28 dicembre 2008  Dario: IL GIARDINO DEI LIMONI


IL GIARDINO DEI LIMONI

 

E’ contemporaneamente leggero, intimo e drammatico questo film del Eran Riklis

 

 

  

che ancora una volta affronta i problemi che agitano la sua terra (ricordiamo il precedente de “La sposa siriana”). Da una sua intervista sappiamo che come icona del film sono stati scelti i limoni, piuttosto che gli ulivi, piante troppo cariche di significati (vengono citati nel film dallo stesso Ministro della Difesa, la cui scelta di andare ad abitare vicino ad un frutteto di limoni é l’elemento scatenante della storia);  alla fine non possiamo che simpatizzare per questi alberi, modesti, meno famosi, ma che, nel contesto del racconto, rappresentano la tradizione e l’anima della popolazione contadina della Cisgiordania occupata.

Il racconto: i servizi segreti non possono tollerare che, a fianco della dimora di un Ministro (e della Difesa, per giunta) ci sia una sorta di bosco, che potrebbe favorire l’infiltrazione di terroristi (e nel corso della festa per l’inaugurazione della villa, una sorta di attacco c’è; si ode infatti uno sparo). Il Governatore Militare della regione ordina l’abbattimento del frutteto, scontrandosi immediatamente con la determinazione della sua proprietaria, Selma Zidane, una vedova di 45 anni, interpretata dall’attrice Hiam Abbass, di una bellezza fiera che ricorda, per certi aspetti, Irene Papas. Selma decide di resistere, impugnando la decisione, sino ad arrivare, con l’aiuto di un giovane avvocato che sembra innamorarsene, alla Corte suprema.

Il film si snoda per il tramite di un montaggio che dosa, con equilibrio, gli esterni (le città, Ramallah e Gerusalemme, il “giardino dei limoni”, le strade e il muro) e gli interni, giocati soprattutto nella casa di Salma e sul suo volto, qua e là con certi preziosismi, quando la luce si diffonde, mentre l’avvocato e Selma si baciano castamente,

  

 

  

quando vediamo (e “sentiamo”) i ricorrenti tonfi dei limoni che cadono dalle piante ormai abbandonate a se stesse.

Il registro stilistico convive con un contesto fortemente connotato dal punto di vista politico, culturale ed antropologico; il regista riesce a cogliere le contraddizioni interne ai due popoli che si fronteggiano, in un quadro di normalità che si situa nell’anormalità dell’occupazione (non ci sono attentati, la vita sembra svolgersi con tranquillità, pur nelle difficoltà dell’occupazione, le strade di Ramallah sono vivaci ed affollate, la vita ferve ovunque).

  

 

  C’è l’occupazione e c’è il mondo della Palestina. Il vecchio contadino che lavora da una vita per la famiglia di Selma, ha sempre in testa una sorta di zuccotto; quando si presenta a testimoniare alla Corte Suprema, indossa, invece, con orgoglio la kefiah. La battaglia di Selma è quella di povera donna contro un avversario incommensurabilmente più forte, ma, quello che il film ci dice è che Israele è, nonostante tutto, uno stato di diritto, dove anche una donna palestinese può ricorrere (anche se poi è quasi impossibile vincere) alla Corte Suprema.

Selma trova la solidarietà di una giornalista ebrea (che “monta” il caso sulla stampa, che si schiera contro il Ministro della Difesa), quella della moglie del Ministro,


 


quella del giovane soldato che è di  vedetta sulla torretta, da cui si controlla il terreno attorno alla villa del Ministro. Non ha, invece, quella del figlio, che vive in America e le dice di lasciar perdere e di emigrare e non quella dell’integralista palestinese, che si preoccupa solo dei rapporti della vedova con il suo giovane avvocato, e non quella dell’Autorità Palestinese. La figlia del Ministro israeliano dice alla madre di non ostacolare il padre.

Contraddizioni che cogliamo trasversalmente negli ebrei e nei palestinesi; contraddizioni messe a tacere, oggi, dalla guerra di Gaza.

Bella la scena dell’entrata di Selma in un bar, a Ramallah, con gli uomini che interrompono i loro giochi e smettono di parlare.

Selma che si mette e si toglie in continuazione il foulard e che lo rifiuta, quando entra il casa il giovane avvocato, che fa rinascere in lei la scintilla dell’amore.

La chiusura con il Ministro, abbandonato dalla moglie, che dalla veranda ormai non ha più la visione del giardino dei limoni, ma quella del muro, che lui stesso ha voluto e di cui è ormai prigioniero; l’uomo va verso il muro che conquista tutto lo schermo e lascia intravedere un piccolo foro, attraverso il quale si può spiare quello che c’è dall’altra parte.

Dal particolare al campo lungo: una distesa di “spuntoni” di limoni (la sentenza della Suprema Corte aveva stabilito che i limoni non fossero sradicati, ma in parte, i 150 a ridosso della villa, “potati” a 30 centimetri dal terreno)tra i quali si aggira, piccola figura nera, Selma.

  


 

 


ritorna all'indice CINEMA