Valentina Nordio 25 settembre 2014

 

RITORNO A OL MORAN

 

Sarebbe molto più semplice consegnare la pellicola al negoziante per realizzarne un album, ma

l’azienda che rassetta i ricordi non è ancora stata inventata. Accettate quindi questo mio istintivo

flusso di coscienza, che solo oggi, dopo un letargo dovuto all’assestamento emotivo post rientro,

ha deciso di uscire. Sconclusionato, impreciso e confuso ma frutto di un viaggio così intenso da

aggiudicarsi il podio tra i miei vissuti esperienziali.

“Ciao Francesca, ci vediamo tra quindici giorni: tornerò da te con una nuova storia raccontata sulle

pagine fitte di un diario. Da grande, saprai farne buon uso”. Ultimo bacio fugace alla mia bambina

ed ho chiuso la porta, pensando che due settimane senza la sua presenza sarebbero state

lunghissime. Ho però cercato di andare oltre le emozioni superficiali e, allargando il cono di luce,

ho evitato di cadere nella trappola di infondati sensi di colpa. Ho gettato via anche il copione

sbagliato fidandomi dell’istinto e delle parole rassicuranti di chi, là, ci stava aspettando. Se io e i

miei compagni di viaggio avessimo dato retta alle notizie angoscianti trasmesse in televisione, a

quest’ora sarei qui a raccontare ciò che avrei perso, a livello di arricchimento personale, ad aver

disdetto la partenza. Invece questo scritto parla del mio matrimonio, della mia immensa felicità

oppressa dallo strazio della sofferenza, parla di amicizia, di insegnamenti e di bambini. L’essere

diventata mamma ha connotato il viaggio di un carico emotivo diverso rispetto al passato, una

nuova sensibilità che mi ha colto impreparata e fragile davanti a crudi e inaccettabili contesti di

vita. Una condizione interiore che non mi ha permesso, al rientro, di dare libero sfogo alla mia

voglia di raccontare, non per incapacità di condividere l’ossimorica ricchezza acquisita, quanto

piuttosto per un’inadeguatezza nel trasmettere l’intensità di ciò che è stato. Il rischio era ricadere

nello stereotipo dell’immagine che smette di essere utile come denuncia per sconfinare in altri

campi. In ogni bambino ritrovavo Francesca: l’assetto di questa frase è certamente più letterale che

metaforico perché il contatto diretto con l’ambito infantile, così altamente bistrattato, andava a

collimare con il pensiero costante a noi e solo la semplice immedesimazione aveva la potenzialità

di mandarmi in blocco.

 

 

 

 

Ad Ol Moran ciascun bambino è portatore sano di una storia malata

perché, pur avendo sulla groppa un fardello più grosso del proprio peso, non ne manifesta i sintomi

e si presenta allegro e felice, davvero felice, di aver vicino qualcuno, anche solo per una visita di

passaggio. Si tratta di storie che entrano nella pelle da quanto sono laide ed ingiuste eppure

contraddistinguono persone che, pur avendo un ventaglio di possibilità infinitesimale rispetto al

nostro, sembrano conoscere il gioco della vita molto meglio di noi. Sanno adattarsi, accettare o

forse subire la piana disperatamente piatta in cui si trovano a vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo benissimo la visita presso la scuola nel villaggio di Muarak: era giovedì 10 luglio e, per arrivarci, si era resa necessaria

una gincana di ore tra gli arbusti stepposi della savana. Abbiamo perso l’orientamento più volte a

causa della vastità del territorio: un orizzonte così piatto da apparire come una linea dritta e

percorribile, ruotando su se stessi a 360°, con il tracciato di un dito. Eravamo lì, immersi nel più

sconfinato paesaggio mai visto prima: in lontananza delle nubi scure capaci solo a creare false

illusioni negli abitanti spossati dall’incombente, forte siccità; più in là un branco di zebre e una

mandria di smunte mucche al pascolo guidate da un pastore Samburu. In mezzo al nulla, poi, ecco

la scuola: un piccolo edificio con le mura di terra rossa e bastoni di legno. Ad accoglierci una

