebrano.

Questo per quanto concerne il titolo; in merito al contenuto, possiamo dire che quello di Monaco é un libretto (il termine si riferisce alle dimensioni dell’opera) simpatico, che si legge tutto d’un fiato e che si contraddistingue per la maestria con cui vengono tratteggiati le varie figure dei protagonisti, figure di un mondo di secondo piano, che si industriano, con perseveranza ed acume a condurre con dignità, la propria esistenza.

Prima di tutto ci piace la scelta (di cui troviamo già un’anticipazione nel titolo, laddove il ceriniere sta tra “cinema e finzione”) di attribuire loro il nome non tanto di un personaggio di un film famoso, quanto il titolo di quello stesso film, per cui abbiamo tale Barry Lindon, il terrificante datore di lavoro del “nostro”, Malcom X, Eyes wide shut, , Rapina a mano armata, Lolita, Orizzonti di gloria, Shining, 2001 Odissea nello spazio, Arancia meccanica, Full Metal Racket, Madame (Sousatzka, Sans gene, Bovary, Claude, Curie, …?).

Se abbiamo una certa difficoltà ad immaginare lo spregiudicato titolare della agenzia che utilizza (schiavizza) i “cerinieri” nel settecentesco Barry Lindon, siamo un po’ spaesati nel vedere dei film, in quanto tali,  assumere la connotazione di protagonisti, in questa storia, un po’ scanzonata e un po’ picaresca (e per un attimo, con Eyes wide shut, non possiamo fare a meno di andare alla sua stupenda interprete, ma la “fotografa” d’assalto” che è titolare di quel titolo, non sembra avere nulla in comune con Nicole Kidman).

Il bello è che tutti questi personaggi, senza riferimento alcuno al film di cui portano il nome, sembrano veramente uscire dal set, ma di un altro film, come in un caso lo stesso autore, scrive. Tra l’altro, i rapporti tra Barry Lindon e il “nostro ceriniere”, non sappiamo perché, ma ci sembrano ricalcare quelli tra il Matthau e il Lemmon de “La prima pagina” (una volta il “nostro” rimane a piedi con la sua motoretta, Barry manda qualcuno a ritirare le foto, ma si guarda bene dal farlo rientrare; ottenuto il materiale, tornare a Roma è un problema dell’incauto e appiedato ceriniere).

Alla fine, l’avventuroso fotografo-ceriniere, si svela, in un finale venato da una certa amarezza e nostalgia.

E’ nell’isola Tiberina, per il solito matrimonio ed ecco che si trova immerso in quella che definisce “una lingua che aveva dell’orribile. Sentivo parlare veneto con delle spaventose inflessioni del basso Lazio”. E’ una cosa che lo riguarda; anche lui è veneto, vive a Roma, ma sa di parlare “una lingua che non appartiene né a una né ad un’altra regione”. Si sente vicino a quegli immigrati, che se n’erano andati dal Veneto per approdare al Lazio, ai tempi delle bonifiche delle paludi pontine (vivono, adesso, a Latina).

Li vede, tutto sommato, un po’ come gli antichi cerinieri , “quei poveracci che se ne erano dovuti andare per cercare fortuna in terra straniera e che poi invece, erano tornati con la formula della foto su una comune scatola di cerini”.

        

Dario Ghelfi

 


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