VALENTINA  NORDIO

 

Valentina collabora da tempo con argentoeno.it con diverse recensioni filmiche. Si è laureata con Dario (suo docente di Geografia) alla Libera Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione, in Bressanone (Bolzano), il 13 luglio scorso. La sua tesi raccontava della sua esperienza ad Ol Moran, uno sperduto villaggio a nord di Nairobi, che è impossibile trovare nelle carte (anche su Google Maps). A Ol Moran è tornata; queste note ci arrivano da Nairobi; ci annuncia la partenza per il villaggio; ci manderà (connessioni Internet permettendo) il suo diario di lavoro.

 

 


 

 

Sabato,  23 luglio 2011

 

Siamo arrivati all’aeroporto di Nairobi nella prima mattinata di venerdì scorso, ad 

attenderci Clari e Lyta che, grazie alla loro loquacità, hanno condensato in un racconto di venti minuti gli ultimi loro tre mesi di vita. Uniche.

Io invece avevo tante cose da esternare, ma il concatenamento tra linguaggio e pensiero era, come sempre accade nella fase di ingranaggio in Kenya, decelerato,  circoscritto da un positivo spaesamento, capace a toccare ora gli apici dalla  confusione, orala felicità nel rivederle.

Che strano effetto, poi, il giorno seguente, camminare lungo la caotica Ngong Rroad come se fosse cosa ordinaria. Quando la percorro, ad ogni passo colgo un motivo per cui  meravigliarmi: matatu colmi di persone stipate;  automobilisti impazienti attaccati al clacson; impavidi pedoni decisi ad attraversare la carreggiata dominata dal traffico anarchico; musica  che proviene da chissà quale fonte; donne agghindate in vestiti dai colori sgargianti e con parrucche kitsch impregnate di lacca; gente che prega o che dorme sul ciglio del marciapiede; venditori ambulanti di piante da giardino trasportate su un vecchio carretto; ciabattini intenti a lucidare scarpe nella loro bottega improvvisata con plaid e sgabello, ma anche bambini barcollanti con gli occhi  allucinati dagli effetti della colla che sembrano avvisare che il valico con Kibera è lì ad un passo. L’istinto sprona a fermarsi, ci si volta alla ricerca di qualcuno che possa aver colto la stessa immagine che non dovrebbe lasciare indenne la sensibilità di nessuno, ma è tutto inutile, in quella quotidiana ed  illogica Babilonia

la pedina fuori posto è facilmente riconoscibile.

 

Fuori dal ricco supermercato, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, ci si imbatte in un ragazzino che impersona il monito a ricordare dove ci si trova effettivamente e che implora un po’ di cibo o qualche moneta. Il ragazzino puntualmente viene cacciato dal guardiano in uniforme che, mentre lo rimprovera alzando il bastone, sorride, china la schiena in segno di riverenza e propone gentilmente

di entrare nel negozio. Lui rappresenta così il fittizio e l’apparente. Il benvenuto che Nairobi dà a chi la visita è scaltramente fuorviante, come se volesse sfidare proprio quel qualcuno a trovare risposte razionali allo sconvolgente parapiglia che offre.

 

 

Domenica, 24 luglio 2011

 

Kibera è sempre impattante, non ci si può abituare ad essa e quando si attraversano le sue viuzze infangate, sporche e formate da più strati di rifiuti, carcasse di animali, stracci e rivoli di fogna cala il silenzio e lo sguardo si fa basso. Ci si sente spaesati e gli atteggiamenti si fanno goffi, al massimo si pronuncia un impacciato: “ Hai visto anche tu?” alla persona a fianco, quasi a voler sincerarsi che ciò che si sta vivendo non è frutto  dell’immaginazione ma pura realtà. Odori forti e acri a tal punto da togliere il respiro per alcuni istanti, odori di fogna, di pesce essiccato al sole e ricoperto di mosche, di bistecche di capra sanguinanti appese ad un gancio di ferro e in vendita a 100 scellini al Kg, fetori nauseabondi di discarica uniti al profumo di patate  che friggono in padella. Rumore, rumore ovunque: sette che pregano; uomini che invitano le persone ad entrare nei loro negozietti in lamiera ondulata; bambini  che corrono e giocano seminudi; una donna che impreca; un’altra che piange; un uomo colto da malore accovacciato tra la spazzatura e un cerchio di curiosi che 

