28 novembre 2008  Dario: EL ALAMEIN


EL ALAMEIN

 

El Alamein, di Monteleone, del 2002, è  una denuncia contro la guerra, condotta con garbo, con eleganza, senza mai cadere nella retorica. Il film è, va sottolineato, un’opera dotta, ricca di rimandi letterari e cinematografici: c´è un reparto di  soldati italiani in un presidio isolato; il nemico non si vede mai, per quanto faccia sentire la sua presenza quasi quotidianamente, con salve di artiglieria. In seguito all’offensiva di Montgomery, alla fine del film, il reparto abbandona la posizione; una notte gran parte dei sondati viene fatta prigioniera; è buio  e si scorgono nell’oscurità solo i fanali dei carri nemici e le voci degli inglesi, che rimangono, di nuovo, invisibili. Non possiamo che riandare al tema de "Il deserto dei tartari”.

I nostri escono, di tanto in  tanto, in escursioni, in un deserto che è la metafora del nulla; l’avamposto è, in sostanza, un non luogo, lontano da tutto e nel contempo vicino a tutto. Il film si apre con una moto che macina chilometri e chilometri di deserto lungo una pista punteggiata da pali del telegrafo, che però sembrano non portare a niente. La sensazione è che ci si trovi in pieno Sahara, quando apprendiamo che, a poche decine di chilometri, c´è il mare, che sarà raggiunto dai protagonisti, nel corso di una missione. E’ deserto ma non ci sono oasi; di acqua ci si rifornisce in un altro non luogo, da un camion che consegna taniche di acqua letteralmente imbevibile. 

 

  

 

 Vicino ci sono anche delle pitture rupestri, che vengono scoperte per caso, durante l’ennesima missione kafkiana; abbiamo la sensazione che siano vicine, perché i soldati sono usciti in missione a piedi; nel contempo non  possiamo, contraddittoriamente, che immaginare un viaggio lunghissimo (geograficamente le pitture rupestri sono molto più a sud; vedi l’altro rimando cinematografico, quello del “Il paziente inglese”, del 1996).

La colonna sonora è eccellente.

Marita di essere annoverata come un vero e proprio pezzo di storia del cinema  la scena, chiamiamola così di gioco, quando i quattro protagonisti, di nuovo in missione, guidati da un bravissimo Piefrancesco Favino, dirigono la loro camionetta verso il mare, per fare un bagno. Si fermano a poche centinaia di metri e procedono appaiati; sono in quattro, numero magico del mito e del cinema: l'"Ok Corral" e  il "Il mucchio selvaggio", ma là si andava al combattimento e anche alla morte. Qui i quattro guardano rapiti il mare, che ricorda loro la pulizia, il bene, la pace, il bello; inquadrature su ogni volto, con una carrellata sui primi due, poi stacco e gli altri due volti, poi stacco di nuovo. Una canzone araba fa da sfondo. Poi la corsa nudi (si spogliano in corsa) nel mare a fare il bagno. Ma è un’illusione, di breve durata., perché arriveranno dei commilitoni a richiamarli alla dura realtà.

         Un luogo dell’anima, una metafora, la concretizzazione del sentimento dell’inutilità della guerra, della sconfitta imminente, mentre gli alti comandi sognano l’entrata in Alessandria: i soldati della postazione si imbattono in un camion italiano che ha smarrito la strada e che trasporta lucido per scarpe, per l’agognata sfilata nella città egiziana, e il cavallo che avrebbe dovuto essere cavalcato, per quell’occasione, da Mussolini, nuova  “spada dell’islam”.

Il film, infine, è abbellito dall’entrata in scena di alcuni grandi e sperimentati attori; il generale che, a tutto indifferente, scava la tomba per il fedele attendente caduto e poi si suicida (l’amico Olinto, giustamente ha osservato che meglio sarebbe stato se il regista avesse lasciato a noi spettatori immaginare il suicidio, ma comunque si tratta di un cammeo di Silvio Orlando semplicemente eccezionale); il colonnello fanatico e pazzo, Roberto Citran, che vaneggia su impossibili rivincite; il capitano medico, Giuseppe Cederna, fermo nel suo ospedale da campo.

Ed infine la chiusura, con il soldato più giovane, superstite, che, da vecchio, ritrova i compagni nelle lapidi del Sacrario di El Alamein.

 

 

 


 

 


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