26 ottobre 2009   Dario Ghelfi, Il viaggio dell'elefante

 

IL VIAGGIO DELL’ELEFANTE

 

 

           

 

            Ad introduzione del suo ultimo libro, Saramago[1] dice di aver visto in un ristorante,  “L’Elefante”,  di Salisburgo (dove si era recato per una conferenza), una serie di piccole sculture, rappresentanti edifici e monumenti europei, quasi a descrivere un itinerario (si partiva, infatti, da destra a sinistra, dalla portoghese Torre di Belem). La sua accompagnatrice (una lettrice di portoghese all’Università) gli confermò che in effetti di un viaggio si trattava, del “trasporto”, effettuatosi nel 1551 di un elefante, dono del re del Portogallo Dom Joao[2] III all’arciduca Massimiliano d’Austria[3], da Lisbona a Vienna.

         E’ così che nasce l’incredibile storia del viaggio dell’elefante  (José Saramago, Il viaggio dell’elefante, Torino, Einaudi, 2009).

 

  

 

 

  

Il primo elemento che balza all’attenzione è lo stile della scrittura.

Saramago ci offre una prosa fluida, che si muove con lievità, senza soluzione di continuità, con le parole, che si “presentano”, in un certo modo tutte uguali, con la stessa “dignità”, scomparendo, infatti, quasi sempre le maiuscole: è quello che succede ai nomi propri, da quelli dei re a quelli dei funzionari,  e quelli degli stati, tutti scritti in minuscolo. Lo scorrere della narrazione, poi, non è interrotto, a livello grafico, dalla classica rappresentazione dei dialoghi, che siamo abituati a vedere introdotti da una specifica punteggiatura (i due punti) e racchiusi dalle virgolette. Qui racconto e dialogo sono tutt’uno; solo le virgole segnano la successione degli eventi. L’unica concessione è, talvolta, una maiuscola, preceduta da una virgola che introduce il dialogo.

Nella punteggiatura sono, così  le virgole a dominare, il punto compare di tanto in tanto, a volte dopo pagine e pagine.

Altro elemento di rilievo è la voce narrante; è come ci fosse qualcuno che racconta gli eventi che si succedono ed è (e questo è veramente singolare), una voce che appartiene alla nostra epoca, tanto è vero che spesso compaiono riflessioni d´oggi sull’epoca in cui è inquadrata la storia.

 

… il comandante si ritrovò a pensare alla moglie e ai figli … Le rudi

genti di queste epoche che ancora a stento sono uscite dalla barbarie

primeva prestano così poca attenzione ai sentimenti delicati che ben

di rado ne fanno uso …

 

            Queste riflessioni si fanno via via più frequenti man mano si avanza nel cammino che da Lisbona porta a Vienna ed in particolare quando si giunge a valicare le Alpi; sono considerazioni che si rifanno alla nostra realtà, così diversa da quella che si trova ad affrontare la variopinta carovana che accompagna e conduce l´elefante dal Portogallo all’Austria. E ci interessano e le considerazioni sulla viabilità e sui pericoli del viaggiare tra quelle montagne a metà del secolo sedicesimo, in inverno e tanto più quelle che portano a giudizi  di valore in merito alle situazioni di quel secolo “di ferro”,  così come quando “la voce” si esprime sul futuro che attende la sposa di Massimiliano d´Austria

 

        Al suo fianco è seduta la bellissima sposa, l´arciduchessa maria[4], sul cui

            viso e corpo la bellezza non durerà molto perché partorirà né più né

            meno che sedici volte, dieci maschi e sei femmine. Una barbarie …

 

            Era il destino delle donne, povere o ricche che fossero;  anche se potenti, non potevano esimersi dall´essere comunque delle macchine per far figli; Maria era figlia di Carlo V[5], ed ebbe quella sorte; si pensi che Maria Teresa d´Austria, imperatrice[6], ebbe, anche lei, sedici figli (di cui alcuni morti in tenera età). Consideriamo poi che gli storici ed i biografi riportano probabilmente il numero dei nati vivi e non sappiamo magari nulla degli aborti; in sostanza tutto il periodo di fecondità della donna si traduceva in uno stato di gravidanza perpetua!

