27 marzo 2012, Dario Ghelfi: La Graphic Novel

LA GRAPHIC NOVEL

 

Non è mai facile definire delle date nella storia dei mass media (c’é sempre qualcosa che è accaduta prima, che disorganizza l´impianto storico-critico), ma sembra che sulla graphic novel ci sia una certa unanimità nell’assegnare la palma di primo romanzo grafico al capolavoro scritto e disegnato da Will Eisner nel 1978,  “A Contract with God, and Other Tenement Stories”, laddove, almeno per la prima volta in America, il racconto è centrato non su personaggi specifici, avventurosi, o supereroi o delle family strip, ma piuttosto su persone comuni, con i loro problemi, i loro affanni, le loro miserie[1].

 

 

Ci si permetta, avendo citato il 1978, di richiamare, a grandissime linee, la storia del fumetto. Nato, come mezzo di comunicazione di massa (lasciamo stare, ora, il cosiddetto protofumetto), alla fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti, aveva lì conosciuto quella che è stata definita la sua età dell’oro, dagli anni venti agli anni Trenta, con una serie di personaggi che non avrebbero più trovato pari (Flash Gordon, Dick Tracy, Superman, Topolino, Phantom, Mandrake, ecc.). Già di casa in Italia (è dei primi del Novecento il “Corriere dei Piccoli”), il fumetto, che aveva trovato certe difficoltà nell’ostracismo del fascismo alle pubblicazioni anglosassoni, si afferma definitivamente nel dopoguerra, muovendosi lungo canali differenziati: i giornali (testate che si aggiungono al “Corriere dei Piccoli”, del tipo de “il Vittorioso” o de “L´Intrepido”), gli albi (tantissimi, delle più diverse editrici) e (caratteristica ci sembra unicamente italiana) il formato striscia (da non confondersi con le “strisce a fumetti”, che sono tutt´altra cosa)[2].

Tutto però era centrato sui personaggi. Se poi consideriamo il fumetto specificatamente italiano (perché ovviamente in Italia erano notissimi i “characters” di altri Paesi, sostanzialmente quelli statunitensi) era tutto un pullulare di eroi, giovani, giovinetti, spesso con gli appellativi di “piccolo” e di “capitano” (Il piccolo Capitano, Capitan Miki, …).

          Un fumetto, quello italiano, però bistrattato (salvo sorprendenti eccezioni) dalla critica, una lettura considerata specifica di lettori non completamente alfabetizzati o di adolescenti e bambini (e a nessuno che venisse il sospetto che l´enorme successo di “Tex”, che va avanti dal 1948, avrebbe dovuto pur far pensare ad un target piú articolato), finché, con la comparsa di “Linus” nel 1965, si apre una nuova era, con i “comics” che entrano all’Università, con i quotidiani che li ospitano (in inserti e non), con un fiorire di pubblicazioni critiche, mentre le edicole si riempiono di riviste specializzate (belle, di carta patinata), che accolgono, tra l’altro, il meglio della produzione mondiale.  “Comic Art”, “Corto Maltese”, “L’Eternauta”, “Il Sgt. Kirk” ci fanno conoscere il fumetto sudamericano; dall’Argentina è rientrato quello che sarà una gloria del fumetto nostro (e mondiale), Hugo Pratt, che incomincia a scrivere storie nel “Corriere dei Piccoli”). Le riviste ospitano in sostanza, il meglio della produzione mondiale, il fumetto francese o meglio d’expression  française (ci sono anche i belgi!), quello inglese, quello spagnolo e quello underground americano.  E’ evidente che non ci sono solo storie centrate sui vari personaggi, ma anche racconti (specie se di guerra, e qui basterebbe ricordare il nostro grande Attilio Micheluzzi) che si avvicinano, a quella che noi intendiamo ora per graphic novel; i primi, comunque restano dominanti. Infine, la satira ed il cartoon si mescolano e si muovono parallelamente al fumetto (non solo vignette e cartoon, ma vere e proprie storie): nascono, si affermano, sono oggetto di dibattiti, “Il male” e “Frigidaire”.

          Di alto livello i lettori, si diffonde il collezionismo; ma nel momento della gloria, il crollo (almeno nel nostro Paese). Nel decennio “novanta” chiudono tutti, le vecchie storiche testate e quelle nuove, patinate e non. I ragazzini non leggono più i fumetti, attratti dalla TV e dai videogiochi; gli appassionati si riducono ad una nicchia (insidiata dall’età); in edicola si mantengono Topolino e la Disney, Lanciostory e Skorpio (che mantengono vivo l´interesse, in particolare, per il fumetto sudamericano e francese) e l’intramontabile “Tex”, colonna della Bonelli Editore ed alcuni suoi compagni d´avventura (tipo Zagor).

