Dario Ghelfi, Un po' di Grecia

UN PO’ DI GRECIA

 

 

Lunedì         1   Arrivo. Aeroporto, Markpoulo, Athina, Markopoulo 

                         ATHINA: Syntagma, Ermou, Plaka,  Agora, Acropoli

                         Hotel Pantheon (Markopoulo), Taverna Trivono (Kalivia), Bar Centrale (Athina)

Martedì       2    Markopoulo, A10, A1, Lamia, Larissa, E92, Trikala, Kalambara, Kastraki

                       Meteore: Roussenou

                         Guest House Vavitsa (Kastraki) , Elia’s Garden (Kalampaka), Taverna Boufidis (Kastraki)

Mercoledì   3  Meteore: Varlaam

                        Kastraki, Kalambaka, Trikala, Karditza, E65, Domokos, Lamia, E65, Anfissa, Delfi

                        Hotel Aiolos, Taverna Govlia Domokos, Taverna Vakhos

Giovedì        4   Delfi

                      Delfi, Itea, E65, Agios Nicholas, Ponte Patra, E65, Ego, Xilocastro, Argos

                       TM Restaurant (Xilocastro), Nafplio, Hotel Morfeus, Restaurant Aigle

Venerdì        5   Argos, E65, Tripoli, Megalopoli, uscita Leondari, Tripoli, E961, Sparti

                      Mistras

Sabato          6  Sparti antica

                      E961, Krokees, Skala, Sikia, Gefira

                      Skala, Monemvasia

Domenica    7  Monemvasia, Xifias, Elleniko (che ha cambiato nome), Ag. Georgios, Pounta, Elafonisos

                      Simos (spiaggia)

                      Elafonisos, Padanassia, Ag. Mamas, Lira, Nomia, Ag. Paraskevi, Gefyra

Lunedì         8  Gefyra, Krokees, E961, Sparti, Tripoli, Korinthos, Athina,  Markopoulo

                       Markopoulo, Keratea, Anavissos, Thimari Legreta, Kato Sounio, Posidonia, Lavrio, Keratea,

                       Markopuolo

                       Naos Poseidon

Martedì       9  Markopoulo, Athina, Markopoulo

                      Athina: Plaka, Mercato carne e pesce, Politecnico

Mercoledì  10   Partenza

 

               E’ stato sostanzialmente il nostro primo viaggio in Grecia, perché, una vita fa, eravamo stati ad Atene; eravamo sbarcati da una nave partita da Istambul ed ad Atene avevamo preso il treno per Trieste. Probabilmente avevamo visto il Partenone e lìAcropoli, ma non ricordiamo assolutamente nulla. Anche se limitato (in un certo modo, comunque, perché abbiamo percorso circa 2500 chilometri in auto), alla Grecia settentrionale (le Meteore), all’Attica e al Peloponneso (la costiera a Nord e il versante ad Est fino alla sua estrema punta meridionale) è stato un “viaggio”. Ovviamente non nascondiamo che alla qualifica del “viaggio” è mancato l’elemento essenziale, cioè l’utilizzo, almeno in parte, per alcuni percorsi, dei mezzi pubblici, ciò che ti dà la possibilità di incontrare l’”altro”, mentre con l’auto “sorpassi” tutto; in compenso l’auto ti dà la possibilità di vedere più cose. L’utilizzare, anche in parte, i mezzi pubblici avrebbe richiesto indubbiamente PIU’ TEMPO e una maggior solidità del gruppo, nei confronti della “filosofia del viaggio”.D’altra parte il nostro “viaggio” è stato obiettivamente un percorso autonomo, con la parte centrale definita “in loco”, in progress. Avevamo prenotato gli alberghi solo per il giorno di arrivo, ad Atene, e per i due giorni che precedevamo la partenza, sempre ad Atene, a cui abbiamo dedicato l’ultimo spezzone delle vacanze, in ragione della “struttura” del nostro percorso (a “cul de sac”, laddove riparti dallo stesso luogo in cui sei arrivato). Altra prenotazione di hotel, in anticipo, alle Meteore, perché temevamo, data la notorietà del luogo, un affollamento di turisti ed una carenza di strutture ricettive (entrambe previsioni errate: pochi turisti e molte strutture ricettive). Consapevoli che il prenotare, in anticipo, tutti gli alberghi per tutti luoghi, in sostanza significa costruire una sorta di “viaggio organizzato”, un tunnel in cui tu stesso ti limiti e ti chiudi ad ogni possibilità di cambiamento, di risposta a situazioni interessanti, che si possono aprire nel corso dei tuoi spostamenti. Non più il “viaggio”, ma una sorta di suicidio.

Dunque “viaggio” sì, ma turismo; nessuno può dire di conoscere la Grecia (o qualunque altro Paese) dopo un viaggio di una decina di giorni (ma nemmeno se il soggiorno durasse un intero mese). Onestamente l’incontro con l’”altro”, con i greci, a parte l’auto, era limitato, dalle difficoltà linguistiche; nessuno di noi (eravamo in quattro) parlava il greco; il fatto era aggravato dalla nostra non conoscenza dell’alfabeto greco (che ci creava difficoltà anche nel leggere le varie indicazioni, anche se dobbiamo riconoscere che quasi ovunque all’alfabeto greco si accompagna a quello latino). Due di noi conoscevano un po’ di inglese (uno molto di più dell’altro), lingua INDISPENSABILE per viaggiare in Grecia, anche se molti greci non lo parlano bene (ma com’è noto ci si intende meglio tra due che parlano entrambi male una lingua, piuttosto che tra due, uno dei quali la parla perfettamente e l’altro no: nel primo caso entrambi usano una lingua “scolastica” e, sia pure con difficoltà, ci si intende; nell’altro no). Ovviamente non abbiamo fatto lunghi discorsi su argomenti filosofici, storici, economici. Nonostante tutto qualcosa si è appreso (ovviamente in relazione alla crisi economica), da un colloquio con una signora custode di una chiesa-santuario e in un ristorante con un signore, che sfoggiava una vecchia maglietta con le sigle dell’Unione Sovietica, stampigliate sul davanti. Altro caso ad un distributore, laddove l’addetto, ha detto che della crisi è responsabile la “mafia” dei politici, che è il discorso, universale, della destra, del qualunquismo, che non spiega nulla.  

