26 marzo 2009  Dario Ghelfi, Gran Torino

  

GRAN TORINO

  

 

 

          Non risulta che Clint Eastwood abbia votato Obama, per quello  che sappiamo siamo indotti a pensare che non sia propriamente un liberal, ma c’è forse un regista che abbia affrontato tematiche come lui, che investono la storia e lo stile di vita americano e i problemi più drammatici dell’uomo di oggi? Per rispondere, basterebbe citare Million Dollar Baby, proprio ora che stiamo dibattendo la questione del termine della vita. D’altra parte nel suo “spezzone” di vita politica, Eastwood è stato eletto sindaco di Carmel-by-the-Sea, in California e nel periodo del suo mandato i fast food non aveva cittadinanza nel territorio di quella cittadina. Chi scrive ricorda ancora, con amarezza, di aver visto a Carmel, durante un suo viaggio in California, la “cerimonia” di apertura di un “McDonalds” (ci sembra, o comunque di un fast-food), esattamente poco tempo dopo la fine del mandato di Eastwood.  

E forse Clint ha ricordato quella parte della sua vita, quando nel film, diventato una sorta di eroe della comunità hmong, si trova a respingere le offerte di cibo, che i vicini riconoscenti gli portano, in quantità massiccia. Dice di no, poi si lascia vincere dagli odori dei “manicaretti” e accetta tutto, mandando al diavolo il manzo affumicato che, probabilmente assieme al cibo in scatola, costituiva il suo regime alimentare (scomparsa la moglie, Kowalski vive, infatti, da solo e in cucina abbiamo occasione di vedere unicamente birra).

 

I contenuti.

 

Walt Kowalski si presenta immediatamente come lo stereotipo del vecchio americano nazionalista e razzista; è incattivito, specie ora che è morta sua moglie (che si intuisce abbia molto amata); tra l’altro non fa che fumare (atteggiamento profondamente condannato negli Stati Uniti) e bere birra. Odia tutti i suoi vicini e li insulta (ovviamente ricambiato, tanto nessuno si capisce; Kowalski parla solo inglese ed i vecchi hmong parlano solo la loro lingua); ben presto, però, la barriera linguistica viene rotta, da Sue, una ragazza hmong, che parla inglese (che lui salva da un sicuro stupro), e che gli tiene orgogliosamente testa.

 

 

 

 

 

Nel dialogo con Sue affiorano, da una parte le ragioni dell’immigrazione negli Stati Uniti di tanti Hmong (Kowalski non riesce a capire perché siano finiti lì, e la ragazza gli spiega che, essendo stati dalla parte degli americani nella guerra del Vietnam, dopo la vittoria dei comunisti, molti erano stati costretti a prendere la via della fuga) e dall’altro l’orgoglio americano (la ragazza gli dice che suo padre, ora deceduto era un tradizionalista, di vecchio stampo; Kowalski risponde che anche lui è di vecchio stampo; la ragazza chiude con un “Ma tu sei americano”).

Ha due figli sposati e ha dei nipoti; loro non lo capiscono, lui non capisce loro. Kowalski ha lavorato tutta la vita alla Ford e conserva in garage una stupendo esemplare della produzione fordiana: la Gran Torino, un vero e proprio cimelio, che pulisce in continuazione; il figlio vende macchine giapponesi e Kowalski impreca perché non comperano “americano”. Disprezza figli, nuore e nipoti (in particolare la ragazza, che vede con orrore con l’ombelico in mostra alla cerimonia funebre della moglie, all’inizio del film); i suoi parenti lo ricambiano, considerandolo un vecchio testardo e pazzo. Comunque non c’è uno spettatore che immediatamente non parteggi per il vecchio Kowalski e non li coinvolga nel più profondo spregio da cui sono segnati nel film (altro colpo di genio di Clint Eastwood che dipinge l’oscenità della vita di un certo tipo di americano medio).

E’ un reduce della guerra di Corea, che se inizialmente non cura di nascondere un forte sentimento anticoreano (in guerra ha visto morire molti suoi amici), alla fine rivela di essere tormentato dal fatto di aver ucciso dei giovani soldati, che avevano paura di morire e che si stavano arrendendo. E questo vecchio reazionario, arriva a dire che non c’è nulla di peggiore che uccidere un uomo!