ventina di bambini con il giovanissimo maestro Stephan, ai miei occhi l'archetipo di vero uomo per

i valori che ha dimostrato possedere. Avremmo dovuto far loro visita il mercoledì, ma il cibo

mancava anche per quella giornata e così l'insegnante ha sospeso le lezioni, risparmiando ai suoi

alunni il quotidiano, lungo tragitto a piedi che avrebbe costato energia e sacrificio. Quel ragazzo,

appena ventunenne, alto e talmente magro da dover ricorrere ad una cinta per tenere saldi i

pantaloni alla vita, si è presentato a noi come un perfetto esempio antitetico rispetto alla figura

maschile del luogo. Alle spalle un curriculum formativo alquanto scarno, la semplice licenza

elementare, reso però encomiabile dalla ferma determinazione nel trasmettere il proprio sapere.

“Stiamo cercando di premiare la sua bontà e, per quello che possiamo, lo aiutiamo

economicamente per partecipare a qualche seminario organizzato presso Hekima School”. Sister

Monica mi parlava a bassa voce, quasi a non voler minare la dignità di una persona eccezionale

che, con i soldi del suo primo stipendio, aveva comprato dei fogli di grande formato sui quali aveva

scritto le regole base della grammatica inglese, appendendoli in seguito nella SUA scuola,

rendendola meno vuota.

Quel giorno aveva fame anche lui, era facile capirlo e, quando le suore che ci accompagnavano gli

hanno offerto un umile pasto, lui ha ringraziato, tenendolo tra le mani. All'occhio accorto però non

sfuggono mai certi precetti: si era guardato attorno e, convinto che nessuno lo stesse guardando,

aveva ripartito l'intera sua razione ai due bambini più in difficoltà...quegli stessi bambini il cui solo

ricordo sa essere talmente chiassoso da trasformare in silenzio l'allegro trambusto delle ricreazioni

scolastiche che scandiscono il mio lavoro. I suoi alunni, intanto, cercavano di capire come mangiare

la banana perché un frutto simile non l'avevano mai visto. Tipicamente africano sì, ma nella terra

dimenticata da Dio sono pochi i prodotti locali: mais, fagioli e ancor mais e fagioli e di nuovo mais e

fagioli, regime dietetico di un'alimentazione bilanciata che, tra il resto, a causa della mancata

stagione delle piogge, potrebbe ridimensionarsi ulteriormente. In macchina è stato semplice, con

tutti, parlarsi tacendo: solo i Beach Boys e la loro Barbara Ann, che si ripeteva a causa di un difetto

del mangiacassette, riuscivano a far sentire la loro voce. Non ci importava dei cammelli, del

panorama mozzafiato, né dei facoceri e dei branchi di gnu: l'immagine dei bambini che ci

salutavano festosi, nonostante il niente, offuscava qualsiasi possibilità di nitida visione. Vorrei

allontanarmi dalla restituzione di un'inflazionata, banale e scontata fotografia dell'indigenza vista,

ma il pensiero costante a specifici ricordi incombe su tutto il resto: ancora adesso sto pagando il

debito emotivo e, come mi ha suggerito un caro amico, scrivendo di getto, al di là dell'elevato

rischio di ricadere nella superficiale retorica, dichiaro l’amnistia e mi sento meglio, anche solo per

l'idea di condividere con i miei affetti una fetta importante di vita.

 

 

Dunque il viaggio della memoria mi riporta ora a Lonyek: tappa, questa, antecedente alla visita al

mio “eroe” di cui sopra. Martedì 8 luglio, dopo aver fatto sosta al caotico mercato della town,

siamo partiti alla volta del piccolo villaggio dal quale provengono Kuya e Aita, due bambine del

progetto che molti ricorderanno perché il loro reciproco legame va oltre l'amore fraterno, è un

qualcosa di indissolubile e puro: sorelle di sangue e sorelle nell'animo. Un'unione, la loro, veicolata

da una comunicazione in silenzio perché Aita è sordomuta e Kuya, non solo sa parlare

perfettamente la lingua dei segni, ma sa anche interpretare ogni minima sfumatura del modo di

esprimersi della sorella: sguardo, postura, gesti delle mani, tutto concorre a rendere completo il

discorso.