Entrando nel merito della nostra esperienza, sottolineiamo come dal punto di vista dell’organizzazione del viaggio, la prima avvertenza è stata quella di stare attenti a non considerare più di tanto le guide turistiche (i libri e il cartaceo, che quelle in persona non ci siamo sognati certamente di interpellare), che oltre a non conoscere il pregio della stringatezza nelle informazioni che danno (pagine e pagine su una qualsiasi cosa, notizie che supponiamo entrino ed escano dalla testa di chi legge, di chi magari non ha una specifica cultura di base sull’argomento e non conosce e non sa leggere la carta geografica, ma che inevitabilmente è portato a considerarle con un testo sacro), sono da prendere con beneficio di inventario (una rapida lettura e via). E specialmente per quanto raccontano sul versante dell’antropologia, laddove rimandano ad improbabili situazioni vissute o meglio mitizzate dagli autori, collocate in luoghi ancestrali altrettanto improbabili, che si traducono, quasi sempre, in una sequela di stereotipi e di luoghi comuni.

Ma procediamo con ordine.

  Atene

Il nome ci rimanda immediatamente alla Grecia classica; l’Acropoli ed il Partenone sono tra i monumenti più conosciuti al mondo e, nelle nostre scuole, le loro immagini le troviamo nei sussidiari delle scuole elementari (ora primarie). Siamo agli inizi di settembre; non ci sono moltissimi turisti e possiamo visitare i siti tranquillamente e, cosa incredibile, all’ombra, quasi al fresco, perché siamo arrivati verso la fine della giornata e qualche provvidenziale nuvola copre il sole. Purtroppo il Partenone è parzialmente coperto, anche lui, ma dalle impalcature dei lavori di restauro in atto. E’ incontestabilmente un inno alla bellezza; eravamo immersi nella bellezza; l’averlo visto alla sera, con pochi turisti ha enfatizzato un benessere del corpo che si sposava con quello dello spirito. Con una riflessione doverosa. Spiace non aver ripercorso e magari rivisto i fondamentali del viaggio in Grecia (di per sé già non troppo solidi, i nostri); sappiamo che senza il loro possesso le visite ad un Paese si connotano come una serie di cartoline, in una acritica sudditanza alle guide (quelle scritte, per chi le legge, ovviamente) e del loro “pensiero unico” (sono veritiere per quanto riguarda i siti, utili per focalizzare, controllare dati, ma pericolosissime per quanto riguarda tutto il resto), alla sacralità del loro “ipse dixit”, per cui supponiamo che un gran numero di turisti non sappia poi, al rientro, indicare sulla carta i luoghi in cui ha posato i propri piedi (oltre aver ovviamente dimenticato tutto, per lasciar posto, alle informazioni che assorbiranno nel loro eventuale futuro viaggio). Per fondamentali della Grecia classica intendiamo, prima di tutto, la conoscenza della STORIA, con una particolare attenzione alla cronologia, alla linea del tempo. Considerato che i siti da visitare sono stati scelti non in ordine alla loro collocazione nella linea del tempo, ma per esigenze, di distanze, di tempi a disposizione ecc. si corre il rischio di confondere, di mescolare Temistocle e Milziade, Pericle e Leonida, Omero ed Erodoto, Aristofane e Tucidide, Senofonte e Talete, Anassimandro e Pitagora, Platone e Anassimene, Fidia e Policleo, e via dicendo: una sorta di centrifuga. I nomi citati rimandano ad un minimo di conoscenza, che si dovrebbe avere, dell’arte classica greca (dalla scultura alla ceramica, in particolare, all’architettura), alla filosofia, alla letteratura. E pensare che la Grecia è la culla della nostra civiltà e non c’è oggi, nei tanti convegni che si tengono nelle estati delle città italiane, un filosofo o uno storico, un semiologo o un esperto d’arte, un politico o un letterato che non richiami qualcuno di quegli uomini che hanno segnato la nostra storia e la nostra civiltà, o un vocabolo della lingua greca.

 

 

 

 

 

Partenone

Acropoli

Plaka

Syntagma

 

Omonia

Ma riprendiamo il discorso su Atene, ripetendo come la nostra sia stata un’esperienza unica, dato che “per abitudine, di fatto” i siti archeologici si visitano dalle 11 alle 13, sgomitando tra la gente e a rischio di collasso per il caldo; per noi, niente sole cocente, niente folla di turisti organizzati ed etero diretti.

Se la visita è stata piacevole, difficile è stato arrivare ad Atene. Che Atene sia una città con un traffico caotico lo si sente dire e lo si legge dappertutto (qualcuno ha scritto che ad Atene circola la META’ di tutte le auto della Grecia); noi la conosciamo attraverso i romanzi di Markaris, il padre del celeberrimo Commissario Charitos, continuamente bloccato dagli ingorghi, nello svolgimento delle sue indagini, specie in questi ultimi periodi di manifestazioni contro la politica della Troika. Avevamo noleggiato un’auto all’Aeroporto, siamo scesi, praticamente per autostrada, fino all’Hotel, situato dopo la città di Markoupolo. Di qui doveva essere facile, risalire al centro di Atene. Il metro parte dall’Aeroporto, ma abbiamo pensato di “prenderlo” alcune stazioni più avanti, così avremmo evitato di pagare la tariffa extraurbana (8 euro) a fronte di quella urbana, di euro 1,20. Dalla carta abbiamo visto che il metro corre parallelo all’autostrada e la fermata più “idonea” per noi era quella di Koropi, una cittadina dell’area meridionale di Atene. Commettiamo l’errore di entrare in Koropi, laddove pensiamo ci siano indicazioni per il metro. Non c’è nessun cartello, nessuno sa dirci dove andare (a prescindere dalla difficoltà linguistiche, cattivissimo inglese il nostro e quello degli interlocutori quasi tutti parlanti, poi, il solo greco), il navigatore non funziona e solo dopo ripetuti tentativi ci troviamo a correre lungo una strada che sembra portare al nulla. Improvvisamente vediamo centinaia e centinaia di auto parcheggiate ai due lati della “nostra” strada e di una a lei parallela, apparentemente senza motivo: il motivo invece c’è ed è che lì si trova la stazione del metro di Koropi, appunto, che i greci utilizzano per non entrare in Atene con la loro auto. Il viaggio in metro dura circa un’ora ed approdiamo in Piazza Syntagma, nel cuore dell’Atene e della Grecia moderna. Il biglietto da visita della Grecia contemporanea ci era già stato dato dal nome dell’aeroporto, intitolato allo statista Eleftherios Venizelos, colui che spinse il Paese a partecipare al conflitto, a fianco delle forze dell’Intesa, nella prima guerra mondiale, dopo il prolungarsi di una strana situazione, che aveva visto la Grecia, che pur dichiaratasi neutrale, con la sua seconda città, Salonicco, occupata dalle truppe alleate (quell’Armata d’Oriente, di cui nessuno parla mai, e di cui ha fatto parte anche un corpo di spedizione italiano). Atene è una città moderna, senza skiline di grattacieli, che si estende a dismisura, così come la possiamo vedere dall’alto dell’Acropoli. Sotto l’Acropoli la Plaka, ormai totalmente turisticizzata, uno dei più grandi bazar del mondo, con decine e decine di ristoranti e di taverne e centinaia di vie e di viuzze dove sono esposti piatti e piattini, magneti, abiti, magliette, vasi e statuette (riferentisi alla Grecia classica), olive ed olio e miele, uzo, pelletterie e sandali, braccialetti ed orecchini e medagliette, valigie e zaini, pentole e pignatte ...  La fiera della paccottiglia turistica, che troviamo in tutte le località turistiche del mondo, solo che qui i “piatti” riportano le immagini dei vasi classici greci, mentre a San Marino ci sono le sue torri. E le guide turistiche che continuano a scrivere della Plaka del Rebetiko, quando il quartiere accoglieva i profughi del Ponto e di Smirne, fuggiti alla pulizia etnica dei turchi, seguita alla Catastrofe dell’Asia Minore, dopo la sconfitta ellenica nella guerra greco-turca del 1919-1922. In un negozio che esponeva, sommersi dalla più svariata mercanzia, alcuni dvd, abbiamo notato due patetici cofanetti dedicati al Rebetiko, appunto, e una decina dedicati al “sirtaki” di Zorba il Greco!

