C. R. I. E. R.

Centre de Recherches sur l'Italie

dans l'Europe Romantique

 

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Président:Prof.ssa Annarosa Poli
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da l'Arena del 28 aprile 2009

Annarosa Poli, senza di lei non ci sarebbe George Sand

PERSONAGGI. LA PROFESSORESSA DI FRANCESE, ANIMA DEL CENTRO DI RICERCA ITALIANO SULL'EUROPA ROMANTICA
«Ho capito che era una grande donna da mia madre che appena imparai a leggere mi mise in mano i suoi romanzi rustici»


La professoressa Annarosa Poli, esperta di letteratura francese

 

«Giusto per farle capire che non sono solo un professore universitario». Sul foglio che ha in mano, Giorgio Albertazzi le ha scritto di suo pugno otto righe affettuose: «Cara Annarosa, senza di te non ci sarebbe George Sand e non ci sarebbero neanche tante altre cose della cultura e della vita». Ed è vero. Annarosa Poli è tra i più grandi specialisti dell'opera di George Sand, la scrittrice parigina del 1800 che dopo un lungo periodo di equivoci e distorsioni critiche è stata riconosciuta per il suo valore e la sua importanza. «L'ho scoperta da piccola», rivela la professoressa di lingua e letteratura francese all'università di Verona, in pensione, ma ancora attivissima, anima del Crier, il Centro interdipartimentale di ricerca sull'Italia nell'Europa romantica. «Ho capito che era una grande donna da mia madre, che appena imparai a leggere mi mise in mano i romanzi rustici della Sand».
Fu amore a prima lettura. «Decisi di fare la mia tesi di laurea su di lei. Non fu semplice, in Italia non trovavo i suoi libri perché la censura dello stato pontificio li aveva tolti dal commercio considerandola pericolosa per le sue idee». Questo non bastò a fermarla e la tesi sull'Italia nella vita e nell'opera di George Sand, pubblicata nel 1960 dall'editore Armand Colin, oggi è il volume che l'ha resa famosa negli ambienti culturali di tutto il mondo. Tradotto in tutte le lingue, è arrivato alla centesima edizione con gli editori più importanti. «Specialmente le americane mi sono molto grate. Non sapevano della sua esistenza, gliel'ho rivelata io».
George Sand era una donna moderna, «per questo mi piacque». Di origini nobili, ribelle, anticonformista a tutto tondo, dal modo di pensare a quello di agire, a quello di vestire. Indossava abiti maschili per girare tra le vie di Parigi con maggior libertà, «ma non ha mai rinunciato alla sua femminilità». Come lei, d'altronde. Qualcosa in comune tra queste due donne ci deve essere senz'altro. George Sand, la femminista, la socialista, la romanziera romantica per eccellenza, «la fiamma del suo secolo», «l'eco sonora del suo tempo». E Annarosa Poli, la ricercatrice, studiosa preparatissima, appassionata, instancabile, Officier de l'ordre national du mérite de la République française, nella lista Who's Who in the World insieme ai grandi. «Ho preso molto da mia madre», racconta prendendosi una vacanza dall'elenco, per altro lunghissimo e importantissimo delle pubblicazioni. «Era una donna intelligente, una perfetta padrona di casa che amava ricevere ospiti e conversare. Questo a mio padre non piaceva molto. Era un uomo tutto d'un pezzo, poco incline all'indipendenza femminile».
Cromosomi che lei non ha certo ereditato. «Ho iniziato come giornalista per il Resto del Carlino. Risposi con una lettera feroce a un articolo che parlava male delle donne. Argomentai con una tale determinazione che divenni una corrispondente fissa del quotidiano. Poi lasciai per dedicarmi esclusivamente all'insegnamento». Prima all'università di Bologna, poi a quella di Perugia, di Padova e infine di Verona. Le sono stati dedicati tre volumi su George Sand et son temps, Hommage à Annarosa Poli (Torino, edizioni Cirvi-Slatkine, Ginevra) da parte di studiosi europei e extra europei, che le sono stati consegnati in forma ufficiale all'Università di Verona, al Centro sul Romanticismo del Gabinetto Vieusseux di Firenze e alla Sorbonne di Parigi.
Nel 2006 è diventata commendatore della Repubblica italiana. «Un riconoscimento tardivo, per non essere da meno della Francia». Una cortese, impercettibile, benevolenza le lampeggia nello sguardo. «Forse quella che ha fatto meno per me è stata proprio la mia città, Verona», dice sorridendo senza il minimo accenno di rimprovero. «Ma io vado avanti per la mia strada e non sarà certo questo a fermarmi. Anche adesso che sono in pensione, ho da fare come prima. Il mio impegno è tutto per promuovere la cultura francese». E se un rammarico ci deve essere, è proprio qui, nel constatare un calo di interesse nei confronti della lingua della cultura, dribblata dagli studenti che le preferiscono l'inglese. «Quando ho iniziato a insegnare lingua e letteratura francese all'università, giovanissima, avevo ottocento studenti. Adesso i corsi stentano a raggiungere il numero minimo». Cambiano i tempi, e la cultura non è più tra le priorità. «È un peccato, si va perdendo un patrimonio di enorme grandezza».

Silvia Bernardi

 

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