27 maggio 2013, Dario Ghelfi

Bagliori di Parigi

  

 

“Ripercorsi”

 

La mobilità

Metro, autobus, RER, pullman sightseeing, in tutte le salse, bateaux: Parigi non presenta problemi a visitarla. Ma ora vediamo che sono comparsi i risciò. 

Tutti abbiamo nella mente l’immagine del risciò, questo mezzo di trasporto diffusissimo in Asia ed in Africa, che, tra l’altro abbiamo visto in tanti film, spesso associati alla figura del “coolie” cinese: una vera e propria icona. Sappiamo delle polemiche sorte attorno questo mezzo di trasporto a trazione umana, della proibizione che lo colpisce in molti Paesi. Oggi si presenta in forma moderna, con il carrello, che ospita i trasportati, trainato da una bicicletta o da una moto. A Parigi, i ciclo-risciò, sono stazionati sostanzialmente dalle parti dei Champs Elisées (alcuni con bizzarre biciclette che hanno i pedali sul davanti e con il conducente che pedala praticamente sdraiato). Offrono percorsi “ecologici” per la città, con fermata nei pressi dei monumenti più importanti. Domenica, una giornata dal cielo coperto, eravamo seduti sui gradini dell’Opera, ad oziare, ad osservare il passaggio della gente ed ecco arrivare un risciò. E’ una sosta per l’Opera ed infatti i due clienti, una giovane coppia, scende e si fa fotografare dall’altrettanto giovane conducente. Siamo nella normalità dunque, ma c’é un particolare che sa di nemesi storica: il conducente è un giovane francese e i passeggeri sono due giovani orientali (cinesi probabilmente, che di cinesi, più che di giapponesi è piena Parigi)!

  

 

           Oltre ai risciò constatiamo, con piacere, che Parigi sta diventando sempre più simile alle grandi città del Nord Europa, con un considerevole aumento dell’uso della bicicletta. La Municipalità appoggia questo tipo di mobilità, ponendo a disposizione dei cittadini un gran numero di biciclette, con specifici depositi dislocati in tutte le aree della città (particolarmente nel Quartiere Latino).

  

  

Sicurezza e ordine pubblico

Poliziotti nella metropolitana (non in tutte le stazioni, ma qua e là), soldati con mitraglietta al Centro Pompidou. L’ossessione del controllo degli zaini, delle sacche, delle borse; all’entrata al Museo d’Orsay, si passa anche per il metal detector. Sono le continue (ci dice un parigino: “tous le jours” e noi ne vediamo una, con poche persone, comunque, alla Place de la Sorbonne) manifestazioni dei cattolici e della destra contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso, la famosa legge Toubira, dal nome del Ministro della Giustizia proponente. Ma sarà anche la frenesia bellicista della Francia, prima ad attaccare la Libia, l’intervento in Mali e il desiderio di gettarsi nella guerra civile siriana. Di questo clima assistiamo ad un episodio significativo al Ponte del Corrousel. Ci accorgiamo che dal lato opposto di Rue Voltaire, laddove noi stiamo camminando, tre uomini della Gendarmeria stanno fermando i passanti, invitandoli a non proseguire il loro cammino sulle strisce pedonali, che portano al “nostro” lato; poi li vediamo accingersi a delimitare la zona, cingendola con le usuali strisce di plastica bianco-rosse. Poi ci rendiamo conto di cosa sta succedendo: arriva una barbona (dalla nostra posizione ci sembra molto vecchia), che si avvicina ad una grossa valigia appoggiata al muretto del ponte, evidentemente la “sua” valigia, di cui noi dall’altra parte non ci eravamo accorti. Era la valigia abbandonata ad aver determinato l’intervento dei gendarmi. Evidentemente qualcuno aveva telefonato e ci siamo ricordati che in molti luoghi (come da noi solo nelle stazioni e negli aeroporti, mi viene di ricordare) ci sono inviti a NON abbandonare, a non lasciare incustodite le proprie valige ed i propri bagagli. E così c’era stato l’intervento. Resisi conto che si trattava degli “averi” della povera vecchia, i tre poliziotti, tranquillamente, senza dire nulla, hanno riavvolto le strisce e si sono allontanati (e così anche la barbona).

Controllo anche quando rientriamo dal parco annesso all’interno all’edificio della La Villette, dove eravamo passati senza controlli. Evidentemente il parco ha un collegamento con l’esterno ed ecco la borsa di mia moglie guardata e il mio zaino non  aperto ma semplicemente tastato, quasi si cercasse di “sentire” una mitraglietta. Ciò che non ha impedito, poi, il fatto che il suicida di Notre Dame entrasse, martedì 21, con una pistola nella cattedrale e si sparasse un colpo sull’altare (e precedentemente, quando eravamo entrati noi, abbiamo avuto borsa e zaino, sia pur frettolosamente, ispezionati, ma una turista con un trolley respinta!). Chissà cosa succede adesso dopo l’accoltellamento del soldato!