Il traffico è ovviamente caotico, con centinaia e centinaia di taxi; agli incroci in Piazza Omonia, al semaforo, sono la maggioranza delle vetture in circolazione.

 

 

 

 

Ho un’esigenza. In ogni contrada c’è un luogo, una località, un monumento, un edificio che apparentemente può risultare insignificante ma che è carico, invece, di significati, che rimandano alla cultura, all’esperienza, ai sentimenti di chi rivive, vedendolo, le emozioni, i sentimenti che hanno segnato la sua vita. Così è stato a Baires l’ESMA, il luogo del martirio di tanti giovani desaparecidos argentini e così è, qui, ad Atene il Politecnico, laddove dal 14 al 17 novembre del 1973 si accese la rivolta contro il regime dei colonnelli, che cadde nel luglio successivo, quella dittatura contro la quale manifestavamo, allora giovani, nelle piazze d’Italia (i ricordi di Panagulis, di “un uomo” di Oriana Fallaci e, andando a ritroso nel tempo, di Lambrakis e del celeberrimo “Z” di Costas-Gravas).

Ci muoviamo da Monastiraki verso Piazza Omonia, lungo l’Athinas e qui incontriamo una delle singolarità di Atene, unica e stupefacente, a livello antropologico. Il mercato. Il mercato della carne. Posso dire di avere visitato, dopotutto, una buona parte del mondo e tantissime città, ma una cosa così non l’ho mai vista: una sorta di “Ballarò” più che decuplicato, un “Ballarò” delle origini (perché a Palermo oggi la carne non é quasi più esposta all’aperto, ma chiusa nelle vetrinette). Centinaia di “botteghe” della carne, posta in bella vista ed davanti ad ognuna di esse un enorme ceppo, laddove direttamente il macellaio ti taglia la carne con la mannaia. Tutti i tipi di carne e un odore penetrante, che induce qualcuno del nostro minigruppo a chiedere di terminare la visita.

 

 

 

Ovviamente, a fianco, c’è anche il mercato del pesce, grande anche questo, ma abbastanza simile a quello che si trova in tutte le grandi città. Poi da Piazza Omonia, lungo la 28 Oktovriou, il Politenico.

 

Dopo il Politecnico di nuovo a Syntagma (a fianco gli stupendi National Gardens), il Palazzo del Parlamento, gli euzones e un’attenzione a quella che appare una connotazione specifica di Atene e forse di tutta la Grecia: i cani randagi lungo tutte le strade (i gatti pullulano, invece, nei siti archeologici). Cani ovunque, quasi tutti di grossa stazza, mansueti (di giorno li abbiamo quasi sempre visti sdraiati a terra, a dormire), che a volte si avvicinano e si fanno accarezzare (dai turisti suppongo, o anche dai greci?). In una guida turistica c’è scritto che ad Atene sarebbero 150.000, ma com’è noto tutto quello che compare nelle guide è da prendere con le pinze: 150.000 ci sembra un numero enorme. Certo è che sono tanti e tranquilli; a Kalivia, senza abbaiare, “assediavano” il ristorante-grill dove cenavamo. Tanto mansueti che mi facevano compassione e mi hanno fatto superare l’astio che nutro nei loro riguardi; in verità il mio astio si rivolge nei confronti di quella minoranza (certamente) di loro padroni (uomini, in genere, che le donne hanno quasi sempre un comportamento corretto), che permettono loro di infastidire, di spaventare, che li aizzano contro i non possessori di cani che incontrano, pronti al litigio, alla rissa, all’insulto, alla minaccia verso chi protesta.

 

 

A sera siamo ad Atene e nei pressi della Plaka mangiamo in un bar, ghiros. A mezzogiorno, appena arrivati, su consiglio di una signora dell’Hotel Pantheon, dove eravamo scesi, avevamo stupendamente, pranzato in una taverna-grill, dove saremmo ritornati, rientrati dalla nostra scorribanda, ad Atene, in attesa di rientrare in Italia.

Dopo il viaggio che ci ha portato sino alla punta meridionale del Peloponneso, ancora una visita ad Atene. Il percorso del ritorno non ha avuto, praticamente, storia; prima una  parte in strada normale (la stessa che avevamo fatto all’andata) e poi in autostrada, da Tripoli fino alla capitale. Non ci siamo quasi accorti del passaggio sul Canale di Corinto; personalmente l’ho visto con la coda dell’occhio: mi è sembrato una sorta di fossato, ai bordi, in alto, coperto di verde. Abbiamo già detto che il nostro viaggio era a “cul de sac”, con il rientro dalla stessa città dell’arrivo, per cui siamo rientrati in anticipo (in questo tipo di viaggi si rientra sempre in anticipo nella città di partenza-arrivo che viene, così, visitata per ultima). L’ultimo giorno lo abbiamo dedicato (richiesta delle Signore) ai negozi e sostanzialmente alla Plaka ad al suo bazar, sul quale non ritorniamo.

