28 aprile 2012, Dario Ghelfi

RITORNANO LE TIGRI DELLA MALESIA

 

          Paco Ignacio Taibo II ci aveva già abituati ai suoi personaggi fuori dalle righe, ad improbabili investigatori del tipo di Héctor Belascoaran Shaine ed a picareschi soggetti che si muovono tra mille accidenti, secondo una logica tutta loro, che il più delle volte ci sfugge. Ma ecco dei suoi nuovi “eroi”, che emergono, però, dalle nebbie del passato, dal romanzo di avventura, già notissimi, nel nostro Paese, attorno agli anni ’50: sono nientemeno che le “Tigri della Malesia”, di salgariana memoria.

          Paco Ignacio Taibo II, Ritornano le Tigri della Malesi (più antimperialiste che mai), Milano, Marco Tropea, 2011:

 

 

 

 

è il volume che, presentato a Verona il 28 marzo 2011, ha dato il via alle celebrazioni, per il centenario della morte di Emilio (Carlo, Giuseppe, Maria) Salgari, il maestro della letteratura d’avventura italiana, il cui straordinario successo, specie nel nostro secondo dopoguerra, stride con le difficoltà economiche che lo afflissero per tutta la vita e che lo costrinsero a scrivere (anche con pseudonomi), sottopagato, decine e decine di opere.

          Alla metà degli anni ’50 eravamo adolescenti e, come tutti, chi scrive divorava i libri di Salgari, un autore che “godeva”, tra l’altro, anche di cattiva nomea presso la critica, che gli preferiva (e conseguentemente consigliava ai ragazzi) il più “serio” , o pedagogico, Jules Verne. A dire la verità non è che Verne ci dispiacesse (tutt’altro), ma nulla in confronto allo scrittore veronese che ci incantava con le sue descrizioni delle sonderbunds[1]  (questo termine ci è rimasto nella memoria da allora) ed, in genere, di quelle terre lontane che Salgari (e lo si sapeva, lo sapevamo anche noi ragazzini) non aveva mai visto. Ed i suoi personaggi, Sandokan, l’altero e fiero principe malese, la sua singolare “spalla” Yanez, di cui si sapeva vagamente l’origine portoghese (in realtà un ineffabile avventuriero) e poi Tremalnaik, indiano ed il fido Kammamuri, tutta gente che viveva in Paesi di cui nessuno sapeva nulla; anche l’europeo Portogallo, casuale riferimento per Yanez, in quei tempi non oggetto delle attenzioni del turismo, era semisconosciuto.

          Tutti personaggi che non si ponevano, nell’azione, scrupoli eccessivi, per nulla “buonisti”, spesso crudeli e quel tanto sanguinari da suscitare una malcelata ammirazione da parte di noi giovani lettori; e poi l’ambiente, l’India misteriosa, le isole indonesiane, il Borneo, le popolazioni guerriere, i “dayak”, i nemici feroci, i famigerati thugs, adoratori della dea Kalì. Ed erano avventure di terra (nella giungla tra serpenti e tigri) e di mare, perché Sandokan aveva un veliero e una base nella leggendaria isola di Mompracem, vanamente ricercata dai lettori sugli atlanti. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che il mare era il grande amore di Salgari, che aveva anche studiato al Regio Istituto Tecnico e Nautico di Venezia e che è autore di un’altra serie (che incontrò però minor successo) di storie, che hanno per protagonisti giovanissimi corsari, in lotta acerrima contro cattivissimi governatori spagnoli, che però avevano figlie deliziose, che immancabilmente si innamoravano perdutamente dei giovani ribelli[2].

          Terribili i thugs, che uccidevano strangolando la vittima, con un sottile laccio di seta, ma cattivissimi erano gli inglesi, gli inglesi del nord del Borneo, con il loro famigerato Raja Broke[3]; un suo stretto collaboratore, un lord inglese, ha una figlia, Marianna,  una fanciulla dalla bellezza incomparabile, la famosissima “Perla di Labuan”, il grande amore “impossibile” di Sandokan. Un amore che però trionferà, anche se Marianna morirà di colera non molto tempo dopo di essere diventata la sposa di Sandokan.

Taibo II dice espressamente che la saga di Sandokan e compagni è venata di antimperialismo; quello che è certo è che noi, giovanissimi lettori, parteggiavamo, senza remore, per i pirati di Mompracem ed odiavamo gli inglesi, anche perché percepivamo che c’era un’esplicita ingiustizia, derivante dal fatto che un inglese sedesse sul trono di un Paese asiatico; istintivamente coglievamo il fatto che gli inglesi erano lì abusivamente (che erano dei colonialisti, in sostanza)[4].

