29 gennaio 2011   Dario Ghelfi presenta Valentina Nordio

"Inizia a scrivere nel nostro sito, di cinema, un'altra Valentina (sembra che tutte le Valentine siano così, probabilmente sentono l'influsso della mirabile loro omonima, la splendida Valentina di Crepax).

Si tratta, questa volta, di Valentina Nordio, giovane laureanda in Scienze della Formazione Primaria, alla Libera Università di Bolzano, attiva nella cooperazione internazionale e innamorata, tra l'altro, del Kenya.

Dario

“Il Nastro Bianco”

di Valentina Nordio

Storia di ostentate purezze repressive

 

Il nastro bianco ed Io, donna del XXI° secolo. Un dialogo costruito sulla proiezione di un film che si veste di metafore ed allusioni, nella rappresentazione di un passato non lontano e connotato da umani e incomprensibili comportamenti. La senile voce narrante (che compare da giovane, come maestro del villaggio, forse l’unica figura positiva del film, accanto a quella ragazza che vorrebbe come compagna della sua vita) mi conduce in un piccolo villaggio della Germania del nord: una borgata rurale di contadini protestanti, dove la donna, nel suo essere madre, compagna e lavoratrice, è inadeguatamente considerata. Il colloquio con la pellicola mi guida in modo inconscio ad un rimando con l’affronto attuale vibrato alla figura femminile. Ma questo è un altro discorso.

Vivo i momenti carichi di latente tensione, in un efficace bianco e nero e i silenzi, così concreti e tangibili, mi fanno sentire lì, tra i caseggiati inframmezzati da strade sterrate e polverose, riprese da inquadrature fisse, nella penombra delle dimore dai muri spessi e sbiaditi e nella luminosità profusa della campagna circostante.

 

 

 Il regista, Micheal Haneke, affida, non a caso, ad un ormai anziano insegnante, il compito di condurmi all’esplorazione dell’umana coercizione e del rigido sistema educativo tedesco, mediante un procedimento sineddochico, attuato mediante austere e fredde immagini, che proprio per questo rapiscono e coinvolgono.

Il maestro va a ritroso nel tempo, nel periodo immediatamente precedente la Grande Guerra del ‘15-‘18 e fa rivivere le misteriose ed inquietanti vicende, che investono il suo piccolo sobborgo, padroneggiato da un barone borioso, che sfrutta gli abitanti. Un uomo che, insieme alle figure del medico e del dottore, si erge ad emblema del pensiero caratterizzante la società di allora, che identifica nel padre-padrone il giusto.

  

 La prima digressione, presentata a livello incipitario, racconta di un sinistro ai danni proprio del medico del paese: in apparenza una beffa di cattivo gusto, una corda tesa tra due alberi, che gli provoca una violenta caduta a cavallo, ma che funge da apripista ad una serie di crudeli soprusi, a scapito della popolazione e delle autorità emergenti. Nel contempo, viene tracciato il ritratto reale del dottore: uomo indottrinato, che dà sfogo alle proprie perversioni sessuali, abusando di corpi innocenti e senza difese, corpi di bambina; svilendo allo stesso tempo la donna a puro soddisfacimento carnale, disprezzandola.

A seguire la morte misteriosa sul lavoro, presso la segheria, di una contadina, che porta alla reazione del figlio, che, nel giorno di festa, con il barone che si compiace di presenziare al pranzo dei suoi contadini, distrugge il campo di cavoli baronale, con tutte le conseguenze che la sua azione scatenerà.  Ed ancora l’incendio doloso del silo di grano padronale; le angherie fisiche arrecate da ignoti al figlio del barone ed infine l’efferata violenza su un ragazzo down. Il tutto raccontato mediante una cronaca asettica ed oggettiva, che dipinge, nelle scene conclusive del film, l’intera comunità raccolta in Chiesa per la Messa festiva, durante la quale piomba la notizia dell’inizio della Guerra.

“Il nastro bianco” è il resoconto del preludio, dal quale si dipanerà l’angheria nazista: un concentrato di rigori disciplinari opprimenti, punizioni imposte in nome della purezza da padri austeri e bigotti ai figli e alle mogli, e una violenza profusa e malcelata dietro il perbenismo ipocrita della società. Una collettività che vive nel totale rispetto dell’autorità paterna, fomentando mortificazioni e innominabili repressioni.

  

 E’ il racconto della durezza familiare, che si esplica in gesti ordinari, tra le mura domestiche, sotto le sembianze di una normale quotidianità che non veicola emozioni. Il registra preferisce che sia io, spettatrice, a viverle e a sentirle, forti, celate dietro la sterile oggettività. “Ti metto di fronte a ciò che è stato, ma non ti offro nessuna chiave di lettura, per non inficiare il tuo giudizio” sembra soffermare il suo intento. Ed è così che la cronistoria non offre solo la presentazione sequenziale degli avvenimenti, ma dà la possibilità di indagare nelle relazioni malate, che i padri instaurano con i figli, nel modello errato che proprio quei figli assorbono dai più grandi, divenendo essi stessi oppressori dei più deboli, nell’ossimoro di odio e amore che genera una spaccatura incolmabile tra generazioni. Bambini frustrati da un rispetto malsano ed imposto verso il padre, obbligati ad indossare un nastro bianco, da qui il titolo, a simboleggiare la purezza da perseguire nella vita. Lo stesso nastro bianco che dovranno indossare in adolescenza come monito a non cadere nell’indugio della tentazione, un nastro che ce ne preannuncia un altro, quello con la stella degli ebrei.

Una spasmodica ricerca di una genuinità apparente, inseguita attraverso supplizi, pene e divieti, che trasformano le vittime in persecutori.

  

 

 

 


ritorna all'indice