Precedentemente, però, eravamo scesi da Morkopoulo a Cape Sounio, al Naos Poseidon, il tempio dedicato a Poseidone, che costituiva una sorta di riferimento ai naviganti che vi avvicinavano all’Attica.  All’andata, malgrado fossimo forniti di un’ottima carta, non siamo riusciti a scendere lungo la litoranea di Paralias – Timari, ma ce l’abbiamo fatta al ritorno. Siamo così passati dall’altro litorale, quello di Lavrio – Kato Posidonia. Tutti i due litorali sono bellissimi, con squarci di panorami sul mare estremamente suggestivi, con i tipici agglomerati da riviera. La giornata è di sole: il tempio è bellissimo, sul mare, ben conservato, pochi i turisti; purtroppo mi sono messo a parlare con una greca-argentina (è lei che ha attaccato discorso; capita spesso quando si è in luoghi turistici frequentati e tutti sono lì in pace per ammirarli), che si è poi rivelata essere di estrema destra, nemica della Kirchner, definita “loca”. Dialogo immediatamente troncato; considerata la sua età poteva essere stata una sostenitrice della Giunta di Videla. Poi di nuovo ad ammirare quel simbolo di bellezza che è il tempio.

 

 

 

La cucina

Lo ammettiamo. Prima di partire abbiamo consultato sulla rete le diverse voci che rimandavano alla cucina greca, dimenticando che, come sempre sul luogo, le cose cambiano. Quando si viaggia, in particolare all’estero, anche per una certa politica di controllo delle spese, difficilmente si frequentano quei ristoranti raffinati, che offrono l’ampia gamma dei piatti del Paese, cosicché si entra nel circuito della cucina per turisti, anche per il fiorire ed il moltiplicarsi (è un fenomeno globale) di strutture che proprio ai turisti si rivolgono. Il caso tipico è la Francia; a fronte della sua preziosa, raffinata e variegata cucina, il turista si dedica, specie nelle grandi città ai Cafes, ai Bistrot, alle Brasserie, alle tavole calde, dove la fanno da padroni le onnipresenti omelettes (TUTTI i gusti), le immancabili frites (le patate fritte, che ovviamente dominano anche in Grecia), la steak (anche se oggi sono comparse catene come l’Hyppopotamus, che forniscono buoni piatti di carne e ci sono forni, pasticcerie, locali per l’asporto dei cibi che hanno aperto tavoli per consumare pasti, ciò che ha migliorato di molto la situazione). In Grecia, dunque, abbandonata la documentazione reperita, il percorso gastronomico, dopo isolati e non ripetuti sconfinamenti nelle verdure ripiene e nei pasticci (la mussaka), si è consolidato attorno ad alcuni capisaldi: souvlaki (spiedini, di pollo e/o di maiale), carne alla griglia (pollo, maiale, vitello, agnello), insalate (cipolle, peperoni, cetriolo, insalata vera e propria), ed insalata greca (con l’immancabile feta), con una felice parentesi nel sud del Peloponneso, a Gefira, dove abbiamo sempre mangiato dell’ottimo pesce (frittelle di baccalà comprese).

Viaggiare in auto in Grecia: le strade e altro

Da Atene siamo risaliti alle Meteore (sui 450 chilometri), poi siamo ridiscesi, abbiamo percorso tutta la costa settentrionale del Peloponneso, siamo scesi alla sua estremità meridionale. A questo punto alcune considerazioni sul muoversi in auto in Grecia.

Prima di tutto la segnaletica. Un timore che avevamo si è rivelato infondato: tutti i cartelli stradali, di qualunque tipo (tranne che in località minori o indicanti villaggi piccolissimi), sono scritti in alfabeto greco e latino: di conseguenza NON abbiamo avuto alcun problema! Va rilevato piuttosto (e questo è, veramente un problema) che molti cartelli sono vecchi e il color blu dello sfondo si confonde con il bianco della scritta, il tutto aggravato dal fatto (ignota ne è la ragione) che i graffitari locali li hanno presi come loro “tavola” preferita, per cui spesso NON SI RIESCE A LEGGERE NIENTE. Altro timore rivelatosi infondato: il traffico. E’ praticamente inesistente (forse perché siamo in Settembre e fuori della stagione turistica?) fuori Atene e dei centri abitati; qui, però, si pone un ulteriore problema. Nessun centro ha una circonvallazione, per cui se ti infili dentro è molto difficile uscirne (c’è capitato alcune volte ed è stata dura, perché non trovi mai il cartello che ti indica la città verso la quale ti stai dirigendo e la gente non sa darti indicazioni di sorta). 

Una cosa, poi, non l’abbiamo capita. Nelle strade normali di grande scorrimento, come quella che da Markopoulo portava al nostro Hotel, agli incroci c’è il divieto di fare inversione di marcia e non abbiamo trovato come si potesse tornare indietro, per cui optavano per un’operazione illogica: svoltavano all’incrocio, facevamo alcune centinaia di metri nella strada che avevamo imboccato, poi, trovato l’angolo che lo permetteva, effettuavamo l’inversione e riprendevano la strada prima lasciata, percorrendola nel nuovo verso.

Niente da dire, sulla segnaletica per le autostrade; qui tutto perfetto: nomi in duplice alfabeto, scritte in verde, indicazione del numero dell’autostrada / strada europea. Non ci sono caselli d’entrata. Di tanto in tanto caselli dove paghi.

Alcune constatazioni.

Tutta la Grecia autostradale è un cantiere aperto. Si sta lavorando a Lamia, per costruire il raccordo tra l’autostrada che sale da Atene, con quella che porta a Larissa, verso la Meteora. Da Lamia si sta lavorando, ancora, per l’autostrada che salirà direttamente alla Meteora. Nel Peloponneso si sta lavorando lungo tutta l’autostrada che da Patra porta a Corinto. In una vecchia carta della Michelin del 1980, risulta in costruzione il pezzo che va da Patra a Akratas ed è in costruzione ancora oggi, dopo 35 anni; dunque anche la Grecia ha la sua Salerno – Reggio Calabria! L’autostrada Patrasso è praticamente tutta in costruzione: ma si paga regolarmente! Tra parentesi: ricordarsi che a settembre è chiuso il traghetto che da Ag. Nikolaus (a pochi chilometri da Delfi) porta ad Egio, per cui se da Delfi si vuole passare nel Peloponneso, bisogna passare sul grande ponte nei pressi di Patra.