          La distribuzione cambia; all’edicola si accompagna la libreria (in misura ancora insufficiente, non certamente ai livelli francesi, dove un albo a fumetti è riuscito a vendere 2.000.000 copie) e la “fumetteria”, il negozio specializzato di fumetti (ce n’é più d’uno in ogni città).

          Cambia il quadro della narrativa a fumetti; salvo eccezioni, è il singolo personaggio che non regge più  (qualcuno evidentemente rimane, perché oltre a “Tex” abbiamo “Dylan Dog” o “Martin Mystère”) ed appare via via sostituito da racconti “unici”, da storie che si chiudono in sé, da veri e propri romanzi, anche se inizialmente il termine tecnico di “graphic novel” non si usa ancora o, per lo meno è ignorato dai non addetti ai lavori e/o dagli appassionati.

La stessa Bonelli, da una parte continua con i personaggi, ma incomincia a presentare, di tanto in tanto, il romanzo grafico a sé stante, magari una graphic novel di tipo avventuroso, spesso affidata ad un grande disegnatore, già titolare di un personaggio caduto dopo un lungo servizio.

Appare anche una sorta di graphic novel “di mezzo”, nel quale tutto ruota attorno ad un personaggio, che dà il nome alla collana, ma che chiude la sua vicenda in un numero già prestabilito di albi (già nella presentazione del numero “uno” il lettore viene avvertito che il tutto si esaurirà con il numero “x”).

Se questo succede nella ridotta fumettistica della Bonelli, nel generale comparto della letteratura a strisce, il romanzo autonomo, la graphic novel, ha pieno successo, anche per la presenza dominante di quella americana (in Francia il fumetto con eroe sembra resistere). I giovani autori, sono tutti impegnati nella graphic novel, anche perché attorno ai persistenti grandi personaggi lo spazio è ristretto. Il fenomeno interessa anche la critica specializzata e si accendono polemiche sul fatto che molte opere siano “troppo novel” e “ poco graphic” e che spesso, in mancanza di idee il romanzo, appaia sostituito dall’autobiografia[3].

Comunque il “genere” ha pieno successo, tanto che riviste e quotidiani, anche autorevolissimi, entrano in campo a segnalare “graphic novels”; “il Sole – 24 Ore”) ci ha presentato quelli che ritiene i migliori 20 titoli di questa nuova avventura letteraria (e con questa presentazione siamo in gran parte d’accordo).

Quello che vorremmo sottolineare sono, piuttosto, i filoni della graphic novel, così come si sono enucleati in questi ultimi anni (citando a livello unicamente esemplificativo):

1.    L’autobiografia, del tipo di “Blankets” di Craig Thompson, un vero e proprio capolavoro in assoluto; stupendo dal punto di vista grafico, anche il suo nuovo “Habibi”;

2.    La fantascienza ed il fantastico, dal “vecchio” “Garage ermetico” di “Moebius”, recentemente scomparso,  a “Fuochi” di Lorenzo Mattotti, da “V per Vendetta”, scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd, al superbo ed insuperabile “L’Eternauta” di H. G. Hoesterheld e Solano Lopez;

                                                                   

3.    La storia, spesso intersecatesi con il “reportage di guerra”. L’olocausto, dal “Maus” di Hart Spiegelman, ad “Auschwitz” di Pascal Croci, a “Yossel” di Joe Kubert. I “reportage” di Joe Sacco (“Goradze”, “Palestina”, “Gaza”); il Giappone con Jiro Taniguchi ed i suoi “Ai tempi di Bocchan” (con Natsuo Sakikawa); il genocidio del Ruanda con “Deogratias” di Jean-Philippe Stassen; la Comune di Parigi, con “Le cri du peuple” di Jaques Tardi e Jean Vautrin; la guerra di Spagna, con “No pasaran” di Vittorio Giardino; La Germania della Repubblica di Weimar con “Berlin” di Jason Lutes; la storia del Canada con “Louis Riel” di Charles Brown; Sarajevo con l’omonima graphic novel di Joe Kubert; l´Iran delle rivoluzione komeinista di “Persepolis” della Marjane Satrapi; la guerra in sé con “Appunti per una storia di guerra” di “Gipi”. Ovviamente l’ 11 settembre a New York (“9-11” della Play Press e “12 settembre. L’America dopo”, entrambi volumi “in collettivo”). L’interessante è che talvolta è proprio il fumetto ad affrontare tematiche storiche, che spesso sono ignorate dall’altra letteratura; c’è qualcosa di simile a “Ai tempi di Bocchan” in Italia, sulla storia del novecento giapponese? Pensiamo a “Louis Riel”, che probabilmente risulterebbe interessante anche per  un giovane canadese! O delle donne ucraine in lotta contro gli invasori nazisti, con “Katusha” di Wayne Vansant. E della storia dell’imperialismo americano di Howard Zinn – Mike Konopacki – Paul Buhle, Storia popolare dell’Impero Americano. E poi “Igort” con le guerre del Caucaso (“Quaderni russi”) e i terribili anni “trenta” dell’Ucraina, sconvolta dai massacri staliniani e dalla carestia. Per non parlare della guerra di Corea, dei coreani Park Kun-woong e Chung Eun-youg, con “il ponte di Nogunri”. Ed infine Israele, con il Libano, con “Valzer con Bashir” (“fratello” del celeberrimo film d’animazione, di Ari Folman e David Polonsky.