osserva e tenta di intervenire; due gruppi di giovani che si picchiano; galline che svolazzano e scappano dalle mani audaci di un temerario piccoletto di tre anni, che sembra non aver paura di niente. Nello slum, la visita nelle case dei malati è per me motivo di grande disagio, mi sembra di violare la loro dignità, occupando lo spazio angusto e cieco delle loro baracche senza offrire il beneficio di un supporto, di un qualsiasi intervento benefico, ma solo con la presenza fisica che non porta a niente. Clari non capisce la mia sensazione di disagio, vorrebbe portarci ovunque e ci chiede di spendere qualche parola per dar loro coraggio. Mi sento una stupida ed ogni discorso è inutile e superficiale: “Mi dispiace, vedrai che domani andrà meglio”?, oppure “Sii forte”?... No, questi sono banali eufemismi e non possono essere utilizzati a Kibera perché là non hanno alcun senso: è difficile pensare persino ad un futuro prossimo per gli infermi che ho conosciuto, costretti a vivere tra quattro lamiere tenute insieme da assi di legno consumato e putrido  senza acqua, servizi igienici né corrente elettrica.

 

 

Lunedì,  25 luglio

 

 I giorni a Nairobi sono così passati veloci e il sentore della carestia, di cui parlano i nostri notiziari, qui l’ho percepito solo parzialmente: le classi medie e i ricchi arroccate nel cuore cittadino ignorano il fatto e perseverano a condurre uno stile di vita dallo standard elevato, mentre purtroppo l’aumento esponenziale del prezzo del mais, dei fagioli e di tutti quegli alimenti basilari di una dieta semplice, provocato dalla penuria di derrate  alimentari, ha avuto forte ripercussioni nei quartieri degradati. Succede così che con la crisi si fa più pesante la guerra tra i poveri: aumentano i furti, i rioni diventano insicuri, chiunque è alla continua ricerca di cibo e la polizia, rappresentata perlopiù da un misto di inettitudine e corruzione, non è in grado di fronteggiare la situazione giunta ormai al culmine, ovvero ad una condizione cronica. E così quelle zone diventano terre senza alcun controllo e abbandonate dal Governo che ignora le condizioni inaccettabili di chi ci vive… probabilmente le Autorità al potere considerano Kibera, Korogocho e le altre baraccopoli come parti avulse della città, il cancro urbano che non merita di essere considerato. Credo che manchi la volontà di un cambiamento, non perché le dimensioni dell’impresa appaiono scoraggianti, ma piuttosto  perché la storia di interessi e brogli ha ramificazioni infinite.

Domani partiremo alla volta di Ol Moran, vi scrivo in settimana

 

 

 

 

 

Martedì 02 agosto 2011

 

Il mercato si svolge ogni martedì nel centro del villaggio, inizia con la prima luce e termina a sera inoltrata: è un incontro folkloristico di gruppi tribali; mescolanza di idiomi, tradizioni e costumi che esaltano identità di appartenenza e posizione sociale.

L’area, circoscritta da uno steccato e dotata di due entrate principali, è relativamente vasta e in genere presenta un buon assortimento di prodotti alimentari, alcuni estremamente insoliti. Un concentrato di caos, stranezze e improbabili accostamenti. Decine di banchetti, alcuni finemente allestiti, altri spartani. Gente, rumore, pollastri che svolazzano e altri stipati in una gabbia grezza fissata su una bicicletta. Sono dieci, quindici, uno ammassato all’altro, accanto a bracieri ardenti sui quali abbrustoliscono teste di vitelli e capre. Un uomo raschia la patina nera su quelle più annerite, un altro bastona un asino che raglia. Galline e conigli già pronti per essere cucinati e presentati su un sacco di iuta adagiato a terra: una macelleria all’aria aperta, con tanto di tagliere, coltello e bilancia. Mosche attratte dal sangue animale contenuto in recipienti di plastica beige e capre che brucano ai margini dello spazio. Verdura fresca e frutta invitante: caschi di banane di varietà diverse, mango, papaia, arance dalla buccia verde ma dalla polpa dolce, avocado, ananas e di rado anche qualche mela. Cumuli di cavoli, cipolle piccole e rosse, pomodori, patate, sacchi di fagioli, ceci, lenticchie e altri legumi, e ancora farina, zucchero, sale, arachidi e spezie dai colori vivaci. Due bambini chiedono qualcosa da mangiare, un altro raccoglie da terra qualche verdura scartata dai venditori e la infila, guardingo, in una borsa di nylon. Tante donne turkana passeggiano tra i banchetti: si riconoscono per le grandi collane che indossano, formate da lamine discoidali in ferro e ricoperte di perline. Gli ornamenti che portano al collo raccontano la storia di ciascuna: donne sposate, nubili, vedove, con o senza figli sfoggiano così monili differenti in colore e larghezza. Passeggiano tra pokot e kikuyu, fermandosi di volta in volta a contrattare il prezzo della merce esposta nei vari banchetti. Nel vasto ritrovo tribale manca però la presenza dei samburu, un tempo numerosi qui nel distretto e poi costretti ad emigrare a causa delle lotte intertribali del 2007. Scontri cruenti, sanguinosi e spietati che hanno causato vittime e danni irreversibili nella vita di molti. Linda ne è la testimonianza: era notte e scappava con la famiglia, ma loro erano tanti, armati e senza pietà. E’ stata bloccata, ha assistito al massacro dei genitori e dei fratelli, poi è stata violentata sessualmente a più riprese. Per anni non ha più parlato: indelebile il ricordo di quelle scene e permanente l’offesa fisica che l’ha marchiata con il dramma dell’HIV.

