Dario Ghelfi,  26 aprile 2014

 

DIVORZIO ALL’ISLAMICA A VIALE MARCONI

 Amara Lakhous (così leggiamo nella “Nota sull’autore”, in calce al volume che andiamo a presentare) è uno scrittore algerino, nato ad Algeri nel 1970, che vive in Italia dal 1995 (e qui si è laureato in Antropologia Culturale ed ha conseguito un dottorato di ricerca sugli immigrati musulmani arabi in  Italia). Le Edizioni e/o hanno già pubblicato, del “nostro”, altri volumi, tra cui ricordiamo, in particolare, “Scontro di civiltà per un ascensore in Piazza Vittorio”, da cui è stato tratto anche un film, dall’omonimo titolo.

 

 

         

          Ha dei pregi particolari questa ultima fatica dello scrittore italo-algerino, Amara Lakhous, Divorzio all’islamica a Viale Marconi”, Roma, e/o, 2010.

          Lo schema narrativo si muove lungo sentieri collaudati: situazioni di ordinaria quotidianità, misteri che si risolvono con indagini supportate dalla fantasia, il tutto “condito” con una buona dose di ironia, o meglio di autoironia, dato che ne è coinvolto, in massima parte, il protagonista del romanzo, tale Christian Mazzari, un giovane siciliano, di Mazara del Vallo, che si è laureato a Palermo, con una tesi di laurea su Garibaldi in Tunisia. Di questo Paese é gran frequentatore e conosce perfettamente l’arabo; il momento è, però, critico, perché non ha successo nel lavoro e le sue aspettative, in questo campo, sono desolatamente tramontate.

          Avrei voluto fare carriera universitaria, però il portaborse no,

               non mi veniva proprio di  fare lo schiavo ed il leccaculo del

               professore. Partecipai a diversi concorsi per il dottorato ma

               senza risultato. Capii presto che il sistema era di tipo mafioso,

               con tanto di padrini, boss e affiliati.

 

            Christian trova, così, un lavoro di ripiego, come interprete di arabo presso il Tribunale ed è per questa sua specifica competenza che viene avvicinato da un capitano del Sismi (tale Giuda: un nome, un programma) che, facendo appello al suo “senso patriottico”, gli chiede di “arruolarsi” nei “servizi”, con il compito di “infiltrarsi” tra gli immigrati arabi, che si muovono intorno al “Little Cairo”, un call center in zona Marconi, a Roma. Suo compito smascherare una cellula eversiva di terroristi in procinto, secondo “i servizi”, di realizzare un attentato nella città. Dopo averci pensato su per un po’, Christian accetta e con facilità si infiltra negli ambienti degli immigrati di Via Marconi, grazie alla sua padronanza dell’arabo, alla sua classica fisionomia siciliana ed alle coperture che il SISMI stesso gli offre (“parenti” inventati in Tunisia, cui regolarmente deve telefonare, per supportare la sua falsa identità). Non raccontiamo nulla delle vicende del “nostro” nell’ambiente del call center “Little Cairo” (ma, in effetti come infiltrato è un fallimento, perché non scopre nulla); anticipiamo solo che tutte le situazioni sono (lo abbiamo già anticipato) venate di ironia (specie quando Christian ha a che fare con l’ambiguo ed arrogante Capitano Giuda), con il risultato che la lettura risulta leggera e piacevole.

Ciò che ci interessa è che il romanzo si muove sull’alternanza della storia e delle riflessioni,  in prima persona, di Christian e di una bella immigrata egiziana, Sofia, la cui presenza, in un primo momento, appare collaterale a quella del nostro protagonista. All’inizio i due sentieri narrativi procedono parallelamente: in un capitolo “parla”Christian, nell’altro “Sofia”, ma non ci sono contatti tra di loro. Poi, mentre procede il racconto, l’autore dissemina la storia di fatti e di situazioni che impercettibilmente avvicinano i due, fino a farli incontrare. Christian, che sostanzialmente si sente attratto dalla sconosciuta velata, diventa, casualmente, amico di quello che poi risulterà essere il marito di Sofia, sospettato di terrorismo dal Sismi. Una sera, a sorpresa, si trova, invitato a casa sua, a cena, e lì incontra ufficialmente Sofia.