Questi evidentemente sono pensieri segnati dalla nostalgia, il ricordo delle prime autonome letture (ignote, oggi, ai nostri adolescenti ed è comprensibile se non fosse per il fatto che quei lontani e misteriosi Paesi, lontani e misteriosi non lo sono più); ciò che non sapevamo è quanto ci racconta Taibo II, in merito al fatto che Salgari ed i suoi personaggi erano conosciutissimi nei Paesi di lingua spagnola

 

                    … Salgari fu tradotto quasi ovunque e divenne una sorta

                    di lettura obbligata per i ragazzi. Così, la generazione di

                        coloro che hanno oggi tra i cinquanta e i sessant’anni si

                        è formata su quelle storie, un po’ come è accaduto in

                        Italia …[5]

 

          Piace leggere quanto scrive lo stesso autore, nella quarta di copertina: “Ho letto 63 libri scritti da Salgari, uno in più di quanti ne aveva letti Che Guevara …”[6]. E, in fondo, siamo contenti anche noi, per aver letto da adolescenti, gli stessi libri del “Che”!

          Ma qual è il significato di questo nuovo libro di Taibo II?

          Certamente un omaggio al grande scrittore veronese ed al suo forse inconsapevole antimperialismo, laddove gli eroi salgariani li rivediamo, invecchiati, ma non tanto, ancora efficienti, capaci di frequentare bordelli e di battersi questa volta non contro un colonialista raja “bianco”, ma contro una multinazionale “sui generis” che, mascherandosi da oscura potenza del male, la setta del Serpente (con tanto di affiliati, con il relativo tatuaggio), incute il terrore, per poter sfruttare il lavoro schiavistico, per produrre caucciù ed estrarre oro. Sembra quasi una metafora di quanto accade oggi, con la sostituzione degli aspetti demoniaci ed orrifici della setta del Serpente, per piegare ai suoi voleri le popolazioni, con l’obnubilamento delle coscienze indotto dall’apparato massmediologico.

          Scritto come un feuilleton dell’ottocento, con capitoli cortissimi, che sembrano puntate da scrivere giornalmente per un quotidiano, Taibo II, ci presenta le vecchie ma non arrugginite Tigri, coinvolte nella lotta dalla setta del Serpente. L’intenzione della setta-corporation è quella di addossare ai “nostri” le proprie malefatte e presentarsi, poi, a Tigri sconfitte, come l’organizzazione che ha liberato il Borneo dai pirati e dai banditi.  

          Ma Taibo II non si limita a resuscitare resuscita le Tigri ed i loro compagni; maestro di pastique, rimanda ad altre opere, richiama personaggi storici che con il Borneo nulla hanno mai avuto a che fare, confonde e mescola le cose, facendo intervenire una serie di singolari personaggi, estranei al mondo salariano e certamente alla Tigri della Malesia.

E tra questi fanno spicco una francese, spregiudicata e vitalissima, reduce dalle battaglie della Comune di Parigi e nientedimeno che il redivivo dottor Moriarty, il celebre e fantomatico avversario di Sherlok Holmes, che ovviamente veste i panni del capo della Spectre-Serpente.

Un divertissment per l’autore ed un divertimento per i lettori.


 

[1] “ … desolate paludi, fiumi e isolotti presso la foce del Gange, chiamate Sunderbunds … “(http://it.wikipedia.org/wiki/I_misteri_della_jungla_nera )

[3] Il raja James Broke è un personaggio storico, realmente esistito; fu chiamato White Raja e regnò a Sarawak dal 1842 al 1868 e si distinti nella lotta ai pirati che infestavano quei mari.

[4]  Serpeggiava un certo sentimento antinglese nella letteratura, diciamo così, per ragazzi; ricordiamo come nei fumetti la parte dei cattivi, oltre ché dei tonti, era assegnata alle Giubbe Rosse inglesi in un fumetto di grande successo, “Il grande Blek”. Difficili erano anche i rapporti tra gli inglesi dominanti e gli indiani ne “Il principe Chiomadoro”, un protagonista delle storie de “L’Intrepido”.

[5]  Guido Caldiron, Paco Ignacio Taibo II,  Salgari mi ha insegnato la passione per l’utopia”, in “Liberazione”, 3 febbraio 2011.

[6]  E’ piccola cosa, ma il fatto che il “Che” sia stato un grande lettore di Salgari, aumenta la nostra simpatia nei confronti del grande rivoluzionario argentino.

         

 


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