27 aprile 2008
Dario Ghelfi

I VICERE’

 

         Potenza dei rimandi mediatici. Scorrendo in una rivista le recensioni dei film in uscita, abbiamo letto de “I viceré” di Faenza. Ci è sorto un dubbio: ma il libro da cui è stato tratto il film c’era nella nostra libreria? Sì, che c’era, ma (con vergogna, dobbiamo adesso confessarlo, ora che l’abbiamo letto) non l’avevamo mai aperto. La vergogna deriva dal fatto che si tratta di un vero e proprio capolavoro, una saga che ci racconta le vicende di una nobilissima famiglia di origine spagnola, in quel di Catania, l’opera più importante di De Roberto, napoletano, morto a Catania nel 1927. Siamo così pienamente d’accordo con quanto leggiamo nella quarta di copertina del volume della Newton Editore, laddove leggiamo: “In questo romanzo storico, paragonabile per impianto ai Buddendrook di Thomas Mann, l’autore crea un equilibrio perfetto tra la “rappresentazione del decadimento fisico e morale di una stirpe esausta” e le vicende dell’unificazione italiana”.

 

 

 

La saga ha inizio con la morte, a metà degli anni ’50 del secolo diciannovesimo, di quella che potremmo definire una sorta di “regina madre” che aveva diretto con la massima autorità la famiglia, imponendo a tutti il suo volere, il suo imperio, che l’aveva portato a privilegiare il terzogenito (che si rivelerà poi una sorta di debosciato dedito solo alle donne e al gioco) e trattare astiosamente il primogenito, contrariamente alle usanze che vedevano i genitori arroccarsi attorno al primo nato, costringendo gli altri figli a non sposarsi o a finire in convento, per non intaccare i beni della casata che dovevano rimanere uniti. Il secondogenito era finito in convento; delle figlie non valeva la pena di occuparsi, un  peso per la famiglia, per la dote da dar loro, quando non venivano cacciate anch’esse in convento.

Il tutto ovviamente scritto in un linguaggio raffinato, elegante, capace di descrivere con lievità le più crudeli infamie, maestro nella rappresentazione dei caratteri, potente nel dipingere gli eventi. Un vero e proprio esercizio di stile nel raccontare l’apoteosi dell’ipocrisia, quando ci descrive i molteplici drappi di velluto nero, con le declamazioni della virtù della defunta scritti a caratteri d’ora nella chiesa che ospita il suo funerale o quando leggiamo degli argomenti che madri, zie, padri, confessori usano per abbindolare le loro vittime.

Difficilmente ci è capitato di leggere un libro nel quale si rappresentasse in un modo così crudo e con condanne senza appello una classe sociale. Gli appartenenti alla casata degli Uzeda, nel loro “ramo principale ed in quelli collaterali, sono quanto di più ignobile si possa pensare. Non si salva nessuno, ad eccezione di qualche vittima (donne, ovviamente), sulle quali facciamo comunque fatica a riversare la nostra simpatia, perché la loro debolezza e la loro mitezza sembra quasi l’altra faccia della medaglia della malvagità e della grettezza dei loro congiunti, a fronte dei quali sembra scelgano di lasciare campo libero con la loro morte.

La moglie del principe, ignorata e lasciata a sé, dopo che ha adempiuto il suo dovere di procreare; una delle sorelle del principe, sepolta in un convento di clausura; la moglie dello squallido terzogenito fratello del principe, snobbata dagli Uzeda perché di nobiltà non adeguata, tradita ripetutamente dal marito che, peraltro, maltrattata, adora; la figlia del principe, che obbligata a sposarsi con chi non ama, porterà al suicidio l’innamorato.

D’altra parte quasi sempre i persecutori sono stati, essi stessi, vittime; lo stesso principe è stato costretto a sposare chi non amava, è vissuto, fingendo sottomissione, all’ombra della dispotica madre. Poi diventa una figura squallida; se il blasone conta per lui, di più contano i denari. Accondiscende al matrimonio della sorella con un giovane della piccola nobiltà, in cambio della rinuncia di questa ultima all’eredità, ruba ai fratelli, stravolgendo il testamento della madre, fa pagare il pranzo di nozze alla sorella, mettendo in conto anche i piatti rotti durante il pranzo, getta il primogenito in un convento, lasciandovelo per anni, falsifica il testamento di uno zio frate.

Terrificante il sistema educativo che puntella il codice della nobiltà principesca. Poiché tutto ha come riferimento il primogenito, i cadetti hanno davanti a sé il convento; quando non diventano religiosi non devono sposarsi per non intaccare le sostanze della casata; l’ordine sociale si incentra tutto sull’ubbidienza supina ai genitori. Costretti a diventare religiosi, gli uomini, per la maggior parte si incattiviscono; e qui De Roberto costruisce una figura di frate (lo zio, appunto del principe), Don Blasco, che è difficile incontrare in tutta la letteratura. Violento, reazionario sino al midollo, falso, libertino (ha tre amanti), gozzovigliatore,  litigioso, tanto eccelle nel suo essere irascibile ed iracondo, che addirittura solleva il riso: una figura che difficilmente troviamo in tutta la letteratura italiana.