4.    Il reportage/cronaca. A volte è un vero e proprio reportage, nel quale il fumetto si mescola alla fotografia, come in: Guibert – Lefévre – Lemercier, Le photographe (sulla guerra in Afghanistan), Guibert – Keler – Lemercier (scomparso Lefévre), Alain e i rom.

 

  

 

5.    In altri casi si racconta di fatti sensazionali, come il “Dossier Genova G8” di Gloria Bardi e Gabriele Gamberoni, sugli avvenimenti della scuola Diaz (Il dossier è pubblicato dall’Editrice Becco Giallo, il cui catalogo è specializzato in “Cronaca nera, storica, estera”). Dalla Francia,  Guy Delisle ci relaziona sulla Corea del Nord e sulla Birmania, con i suoi “Pyongyang” e “Chroniques birmanes”; Israele entra in gioco con “Unknown” di Rutu Modan, “Saltare il muro” di Maximilien Le Roy e”Capire Israele in 60 giorni (e anche meno)” di Sarah Glidden. Ed anche l’India, con Amputa Patil, “Nel cuore di smog city”. E il Messico della città del femminicidio: Viva la vida. I sogni di Ciudad Juares, di Baudoin - Troubs

6.    La riduzione da romanzi. Qui ci piace ricordare “Adios muchacos” di Paolo Bacilieri e “Matz”, dal romanzo di Daniel Chavarria; “Posizione di tiro” di Jacques Tardi, dal romanzo noir di Jean-Patrick Manchette. Una segnalazione specifica per lo straordinario “Gli anni dolci” di Jiro Taniguchi, tratto da un romanzo di Hiromi Kawakami;

7.    La vita, nelle sue diverse espressioni, fino alla cronaca nera ed alla satira. Qui si cimentano, ormai, tutti i più noti autori ed in particolare i giovani, stranieri ed italiani. Citiamo, alla rinfusa, qualche titolo. Tra i primi Joe Matt, “Al capolinea”; Ludovic Debeurne, “Lucile” e “René”; James Sturm, “Americana”. Tra gli italiani: Massimo Giacon e Daniele Luttazzi, con “La quarta necessità”; Luigi Bernardi e Grazia Lobaccaro, con “Carriera criminale di Clelia C.”; Davide Toffolo, de “L’inverno d’Italia”, Massimiliano De Giovanni – Giulio Macaone,  con “The Fag Hag”; “Ciao ciao bambina” di Sara Colaone;  “Gatti neri, cani bianchi” di Vanna Vinci; e poi le storie di Leila Marzocchi, Francesca Ghermanti, e via elencando

 


 

[2] Piccoli albi il cui formato era quello di una striscia, mentre quando si parla di strisce a fumetti si intendono le strisce che vanno a comporre la “tavola”, la pagina di un giornale o di un albo.

 

[3] “ …  autori che, non sapendo inventare o faticando a trovare storie valide, cercano una scappatoia nel raccontare la propria vita … nel graphic novel il progetto narrativo è solo ‘metà’ (detto per capirci, ovviamente) di un progetto espressivo che è anche “auto-grafico”. Creare un graphic novel – un fumetto – è anche esprimere, creare, tracciare il *proprio* segno. Un segno che, per un buon autore, non può che essere unico, individuale … il rischio è quello di produrre discorsi fondati su “troppa letteratura e non abbastanza fumetto”, http://fumettologicamente.wordpress.com/2012/03/07/graphic-novel-autobiografico-meno-novel-piu-graphic

 

 

 

         

 


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