 La città delle torte e dei “macarons”

Premetto che non mi piacciono i dolci, a parte la cioccolata fondente, per cui non mi accorgo letteralmente degli aspetti dolciari delle località che visito, a parte la Sicilia, dove devi continuamente lottare per rifiutare cannoli, torte, marzapane e via dicendo. Ma qui me ne sono accorto anch’io; dappertutto, torte (dominate dalle fragole) e, in particolare, un biscotto “farcito” di cui ignoravo l’esistenza, il “macaron” (da non confondere con i “macaroni”, la pasta italiana), che letteralmente troneggia in tutte le vetrine delle pasticcerie e dei forni. Ne ho assaggiato uno, alla Lafayette Maison, ovviamente al cioccolato: nulla da dire: superbo!

 

 

  

L’arte del vendere

I francesi, almeno Parigi, non hanno nulla da imparare da noi, in questo settore. Le boulangeries, i forni, ad esempio, sono tutti attrezzati, per il consumo sul posto, a volte non fornendo solo i loro prodotti merceologici, ma trasformandosi, anche, in veri e propri ristorantini. Dalle parti di Montmartre abbiamo pranzato in una bellissima boulangerie, un piatto unico, a pochi euro, con formaggio su pane tostato e un bel contorno di verdure.

  

  

Così fanno anche le rosticcerie (non tutte, magari con un tavolino all’aperto, da mangiare in piedi); non parliamo delle rosticcerie da asporto cinesi, tutte dotate di tavoli e con tutte le bevande possibili, vino compresi. Sono convinto che le autorità francesi non pongano ostacoli (come ho il sospetto accada da noi) a questo “estendersi” dell’attività dell’esercente.

 L’origine de la vie

Nella notte tra il 18 e 19 maggio 2013 i Musei di tutta Europa si sono aperti gratuitamente al pubblico, nell’ambito della Giornata Internazionale dei Musei. Alle 17 del 18 maggio siamo, pertanto, entrati, al Musée d’Orsay ed abbiamo visitato le sale, che presentavano i pittori che avevamo scelto (il d’Orsay, com’è noto, è un museo straordinario e richiede tempi lunghi per “percorrerlo” nella sua interezza, ma questa non era la nostra prima visita). A conclusione del “giro”, siamo entrati in una sala dedicata a Gustave Courbet, in cui troneggia, solo, al centro, quello che è il suo più celebre dipinto, L’origine de la vie.

  

  

Siamo soli; dopo un po’ entra una giovane coppia, molto giovane, spagnola o latino-americana, comunque di lingua castigliana.

La ragazza sembra un po’ perplessa (è evidente che è la prima volta che vede la tela). Così faccio un po’ l’anziano saccente e racconto come il quadro sia stato per lunghissimo tempo nascosto alla vista del pubblico. Si dice che il primo proprietario sia stato il committente, probabilmente un diplomatico turco-egiziano, che lo faceva vedere solo ai suoi più intimi amici, ospiti della sua casa, alla fine delle cene. Certamente il soggetto non era tale da poter essere esposto in pubblico: non erano i tempi. Poi varie vicissitudini ed infine l’acquisto, abbastanza recente, da parte del Museo.

La ragazza mantiene la sua perplessità, poi esclama (secondo quanto mi sembra di aver capito dal suo castigliano): “Sì, però un po’ di depilazione!”.

 

Cinesi

Manchiamo da Parigi da una decina d’anni. La nostra icona dei turisti orientali era il gruppo di giapponesi, con guida davanti a tutti, con una bandierina o magari con un ombrellino a guidare, a dirigere. Ed è noto come noi non sappiamo distinguere gli uni dagli altri, molti orientali, in particolare i coreani, dai giapponesi, dai thailandesi, dai cinesi. Comunque, sta di fatto che, nella loro maggioranza, i turisti orientali, fino a pochi anni fa erano i giapponesi, con tanto di macchina fotografica, a riprendere, praticamente TUTTO. Ora invece, dappertutto, ci sono i cinesi, sia come turisti (ai Magasin Lafayette, al centro accoglienza ci sono due hall, una per i giapponesi e una per i cinesi); evidentemente c’è ora in Cina un’aliquota della popolazione, amplissima per i suoi numeri assoluti, che può permettersi di viaggiare e di venire a sposarsi a Parigi, con tanto di servizio fotografico ad opera di un connazionale.

  

  

 

E ricordiamo, ancora, come in tutti gli angoli ci siano Tracteurs Asiatiques (cinesi) che offrono cibo da asporto e piccoli ristoranti.

  

  

Il quartiere di Belleville (noto per avere la più alta concentrazione di stranieri nella città), dieci anni fa era per eccellenza maghrebino ed africano. Sembrava di essere in Africa, magari nel Nord Africa: oggi è sostanzialmente cinese, un quartiere cinese.

 

Lucchetti

Ahimé, la moda lanciata dal celebre “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia ha colpito Parigi (e leggiamo, costernati, anche altre città del mondo). I ponti sulla Senna ne sono letteralmente invasi; uno, quello des Artes, credo, ne ha le ringhiere letteralmente coperte (vedi la precedente foto dei due sposini che si fanno immortalare, appunto, davanti ad una selva di lucchetti).

 

 

  

 

 


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