Al di là dei sentimenti che nascono tra i due, quelle che ci colpiscono sono le riflessioni della donna, di una moderna donna egiziana, che si sente tradita dal marito in tutte le sue aspirazioni e che, indubbiamente nella vita di immigrata a Roma, si trova a confrontarsi con più ostacoli e vincoli di quanto probabilmente ne avrebbe incontrati al Cairo  (è un sospetto che abbiamo sempre coltivato e che certi comportamenti di chiusura, da parte degli immigrati, spesso nascondano il tentativo di tutelare una loro identità culturale e religiosa, che sentono in pericolo, nel Paese che li ospita). E a Roma, città sognata da Sofia, che la vede come capitale della moda, luogo dove potrebbero realizzarsi i suoi sogni, il marito, che si rivela essere un gretto e fanatico integralista religioso, la costringe a portare il velo.

E, ancora, Sofia ci parla di risvolti della cultura egiziana e, ancor più, di aspetti della religione islamica che NON vengono mai affrontati nella pubblicistica.

Partiamo da quello che è certamente uno dei snodi cruciali della vita di una donna: il matrimonio. Sofia racconta del suo fidanzamento e di come questa istituzione nella cultura araba sia una trappola fatale per la ragazza, “una forma di prenotazione, ovviamente dopo aver sborsato un po’ di quattrini per la shebka della fidanzata … gioielli che si danno alla fidanzata”. Sofia ci dice chiaramente come il tutto rientri in una dimensione culturale più che religiosa, a prescindere dall’atteggiamento della famiglia della donna (che può anche, come nel caso di Sofia, non intervenire e non spingere al matrimonio). Il fatto è che

nel mondo arabo annullare il fidanzamento è come divorziare senza

nemmeno sposarsi … se il matrimonio non si fosse celebrato alla

data prestabilita tutti avrebbero pensato che la colpa era mia, soltanto

mia … La famiglia dell’ex fidanzato, sedotto e abbandonato, avrebbe

usato un’arma potentissima per screditarmi e vendicarsi: spargere la

voce che l’ex fidanzata … non era vergine. E’ un trucco che funziona

sempre. E questo mi avrebbe condannato a rimanere zitella per tutta

la vita, avrebbe rovinato la reputazione della mia famiglia e danneggiato

il futuro delle mie sorelle e delle mie cugine di primo e anche di secondo

e terzo grado

 

Il marito, che Sonia definisce una sorta di “evangelista musulmano”, alla fine della storia appare particolarmente felice, perchè avendo convinto l’amico tunisino che lavora con lui (cioè il “nostro” Christian), a frequentare la “moschea”, ha acquisito un credito che faciliterà, dopo la morte, di entrare in Paradiso, dato che

 “i musulmani devono sfruttare la loro vita terrena per conquistare la vita

eterna … Si prega, si fa il Ramadan … per un motivo preciso: guadagnarsi il

paradiso. Ma se chiedete a un musulmano osservante perché ci tiene così tanto

al paradiso, dopo qualche acrobazia verbale, ve lo confesserà: le urì! Ecco cosa

guadagna un bravo musulmano: bellissime donne che rimangono sempre

vergini dopo ogni rapporto sessuale. E così arriviamo alla domanda da un

miliardo di euro: cosa ottiene una donna musulmana se avrà la fortuna di

mettere piede in paradiso? Le urì ? Non credo, a meno che non sia lesbica! Che

io sappia le lesbiche e i gay sono esclusi dal paradiso musulmano. Esistono

urì di sesso maschile? Non mi pare. E allora? Allora niente. Abbiamo un bel

problema da risolvere, o no?

 

            Sonia ricorda che ad una domanda, volta ad avere una risposta a questo quesito, posta ad un “professore di educazione islamica”, una sua compagna di classe si sentì rispondere che “se una donna musulmana conquista il paradiso ad aspettarla troverà il marito con cui ha vissuto nella vita terrena”. Di qui una raffica di ulteriori domande:

          e se la donna non fosse stata felice con il marito nella vita terrena?

               …[ e se il marito fosse finito all’inferno ] che fine farà la  brava moglie?

               E ancora, se la donna fosse zitella o ripudiata, cioè senza marito?

 

               Aspettiamo da Amara Lakhous altri romanzi per avere queste risposte.

      Dario Ghelfi

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