Non riesco ad affrontare il suo sguardo, mi sento in difetto: i suoi occhi parlano degli strascichi di sorte e del tentativo di (soprav)vivere, nonostante la zavorra di un passato prossimo che non sarà mai remoto.

Ecco, in poche righe, il triste bilancio dei suoi otto anni: orfana, malnutrita, sieropositiva, privata di affetti, defraudata del suo essere bambina e vittima innocente di una delle peggiori regressioni che la razza umana possa raggiungere.

 

 

 

Mercoledì 03 agosto 2011

 

Il mercoledì e il sabato sono dedicati ai bambini del progetto. Sono tanti, arrivano soli oppure a gruppetti, vengono pesati, ricevono le cure necessarie e quindi il pasto. Oggi, tra gli altri, mancava all’appello Diana, una bambina affetta da microcefalia. Ha nove anni ma ne dimostra tre, al massimo quattro. L’anno scorso, le sue condizioni di salute erano pessime e lo stato di malnutrizione era così evidente, che il volto era pallido e scavato. La mamma, a causa innanzitutto di una mancata accettazione dei problemi della figlia, si rifiutava di prendersi cura di lei e così la bambina regrediva di giorno in giorno. Era sempre costretta a letto e aveva grandi piaghe da decubito che le arrecavano ulteriori sofferenze: passava così le sue giornate, aspettando il rientro della donna, quotidianamente ubriaca a causa dell’abuso di una bevanda alcolica che produceva in casa facendo fermentare il mais. In corso d’anno la donna è stata supportata sia dal punto di vista economico che pratico, attraverso il pagamento delle rette scolastiche di Diana ad una Special Unit e, nei periodi di chiusura della stessa (un mese ogni tre), mediante visite domiciliari costanti. Con l’inserimento in struttura, la situazione è nettamente migliorata: condizioni igienico-sanitarie sicuramente più accettabili, in concomitanza a due pasti giornalieri assicurati, hanno permesso una graduale e blanda ripresa della bambina.

Ieri, tornando dal centro, siamo andati a trovarla: abita nei pressi del mercato e l’abbiamo trovata nuovamente sola, mentre si lamentava sdraiata sulla branda che occupa buona parte della piccola capanna in lamiera. L’odore che si respirava era così forte e penetrante da obbligarci ad uscire per prendere una boccata d’aria. Disillusione e rabbia. Vivere qui è difficile, i problemi della madre sono palesi e giudicare i suoi modi, senza aver provato sulla propria pelle ciò che vuol dire convivere con una sovraesposizione prolungata all’indigenza, è semplice e frivola retorica. Tuttavia, diversi però macchiano i pensieri: le è stato dato un supporto concreto e la possibilità di un’entrata mensile attraverso il lavoro nei campi, non si può lasciare un essere umano in una condizione come quella di Diana, di sua figlia. In questo momento mi interrogo sull’efficacia della collaborazione con lei, sul tentativo, a quanto pare fallito, di farle prendere coscienza del proprio ruolo genitoriale. Il progetto di vita di Diana è così limitato ad un’esistenza in branda tra i propri escrementi, senza il dono della parola, privata dell’affetto materno ma cullata, semplicemente, dalla ninna nanna dei propri lamenti. Questo è l’epilogo di una giornata triste, in cui la sintesi di sentimenti contrastanti ha fatto emergere un senso di impotenza frustrante.