“Andremo a visitare la scuola primaria del villaggio: purtroppo lo Stato si disinteressa e la

situazione è difficile. Sarà per voi un duro colpo!” Constatare che le parole di Sister Jerrioth erano

più che veritiere non è stata una gran consolazione. “Wageni ni baraka” è un proverbio swahili che

più o meno significa: “Gli ospiti sono una Benedizione”. Ed è davvero così: l'accoglienza che ci è

stata riservata è stata memorabile a tal punto da farci sentire a disagio perché anzitutto

discrepante rispetto al supporto, pari al nulla, che abbiamo portato con noi. Da ciò si evince che,

quasi sempre, si tratta di un'ospitalità non interessata o contaminata da secondi fini, come invece,

parrebbe umano pensare. A fare da cornice, una struttura in legno ormai logoro con il tetto in

lamiera e una secca aiuola al centro del cortile con un grezzo campanello manuale, utile a

cadenzare le ore scolastiche. In primo piano, invece, una moltitudine di bambini, alcuni in

uniforme, altri no, alcuni con dei sandali di gomma, altri a piedi nudi e con ferite aperte e

profonde, provocate dal lavorio inarrestabile delle zecche. Ci siamo presentati, mentre loro

ascoltavano, curiosi, la traduzione in swahili dell'autoritario insegnante il quale teneva tra le mani

un bastone, tipico strumento del metodo educativo adottato, che legittima l'uso della violenza e

delle punizioni corporali. I più piccoli erano in fila davanti ad una capanna per ricevere la razione

giornaliera di cibo: una donna raccoglieva, da un capiente tegame in alluminio, del getheri, piatto

tipico a base di legumi ed ogni bambino, a turno, porgeva il proprio recipiente affinché venisse

riempito. Chi possedeva una ciotola godeva di una porzione maggiore rispetto ad altri, i quali

usavano degli oggetti arrangiati come tappi di plastica di grandi flaconi di biscotti industriali ma

comunque, per tutti, la dose non poteva in alcun modo superare la capienza della piccola scodella

che la cuoca teneva tra le mani. Gli ultimi della fila hanno atteso invano il loro turno: il cibo era

finito, ma il pensiero “confortante” che l'indomani sarebbero stati tra i primi a riceverlo, e quindi il

digiuno sarebbe toccato a qualcun altro, attenuava certamente il loro malessere .

Una maschera spuria in grado di soffocare l'inevitabile tristezza: ecco cosa serve quando ci si

confronta con un paradosso che non può essere spiegato razionalmente. Sbagliato lasciar trapelare

dispiacere e sconforto: un simile mix lo si deve sprigionare altrove, lontano dagli occhi di chi, quel

paradosso, lo vive ogni giorno, evitando così di scalfire grossolanamente la dignità della persona. I

miei amici, in questo, si sono dimostrati molto più diplomatici e preparati di me. Certo, la domanda

-“Voi a casa vostra come sopravvivete?”- Rivolta a Giulia dalla maestra ha destato un'eco non

indifferente, ma lo sgomento è stato espresso in seguito: in quel momento era più importante

vivere appieno un momento di confronto con balli, canti, strette di mano e tanti sorrisi in un

girotondo in cui, la tristezza ineluttabile, si confondeva perfettamente con gli altri, positivi

sentimenti. Nelle ore successive ho riflettuto molto sul concetto di “normalità” e, immersa in un

mondo così distante dal mio, mi sono ritrovata ad estenderlo nel suo significato. Normale avere

acqua e cibo centellinati ed una sfera d'azione circoscritta ai chilometri che si percorrono a piedi da

casa a scuola? E ancora, normale ritrovarsi recluso nella propria capanna per intere giornate al

buio, forse legato e con un'invalidità tale da non poter muovere autonomamente gli arti? Sì, ad Ol