Un’esperienza surreale.

Da Argos verso l’autostrada che scende da Corinto e che va a Kalamata ed a Sparti. La imbocchiamo e scendiamo. Sappiamo che all’altezza più o meno di Megalopoli, c’é la diramazione per Kalamata e Sparti. Prendiamo la direzione Sparti. Nessun problema. Poi ci accorgiamo che dei cartelli segnalano che non si esce a Sparti, per lavori. Bene: usciremo all’ultima uscita “utile” e faremo l’ultimo pezzo per strada normale. Poi vediamo che la nuova nostra prossima uscita (stiamo continuando a scendere verso Sparti) è chiusa, poi anche quella dopo (così ci avvertono le indicazioni stradali). Ci preoccupiamo ed al primo casello, laddove paghiamo, chiediamo informazioni. L’addetta, ci fa parcheggiare, a ridosso del casello, esce preoccupata, ci dice che l’autostrada non funziona, ci dice di uscire subito e di riprendere l’autostrada in senso contrario, per risalire, fino all’uscita di Tripoli (cioè oltre l’area di Megalopoli, laddove alla diramazione avrebbero dovuto dirci che NON si doveva prendere la direzione Sparti), per poi ridiscendere per strada normale, tutta in area collinare, verso Sparti. Per fortuna nella strada normale il traffico risulterà inesistente ed arriviamo a Sparta tranquillamente (avremo perso un’ora o poco più). Stravagante, comunque, il sistema di comunicazione delle autostrade interrotte!

GPS, tablet, navigatori: tutti utilissimi ed indispensabili, ma …

A parte il fatto che a volte l’Hotel ricercato porta come indirizzo “km 35 …” e il navigatore entra in tilt, perché vuole VIA e NUMERO, in auto devono esserci sempre della carte, della Michelin, della Marco Polo …. CARTE, CARTE, CARTE. E se volete viaggiare in regioni specifiche, ad esempio, nell’Attica o nella Laconia procuratevi le carte 1:150.000 delle EDIZIONI ORAME. Le trovate ovunque: sono indispensabili!!!. Questa carta, ad esempio ci ha permesso di attraversare (si viaggiava a 20 chilometri all’ora) la Laconia meridionale e di passare da un lato all’altro della costiera.

 

Parcheggi

Sostanzialmente NON esistono. Booking, in relazione agli hotel prenotati, scrive, più o meno, “Parcheggio libero, pubblico, gratuito nelle adiacenze, senza prenotazione”. Una facezia. Significa che se si ha fortuna si parcheggia, lungo la strada, più o meno di fronte all’hotel. Se hai fortuna, però di trovare un posto libero. Siamo stati sempre fortunati, lo abbiamo sempre trovato (magari dopo un po’ di ricerche). A Delfi, proprio di fronte all’entrata del nostro Hotel.

 

Le Meteore

E' assurdo non visitare la Meteora, quando si progetta un viaggio in Grecia, tanto più che la rete informa ampiamente sulla straordinaria bellezza di questo luogo; sappiamo come Meteora significhi in greco "in mezzo all'aria" e come su molte cime siano stati costruii dei monasteri, alcuni dei quali, restaurati, sono oggi visitabili. La rete ci offre altresì foto del paesaggio d'insieme e dei monasteri. Poi c'è stato il cinema, con un  film di 007 (le scene finali di “Solo per i tuoi occhi”)  e con quello del regista greco Spiros Stathoulopoulos, Meteora, del 2012 , per non rifarsi alla vecchia pellicola de, "Gli uomini falco", del 1976, con Charles Aznaovur e James Coburn.

Dunque in pratica sappiamo tutto ed abbiamo visto tutto (virtualmente). Ma come ci sembra di ricordare del bel pannello collocato all'Aeroporto di Orio Serio che pubblicizza un Parco Naturale: "Una cosa è guardare negli occhi la tigre", non c'è foto o immagine in movimento che valga la visione diretta della Meteora. Nulla vale il “metterci i piedi”; non per nulla un vecchio professore all’Università diceva che la Geografia “si fa con i piedi”. Il bello è che mentre ci avviciniamo, anche quando siamo a pochi chilometri, NON si intravvede NULLA.

A Kalambaka, la città “d’accesso”, siamo colpiti da una vera e propria "bomba d'acqua" e per un po' non riusciamo ad uscire dall'auto, per andare al ristorante, di fronte al quale si siamo fermati. Non abbiamo però finito di pranzare che smette di piovere e possiamo accedere alla Meteora. Lo scenario è MOZZAFIATO, una delle meraviglie della natura più stupefacenti nel mondo, al livello di IGUAZU', del GRAN CANYON DEL COLORADO, delle DOLOMITI, con l'aggiunta qui dell'opera dell'uomo, che su molte di quelle rupi ha edificato dei monasteri, le "Meteore".

 

 

 

Ne visitiamo due, il primo al pomeriggio del giorno d’arrivo (dopo il pranzo), Roussenou e il secondo la mattina dopo, il Valaam (tutti i monasteri hanno un giorno di "chiusura", per cui le visite sono determinate dal loro calendario-orario di apertura).  Nei monasteri visitati (le donne devono indossare una drappo-gonna, perché non sono ammessi, per loro, i pantaloni, anche lunghi), cripte, panorama e i segni della vita del passato: le carrucole che costituivano il solo mezzo di accesso ai monasteri fino all'ottocento. Ora l'accesso avviene attraverso scalinate che dalla strada portano agli edifici; si sale, ma sono di media difficoltà, niente di impossibile. Chiudiamo dicendo che quello che più stupisce é l'armonia della fusione tra gli elementi della natura e l'opera dell'uomo.