E lui che odia tutti gli asiatici (senza distinguerli: sono tutti uguali, per lui vengono tutti dalla giungla e Sue che, pazientemente e continuamente, gli dice che gli hmong sono un popolo delle colline) e che, solo, resiste in un quartiere ormai tutto abitato tutto da orientali, si trova a difendere Sue ed il fratello Tao (vero coprotagonista del film) dalle angherie di una banda hmong giovanile (ed è l’occasione di farci vedere uno spaccato di certa provincia americana, degrado, violenza, armi da tutte le parti). Casualmente si trova a diventare il difensore, e di qui l’eroe, dei suoi vicini, accetta i loro inviti, si prende a cuore Tao, tanto da diventare, in fondo, quasi un suo tutore (un tutore rude, misantropo, dal linguaggio violento, ma sempre tutore), compiendo così un lungo cammino nella direzione della solidarietà, dell’accettazione dell’altro e della sua cultura.

  

 

Qualcuno ha accusato il film di “buonismo”; non siamo assolutamente d’accordo e siamo perplessi, noi recensori dilettanti, verso quei professionisti che sembrano quasi non aver seguito il film con attenzione, visto che parlano di coreani, di cinesi e non di mhong, che alla fine del film indossano anche il loro costume tradizionale, lo stesso che si può ammirare nelle pagine loro dedicate di Wikipedia.

Ancora una volta, Clint Eastwood (che dovrebbe prendersi un Oscar a film, senza ovviamente sopravvalutare un’istituzione, che ha negato le sue statuette a Charlie Chaplin e a Stanley Kubrik!), ci stupisce, con la sua capacità di affrontare tematiche così grandi in meno di due ore!

          Ovviamente non racconteremo nulla di quello che succede.

Lo stile.

Pochi campi lunghi, a parte le panoramiche sugli squallidi viali della periferia, che sembrano dominati dalle auto delle gang giovanili, le zoomate sulla villetta (con tanto di bandiera stelle e strisce in primo piano) a due piani del protagonista, che con maniacale attenzione continua a tosare l’erba del minuscolo prato, antistante la veranda e molti interni, dalla casa di Walt, al suo garage-officina, dalle case dei vicini, alla chiesa, dalla bottega del barbiere allo studio del medico (ovviamente nella sala d’aspetto tutti i pazienti sono asiatici, l’assistente del medico ha il foulard e pronuncia malissimo il suo nome, il medico è una giovane asiatica, come tutti del resto).

          Moltissimi i primi piani, in particolare di Clint Eastwood, 78 anni nella realtà e nel film (un messaggio di speranza per tutti quelli che stanno invecchiando e che possono sperare di farlo come lui) e degli altri attori, tutti formidabili.

Il suo volto pare scolpito nella pietra (ricordiamo che c’è una leggenda metropolitana, secondo la quale sembrerebbe che Sergio Leone abbia detto di lui: “Ha soltanto due espressioni, con il sigaro e senza”; ciò che non gli ha impedito poi di lanciarlo verso il successo), ma sentiamo che a fronte degli eventi che accadono attorno a lui, qualcosa si muove, e come!; eccezionale, invece, il visibilissimo deteriorarsi del suo viso, quando incauti familiari (uno dei figli e la di lui moglie) gli propongono di trasferirsi in un pensionato per anziani; con uno stacco bellissimo vediamo, i due, fuori della casa, da cui sono stati letteralmente buttati fuori.

I dialoghi sono secchi, montati egregiamente, connotati da un linguaggio violento, che ricorre continuamente ad insulti, al più completo repertorio razzista, a termini scatologici; bellissimi quelli con il giovane parroco (?), alle prese con un laicissino Kowalski; a lui, alla fine, il religioso renderà l’onore delle armi.

Ma questo linguaggio, lo scopriamo via via, è una sorta di codice, tanto è vero che lo utilizza Kowalski ma anche il suo barbiere, un italiano, chiamato “mangiaspaghetti” (come tutti gli asiatici sono “mangiacani) e che lo ripaga con del “imbecille polacco”; il gioco appare scoperto quando i due danno una sorta di lezione di vita e di comportamento al giovane Tao (lo spettatore, dopo la prima visita di Kowalski al suo negozio, sa già quello che succederà quando i due si incontrano e ne aspetta con ansia il ripetersi: un Clint Eastwood comico, si direbbe)

http://www.youtube.com/watch?v=VXD8yOxIPB0&feature=related

 E attenzione, infine, al finale con la canzone sulla “Gran Torino” scritta e cantata dallo stesso Clint e da suo figlio:

http://www.youtube.com/watch?v=V1_m-8CTNVU&feature=related

          Che altro dire: da vedere!

 


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