Un mondo estremamente composito; un fratello del principe, è chiamato dalla madre con l’appellativo di “babbeo”, per la sua noncuranza per le questioni materiali. Un altro componente della famiglia si crede storico e letterato e finisce chiedendo l’elemosina. Una sorella del principe sposa il suo amato (non nobile), contro la volontà della famiglia; sposatolo, immediatamente lo disprezza, rimproverando tutti di non averglielo impedito, salvo poi alla fine gettarsi di nuovo dalla sua parte. Un’altra sorella sposa, contro la sua volontà,  un nobile che disprezzava, per poi diventarne immediatamente innamorata folle; non riesce a dargli un figlio (dà alla luce un mostro, con tanto di becco, che conserva in un vaso sotto formalina) e praticamente fa infilare nel letto del marito una prosperosa cameriera, che coccola e di cui accudisce, viziandolo, il figlio (praticamente dà al marito, un figlio per procura). Una zia presta danaro ad usura. Il vanesio fratello del principe, riesce a fare annullare il proprio matrimonio (in lieve anticipo sulla morte della moglie legittima, consunta dai dispiaceri gli le ha dato) e quello dell’amante, quasi per ripicca, perché non tollera ostacoli ai suoi desideri (sposa l’amante, per trovarsi nella situazione precedente). Una cugina, già amore giovanile del principe, lo sposa quando rimane vedovo e si dà da fare per impedire l’amore della figliastra per un giovane nobile, ricco ma cadetto. La figlia del principe che sembra aspirare alla santità, che riempie il palazzo di prelati e che restituisce al fratello quasi tutti i beni che ha ereditato (il giovane principe era stato diseredato dal padre, perché aveva opposto un  rifiuto al genitore che, in punto di morte, gli aveva chiesto di sposarsi).

Ed infine la politica. Qui siamo ben oltre al “tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima” di gattopardiana memoria. I personaggi non hanno alcuna grandezza, sono tutti squallidi, dai borghesi (magari di recente nobiltà) ai principi. Tutti verranno a trovarsi bene nel nuovo regime; il giovane avvocato potrà sposare la sua agognata principessa ed aspirare ad “ereditare” il collegio, diventato, grazie a lui, appannaggio di uno zio del principe, che in tutta sua carriera politica (diventerà senatore del regno) non pronuncerà una sola parola in pubblico ma che, in compenso, farà soldi; il principe stesso e il reazionarissimo Don Blasco saccheggeranno i beni dei disciolti ordini monastici. La politica come esclusivo mezzo per fare affari, diventare potenti e ricchi. Lo capirà prontamente il figlio del principe (reazionario anche lui, tanto da avere, nei primi tempi, addirittura difficoltà a toccare e farsi toccare dagli altri), quando, nel corso di un viaggio attraverso l’Europa e l’Italia, coglierà con immediatezza la pochezza dell’essere “primi” in un’oscura città della Sicilia e cambierà totalmente vita: da giovane arrogante e scapestrato, si metterà a studiare, acquisendo in brevissimo tempo una cultura di superficie, sufficiente, però, a farlo emergere sopra tutti, anche in relazione al fatto che è un portentoso oratore. Il suo essere ribelle al padre (non tanto per ragioni ideologiche, ma come tutela della sua autonomia, che vuole assoluta) gli gioverà anche politicamente, quando con estrema spregiudicatezza, deciderà di passare dalla parte della cosiddetta sinistra moderata, curando bene, comunque, di non urtare la suscettibilità dei clericali (che fanno circolo attorno alla sorella).

In fondo il giovane principe é l’unica figura che ha uno spessore. Ha pagato il suo tributo anche lui, da piccolo, quando venne rinchiuso in un convento, per lunghissimi anni. L’annessione all’Italia, un certo anticlericalismo dei governi (la questione romane) lo libera, chiudendo i conventi; non è praticante, irride alla religione, ma si guarda bene dall’urtare le gerarchie religiose; non è avaro e taccagno come molti della famiglia, ma soprattutto ha le idee chiare e persegue i suoi obiettivi con scaltrezza e dissimulando.

E’ cinico e determinato; se non si fa illusioni sugli altri, non se ne fa certamente su se stesso; il romanzo termina con la perorazione che fa di fronte alla zia “usuraia” (che si era recato a visitare, con lo scopo di ingraziarsela per l’eredità, in vista di una prossima di lei dipartita), una pagina eccezionale, che degnamente chiude un grande romanzo:

 

… Tacque un poco, chiudendo gli occhi: si vedeva già al banco dei ministri, a Montecitorio; poi riprese: «Questo direbbe il Mugnòs redivivo; questo diranno con altre parole i futuri storici della nostra casa. Gli antichi Uzeda erano commendatori di San Giacomo, ora hanno la commenda della Corona d'Italia.

È una cosa diversa, ma non per colpa loro!

E Vostra Eccellenza li giudica degeneri! Scusi, perché?»


La vecchia non rispose.
«Fisicamente, sì; il nostro sangue è impoverito; eppure ciò non impedisce a molti dei nostri di arrivare sani e vegeti all'invidiabile età di Vostra Eccellenza!... Al morale, essi sono spesso cocciuti, stravaganti, bislacchi, talvolta...» voleva aggiungere «pazzi» ma passò oltre. «Non stanno in pace tra loro, si dilaniano continuamente. Ma Vostra Eccellenza pensi al passato! Si rammenti quel Blasco Uzeda, "cognominato nella lingua siciliana Sciarra, che nel tosco idioma Rissa diremmo"; si rammenti di quell'altro Artale Uzeda, cognominato Sconza, cioè
Guasta!... Io e mio padre non siamo andati d'accordo, ed egli mi diseredò; ma il Viceré Ximenes imprigionò suo figlio, lo fece condannare a morte... Vostra Eccellenza vede che sotto qualche aspetto è bene che i tempi siano mutati!... E rammenti la fellonia dei figli di Artale III; rammenti tutte le liti tra parenti, pei beni confiscati, per le doti delle femmine Con questo, non intendo giustificare ciò che accade ora. Noi siamo troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un'anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male... Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori. Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.»

 

 

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