 

 

Roussenou

Varlaam

 

 

 

 

DELFI

Da Kastraki, dalla Meteora, scendiamo verso Delfi. Ovviamente tagliamo attraverso l’interno, lungo l’E 92 e l’E 65 per Lamia, per poi proseguire, sempre sull’E 65 verso Delfi. Temiamo un po’  Lamia, centro snodo di autostrade in costruzione: raccordi verso Larissa e nuova per la Meteora. Sappiamo che non ci sono tangenziali, ma i nostri timori si mostreranno infondati, perché “scivoleremo”, poi, lungo una nuova arteria di scorrimento a fianco della città, ad imboccare di nuovo l’E 65, per Delfi. Pagheremo, invece, lo scotto, a Karditsa. All’entrata (non c’è circonvallazione, come al solito) non troviamo le indicazioni per Domakos o Lamia e ci infogniamo nel centro. Facciamo un po’ di fatica ad uscirne. Il traffico, fuori, in compenso, è praticamente inesistente. A Domokos fermata per il pranzo in una Taverna lungo la strada. Non è un locale per turisti; é la tipica taverna su una strada dell’interno della Grecia. Faccio un po’ di fatica a convincere qualcuno del gruppo, che non gradisce la “semplicità” del locale, che ha dubbi sull’igiene e sui piatti, che (diciamocelo) non ha la mia consuetudine al viaggio. Ma forse più che le mie parole hanno effetto la fame e la considerazione che dopo Domokos non sembrano esserci paesi lungo la strada e Lamia è uno snodo da evitare (non possiamo certo entrarci per pranzare). Andiamo, comunque sul sicuro, anche in considerazione che il numero dei piatti è esiguo, carne alla grigia, insalata greca, souvlaki. Optiamo per le insalate greche; il vino è buono; tutto sommato abbiamo mangiato bene e speso poco.  Non riesco a trovare sulla rete, poi, la taverna per poterla recensire. Il viaggio prosegue, senza storia per Delfi.

                                                                          L a taverna di Domokos

 

Il sito archeologico di Delfi è posizionato a pochissima distanza dalla Delfi moderna e vi si accede, con una bella passeggiata, lungo un viale che dà sulla valle sottostante. La Delfi moderna è, essenzialmente, un centro servizi per il sito archeologico: tre vie parallele, di giorno intasate da pullman  di turisti (anche in questo periodo di bassa stagione), lungo le quali si snodano hotel, ristoranti, negozi; è collegata ad Atene da un regolare servizio di autobus. Arriviamo davanti all’Hotel, contemporaneamente a un pullman che “scarica” il suo gruppo in un hotel contiguo al nostro. Abbiamo fortuna; riusciamo, una volta allontanatosi il pullman, a parcheggiare a pochi metri. Il sito lo vedremo la mattinata dopo.

Delfi antica, alle pendici del Parnaso, era considerata dai Greci l’ombelico del mondo e doveva la sua fama al famosissimo ORACOLO del dio Apollo; i resti del Tempio sono, oggi, il primo “oggetto” dell’attenzione dei visitatori. Ammiriamo  il Teatro e lo Stadio, dove si svolgevano, ogni quattro anni, i Giochi Pitici (da Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli, mentre la memoria ci rimanda al motto stampigliato sull’architrave del Santuario: “Conosci te stesso”, reso celebre da Socrate).  Fuori dal sito lo splendido tempio di Athena. I resti rimandano dunque ad una città ricca, in relazione al fatto che l’oracolo riceveva donazioni da tutta la Grecia (per questo fu al centro di guerre, dette Sacre, per dominarla). Lo visitiamo al fresco; ci sono pochi turisti e la visita è piacevole.

 

 

 

 

 

A sera, per caso, arriviamo alla Taverna Bacco, un vero e proprio ristorante, che offre una serie di piatti, che è difficile trovare nelle taverne, dal pesce al coniglio; è l’eccezione gastronomica del nostro viaggio. Usciamo tutti soddisfatti, salvo uno di noi che, proprio nel più bel ristorante in cui abbiamo mangiato, tentando l’avventura, ha osato chiedere un piatto particolare ed è stato tradito dal ripieno di una foglia di vite, che ha trovato disgustoso.

 

 

 

 

In viaggio per il Poloponneso; passiamo dall’altra parte per il ponte di Patra (un traghetto che ci avrebbe accorciato il viaggio è chiuso, a causa della bassa stagione).

 

Lungo l’autostrada in costruzione verso Corinto, pranzo nella cittadina di mare di Xilocastro, in un bel locale in riva al mare. Ce ne sono tanti di ristoranti, segno evidente che i turisti frequentano questa località, ma ora praticamente non c’è nessuno: siamo gli unici clienti del ristorante. Poi riprendiamo il viaggio. All’altezza di Corinto, deviamo sull’autostrada che porta al Sud, , l’A 7,verso Sparti e Kalamata; usciamo a Sterna per dirigerci verso Argos, dove abbiamo prenotato l’albergo. Argos sarà il punto di partenza per le visite a Nafplio e al sito archeologo di Mikenes.

 

 

 

NAFPLIO

Bella cittadina nell’area di Argos, nostro punto di snodo per visitare Mikenes, luogo di mare, chiamata dalle guide, chissà perché, “romantica”; ha un bel centro, con una serie di viuzze ordinate e pulite, con bei negozi che fanno la felicità (questo sì) delle signore. La visitiamo al tramonto (arriviamo da Delfi), sempre al fresco (siamo stati molto fortunati e saggi in questa nostra scorribanda per la Grecia) e tranquilli, perché ci sono pochi turisti e NESSUNA comitiva che ci intralci il cammino. Ricordiamo come Nafplio sia stata, per brevissimo tempo, capitale della Grecia, nel 1830, dopo la lunga guerra di indipendenza dei greci dall’Impero Ottomano (1821-1832).

 

 

Naturalmente se quasi tutti hanno ricordi (più o meno vaghi) della Grecia classica (a scuola i libri di testo ne parlano fin dalle elementari, allegando foto dell’Acropoli e così via), nessuno sa nulla della storia della Grecia, dalla conquista di Roma in poi. Nulla del Medioevo e dell’Impero Bizantino, nulla dei Crociati, nulla della dominazione turca, se non per uno spiraglio, allorché trattando del Risorgimento Italiano, si citava, nelle elementari di un tempo (e ora? Non lo sappiamo) un certo Santorre di Santarosa, che in fuga dal fallimento dei primi moti carbonari del Piemonte del 1820-21, fuggì in Grecia e morì combattendo per l’indipendenza greca. Orbene Nafplio è oltre quella bella cittadina che abbiamo detto, un caposaldo della storia veneziana in Morea (il Peloponneso); qui c’è una fortezza veneziana ed un quartiere veneziano. Ma cosa c’entra Venezia con una località del versante NON  ADRIATICO ma EGEO della Grecia? C’entra (ecco di nuova la storia senza la quale non si capisce nulla di ciò che si vede), perché Venezia aveva praticamente un suo Impero e la Morea ne ha fatto parte, totalmente e con specifici caposaldi). E qui giova ricorrere alla cartografia storica:

 

 

 

Da Venezia, ritorno alla Grecia classica. Di mattino siamo a Mikenes; tranquilli, non c’è caldo e rari sono i turisti.