 

Alla lievità della scrittura si accompagna una certa lievità dei personaggi, con il re del Portogallo,  che si scusa, discutendo di questioni di governo, con il suo segretario; la regina che alla fine rifiuta di ascoltare chi vorrebbe annunciargli la morte dell´elefante (verificatasi dopo un po´di tempo dall´arrivo a Vienna;  lo stesso arciduca d´Austria si degna di parlare con il cornac (il “conduttore-guardiano” dell´elefante, che è uno dei protagonisti del romanzo). Un arciduca, che diventerà Sacro Romano Imperatore, che, addirittura, ringrazia il cencioso indiano (che, tra l´altro ha ribattezzato Fritz, trovando non consono il suo originario nome indiano) quando l´elefante, all´entrata di Vienna, evita di calpestare una bambina che si era staccata dalla madre e dalla folla, che stava ammirando il singolare corteo che stava entrando in città. Sappiamo, in verità, che l’arciduca era, per quei tempi, una persona tollerante, con qualche inconfessata simpatia per la Riforma Luterana[7]. Quel che ci racconta Saramago è che Massimiliano si scandalizza per il falso miracolo, che i preti della Basilica di Sant’Antonio da Padova, pretendono dall’elefante, e organizzano, minacciando il cornac, per acquisire merito presso il Concilio di Trento[8]. Saramago irride alle mene dei religiosi che, in pieno clima di Controriforma, si danno da fare per tutelare la “vera fede”, contro i pericoli del luteranesimo; un prodigio da mostrare al popolo, quando un animale straordinario e che viene da un Paese lontanissimo, si inginocchia davanti al Sant’Antonio. Naturalmente è il cornac che si dà da fare e riesce a far sì che il suo elefante pieghi in effetti le ginocchia; cerca, poi, di trarre un suo profitto dalla faccenda, mettendosi a vendere i peli dell´animale che, appositamente bolliti, darebbero una broda capace di curare innumerevoli malattie e di far ricrescere i capelli (suscitando l’ira dell’arciduca che, nemico di ogni superstizione, stroncherà  il sacrilego commercio).

Appare evidente che Saramago ha sparso in tutto il romanzo i segni della sua ironia. L´elefante é un dono del re del Portogallo all´arciduca che è reggente dei Paesi Spagnoli; ma dal momento che il regalo (che in effetti è una sorta di “aggiunta” ad un precedente dono, che sapeva un po´di taccagneria)  è accettato, immediatamente diventa proprietà del destinatario, per cui si apre una partita pericolosissima, perché i portoghesi intendono portare l´elefante all´arciduca, sino a Valladolid dove risiede, mentre gli austriaci  (che godono di pessima fama in Portogallo) se lo vogliono portare loro all´arciduca, senza i soldati del vecchio proprietario e donatore. Al confine tra Spagna e Portogallo si sfiora lo scontro armato, entrambi i comandanti convinti di avere una missione di altissimo livello da compiere. Vediamo così l’onesto comandante portoghese (anche questa è una figura in certo qual modo “leggera”, considerate le sue funzioni, che si intrattiene anche a parlare di teologia con il cornac, nel confronto tra le diverse religioni, quella cattolica e quella induista, che l´indiano è un singolare convertito e Saramago è un ateo ironico, come lo definiscono parecchi critici) parafrasare le parole di Napoleone pronunciate dopo la battaglia di Austerlitz.

I suoi uomini sarebbero stati ricordati come “bravi”, perché erano stati là , non ad Austerlitz, ovviamente, ma a Castelo Rodrigo, un´insignificante località sul confine ispano-portoghese, dove avrebbero potuto battersi (fortunatamente il comandante austriaco  avrà il timore di dover giustificare a Lisbona e a Vienna un´azione così violenta e recederà dai suoi bellicosi propositi), per  avere il diritto di scortare un elefante.

 

 


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