 

 

 

 

 

 

MIKENES (MICENE)

Dalla Grecia di Venezia, alla Grecia del mito. Arriviamo, da Argos, sempre al mattino, in una fresca giornata (continuiamo a sfatare la classica visita ai siti archeologici, in ore micidiali fulminate dal sole) e con pochi turisti tra le rovine di quella che, più di una città, è stata la culla di una vera e propria civiltà, la civiltà micenea, dominatrice della Grecia tra il 2000 ed il 1200 avanti Cristo. Micenei, anche conosciuti come Achei, i Greci “tout court”. Dalle rovine ci rendiamo conto di come Micene sia stata una grande città, un grande centro politico-militare, cui si accede, ora, attraverso un reperto famosissimo, la “Porta dei Leoni”. Ci muoviamo tra gli scavi, che, ricordiamolo, furono riavviati (su altri precedentemente interrotti per mancanza di fondi) da Heinrich Schliemann, l’uomo che pensò di aver trovato l’omerica città di Troia, nei Dardanelli, dopo aver recuperato il “tesoro di Priamo”.  Ed ecco una tomba monumentale, quella che è chiamata il “Tesoro di Atreo”, altresì denominata “Tomba di Agamennone”. Siamo nel pieno del mito: Agamennone e la guerra di Troia  (Omero), poi la fine del grande re (Eschilo). Chissà se le folle dei turisti che calpestano il terreno dell’antica Micene sono in grado di discernere tra mito e storia.

 

 

 

 

 

 

 

SPARTI – MISTRAS

Siamo arrivati a Sparti, l’antica Sparta, dopo le vicissitudini raccontate nel paragrafo “Viaggiare in Grecia e altro”. Mangiamo in una sorta di rosticceria, con asporto, appena entrati in città: ovviamente insalatoni e pollo alla griglia. Gli insalatoni sono, come sempre, molto abbondanti ed abbiamo l’impressione che i greci ne consumino, uno in due, dato che continuamente ti dicono che sono “big”. E qui un’attempata signora greca, che sta consumando il suo pasto accanto a noi, appare stupita e divertita a vedermi mangiare la mia “big” insalata.  Poi scendiamo  all’Hotel “Dioscuri”, che fortunatamente è sulla stessa strada di Mistras, il complesso bizantino che é esaltato in tutte le guide ed in rete. Dista da Sparti pochi chilometri e possiamo permetterci una sosta in albergo per riposarci, per poi ripartire alla volta della stessa Mistras. Quello che abbiamo letto corrisponde alla verità; si tratta di un complesso veramente notevole di edifici, di chiese bizantine veramente eccezionali. Prima di iniziare la visita, parcheggiata l’auto, saliamo al Castello, che si staglia in alto. Sembra molto distante, inarrivabile, invece occorrono solo una ventina di minuti. Il fatto è che si tratta di venti minuti di accortissima attenzione, perché il percorso è pericoloso; dopo un po’ i gradini della scala che portano in alto, sono sostituiti da un lastricato (si fa per dire) sconnesso, molto sconnesso; l’attenzione sarà più alta, al limite della paranoia, nella discesa. Sono fortunato perché ho scarpe solide (ho visto qualcuno che prima di salire, si metteva gli scarponi da montagna). Ma tutto è andato bene; dall’alto, ovviamente, un panorama fantastico; qua e là gli edifici bizantini e sullo sfondo, illuminata dal sole, la città di Sparta. Impossibile descrivere la bellezza di quel complesso di tutti quegli edifici carichi di storia. Perché sui passa dai Crociati (che nel 1205 occuparono Costantinopoli) e fecero di Mistra la capitale di un Principato Latino, di nuovo ai Bizantini, che la fecero capitale di un Despotato, tanto ricco che Mistras divenne la seconda città dell’Impero.

 

 

 

 

 

 

 

 

SPARTI

Alla sera, al rientro da Mistra, scendiamo verso il centro della città, che è a pochi isolati dal nostro albergo. E’ un centro modernissimo (del resto la Sparta moderna è una città che ha poco più di cento anni), movimentatissimo, con tutta una serie di ristoranti con i tavolini all’aperto, nella grande e moderna piazza. Mangiamo in un locale, di cui non ricordiamo il nome, con un po’ di difficoltà a farci capire dal cameriere, mentre il proprietario, successivamente intervenuto, è abile e capisce inglese e italiano. E così che mentre alcuni di noi si attestano, come il solito, sugli insalatoni ed i souvlaki (ottimi) e sul vino (altrettanto buono), altri osano cimentarsi con la “fasolada” (in greco si dice proprio così) che è una zuppa di fagioli (nome italiano, probabilmente idea e piatto importati dall’Italia), giudicata buona. La mattina dopo ci muoviamo per scendere verso il sud del Peloponneso, verso quella Monemvasia, che la rete ci ha descritto come la Mont Saint Michel della Grecia. Passiamo a dare un occhio alla Sparta archeologica; la guida cartacea veramente a mezze righe dice che non c’è molto; in effetti non c’è nulla, se non pietre, scavi senza denominazione alcuna. Il sito, d’altra parte, NON è a pagamento e noi siamo venuti a Sparti per vedere Mistras. Davanti al sito, lo Stadio di Sparti, vigilato dalla statua dell’eroe spartano, Leonida.

 

 

SKALA

Siamo in viaggio da Sparti verso Monemvasia; scendiamo lungo l’E 961, passiamo per Krokées ed improvvisamente ai lati della strada che percorriamo vediamo una bella chiesa ortodossa. Ci fermiamo su mia espressa richiesta e mai fermata fu così opportuna. Compare improvvisamente, nel cortile, un pope e gli chiedo se possiamo visitare la chiesa, che è chiusa. Non parla una parola di italiano o di inglese ma chiama una donna (la perpetua?), che mi sembra di ricordare si chiamasse Marina, che parla un po’ di inglese, quel tanto che basta per comprendere le nostre domande e perché noi si capisca le sue risposte. La chiesa è dedicato ad un monaco santo, Nectario; la donna dice che il corpo del santo è in una chiesa di Atene, ma che lì, nella chiesa di Skala c’è una reliquia, un osso della schiena (un pezzo di una vertebra?). Le racconto della faccenda della croce di Gesù, con i cui “pezzetti-relique” sparsi per tutto il mondo, si dice si potrebbe avere un bosco. La signora ci racconta del santo e della chiesa. A causa dell’incomprensione linguistica (entrambi parliamo malissimo l’inglese ed è vero che così ci capiamo, ma c’è un limite a tutto) non possiamo approfondire il discorso, da lei sollecitato, in merito alla situazione economica dell’Italia e della Grecia. Un peccato perché la signora appare estremamente interessata. Facciamo un offerta, faccio da “ospite” (spiego il tutto) ad una giovane coppia francese che si è “affacciata” titubante all’ingresso della chiesa, salutiamo e partiamo. Questo è il viaggio, o meglio il “sale” del viaggio; incontri casuali, soste non programmate ed imprevedibili, dialoghi improvvisati (ecco perché non capirò mai i viaggi organizzati!).

 

 

 

GEFYRA - MONEMVASIA

 

Da Skala scendiamo verso Monemvasia; il viaggio non ha storia. Quando arriviamo in dirittura  della nostra meta, la cittadina fortificata, sull’isola di fronte, non si vede.  Le assomiglianze al Mont Saint Michel francese ci sono. Il punto di accesso è la cittadina di Gefyra, laddove una sottile striscia di terra collega il Peloponneso ad un'isola, che, lo ripetiamo, nasconde  Monemvasia; la città è sostanzialmente dietro un angolo dell'isolotto. Vi si può accedere in due modi: in auto, cercando poi di parcheggiare nella strada di accesso che conduce alla porta della città (che è cinta dalle mura) e poi camminare per due o tre chilometri, o, come abbiamo scelto noi, prendere un autobus che in pochi minuti ti scarica davanti alla porta di Monemvasia (l'autobus parte, da Gefyra e da Monemvasia ogni mezz'ora). Chiusa dentro le mura, con una piccola piazza centrale, di fronte ad una chiesetta (nel giorno della nostra visita, occupata per un matrimonio), Monemvasia è un dedalo di viuzze, con bar, ristoranti, hotel, negozi di souvenirs. Città fortificata, con spesse mura, ha anche una sua parte "superiore", con una grande chiesa, che è chiusa ai visitatori, perché sono in atto lavori di restauro; la cosa (almeno per alcuni di noi), non ci ha amareggiato più di tanto, perché per salire alla chiesa avremmo dovuto “arrampicarci” per almeno un'ora. Lungo le mura, che danno sul mare, molte case che hanno l'aria di essere disabitate (probabilmente sono anche seconde case, ora senza gli ospiti, perché siamo in Settembre). Un luogo incantevole, unico, bellissimo.

 

 

 

 

 

A Gefyra siamo in un nuovo ed ottimo hotel, il Panorama; a mangiare abbiamo optato per una caratteristica taverna che offre pesce a prezzi modici. Bei luoghi, bella sistemazione, ottimo cibo!

 

 

ELAFONISOS – SIMOS

 

Premesso che non sono un amante delle spiagge e che sono assolutamente indifferente ai soggiorni marini, non posso che dire che queste di Elafonisos, la Big e la Small SIMOS Beachs, sono assolutamente spettacolari.  Ci siamo arrivati scendendo da Gefyra, lungo la litorale, poi tagliando per le montagne, per Foutia, Elliniko (che ha cambiato recentemente nome), per immetterci sulla strada, a grande scorrimento, che va a Neapoli. Diramazione a Koundourianika ed arrivo a Pounta, laddove un traghetto ci porta nell’isola di Elafonisos. Il traghetto è piccolo, porta solo alcune auto e lo prendiamo al volo; sono le 10 circa ed è comunque quasi vuoto. Ci informiamo degli orari per il ritorno (come ogni viaggiatore, e in un certo qual modo lo sono, sospetto sempre le isole; sono delle trappole: ci si arriva, ma poi come si fa a ritornare?).  Elafonisos è una bella cittadina, supponiamo di supporto alle sue spiagge. Dal molo partono due strade ed una porta direttamente alle Simos. Qualcuno ha scritto che le Simos sono le seconde spiagge più belle della Grecia. Non sono in grado di smentire o di confermare; certo è che si tratta delle più belle spiagge che abbia mai visto nei miei viaggi. Anche qui si ripete il fenomeno di Monemvasia; un piccolo Mont Saint Michel, con una lingua di terra che dal "confine" tra le due spiagge si spinge verso un isolotto disabitato, posto di fronte. Le spiagge sono "discretamente" attrezzate, con "ombrelloni" simil-palme, il che dà al tutto una parvenza caraibica (qualcuno ha parlato di Caraibi della Grecia). Ci sono pochi bagnanti; quando arriviamo non c'è praticamente nessuno. Il mare è splendido, l'acqua cristallina. Alle spalle della spiaggia, un parcheggio, nascosto tra le dune, un bar ed un piccolo ristorante (dove mangiamo, ovviamente, una sorta di souvlaki, accompagnato da birra). Alle 13 il parcheggio è pieno: ma da dove è arrivata tutta questa gente? Speriamo siamo villeggianti stanziati a Elafonisos, perché se dobbiamo ritornare con quel piccolo traghetto, si dovranno aspettare alcuni giorni prima di traghettare sulla terra ferma. Comunque pensiamo di ripartire per le 16; dopotutto le spiagge sono bellissime, ma sono sempre lì, sempre quelle (saranno così anche l’indomani). All’imbarcadero arriviamo in anticipo sull’orario comunicatoci dal traghetto che abbiamo preso all’andata; c’è, però, un grosso traghetto, che parte appena abbiamo imbarcato l’auto. Chiediamo ragione dell’anticipo, che di fatto non sussiste perché si tratta di un’altra compagnia, che nulla a che fare con il “pecheno barco” (così si esprime uno degli addetti) che abbiamo preso al mattino. Il fatto è che il servizio tra le due sponde è assicurato da più compagnie, ognuna con i propri orari ed in grado di soddisfare  l’afflusso di auto. Meglio così; a saperlo prima, avremmo avuto qualche preoccupazione di meno. Al ritorno stessa via tra le montagne, con traversata più a nord, per Ag. Mamas, Lira, Kalives e Momia. Senza la carta della Laconia il viaggio avrebbe offerto indubbie difficoltà.