Moran rientra nello spettro della cosiddetta normalità o come qualsivoglia chiamarla. Ed è così che

il nostro indimenticabile viaggio ci ha portato ad incontrare anche Alex, un ragazzino disabile, la cui

abitazione si trova immersa nel verde, a pochi ettari di distanza dalla shamba delle suore. Un

incontro che per essere descritto necessita del modo condizionale perché si sarebbe di fatto

concretizzato se, a separarci, non ci fosse stata la porta della capanna chiusa con il lucchetto. Lui

dentro, noi fuori: “Habari yako, Alex?- Stai bene, Alex?” Chiedeva con insistenza la Sister mentre

noi cercavamo le chiavi, forse nascoste dietro qualche sasso del cortile. Dalle piccole fessure della

parete non si poteva vedere nulla: l'interno era troppo cupo e nemmeno la luce della torcia

permetteva di illuminare il sito. Il bambino rispondeva con deboli gemiti: erano le undici del

mattino e chissà per quante ore avrà atteso il rientro della zia. Lei deve lavorare la terra, non ha

tempo per seguire il nipote. Non ha tempo soprattutto perché Alex non è un lattante, ma è un “disabile”

e ciò fa di lui un “dis-adattato sociale”: il suffisso della parola, purtroppo, riflette

perfettamente il codice morale del luogo che, ad oggi, considera l'handicap un castigo

trascendentale, la punizione umana congrua al peccato commesso da qualche avo o, forse, dai

genitori stessi. Alex impersona la colpa e, come tale, non merita altro che un'esistenza isolata,

nascosta e non considerata. Questo è lo scotto da pagare per chi nasce nella parte sfortunata del

globo, sena ma e senza se: fatalmente, purtroppo, è così. Tornando con la mente a quella mattina,

il sole era l'unico elemento nel cielo azzurro e terso: i colori erano nitidi come quando, dopo la

tempesta, torna il sereno e tutto sembra indossare una veste più luminosa e pulita. Agli occhi dei

visitatori uno spettacolo naturale, per gli abitanti che subiscono i danni provocati da quell'atipico

genere di maltempo, una giornata di frustrazione e speranza sopita.

 

 

 

 

 

 

Abbiamo ultimato le visite domiciliari portando a casa una gallina, dono di una mamma, la quale, dopo un lungo percorso, sta

imparando ad accettare la sua dolce Durkas: una grave disabilità, il peso dello stigma sociale con il

quale convivere e un gran dolore alle gambe, almeno da ciò che la sua postura innaturale

permetteva di ipotizzare. Era seduta sull'uscio di casa e il suo sguardo abbassato lasciava

intravedere un sorriso di compiacimento: era felice della nostra presenza e la voce amica di Monica

le dava sicurezza. Durkas ha dodici anni, è una ragazzina spastica e da alcuni anni frequenta una

special unit di un villaggio a trenta chilometri da lì. Durante i periodi di interruzione scolastica torna

a casa, trascorrendo le giornate con l'anziana nonna, mentre la madre lavora a cottimo nei campi

circostanti. Certo, le condizioni igieniche in cui versava erano pessime, ma la consapevolezza che,

sia pur lentamente, l'affetto dei suoi familiari si sta manifestando, rendeva quel degrado materiale

meno intollerante. Sister Monica era di una bellezza epica intenta a parlare con Durkas e,

osservandola, mi chiedevo se tutta una vita mi basterà mai per imparare ciò che mi ha insegnato

lei in pochi giorni. Sa entrare in empatia con chiunque: coglie le necessità di chi non può esprimersi

e sa affrontare ogni situazione con ottimismo, energia e determinazione. Se narrasse la sua

esperienza quotidiana, diventerebbe, senza dubbio alcuno, la vincitrice del Premio Pulitzer per la

denuncia sociale dei prossimi sessant'anni. Con lei il mio senso dell'umorismo ha raggiunto nuovi

livelli di maturazione perché la sua spontaneità nel sdrammatizzare i problemi mi ha permesso, più

volte, di vivere situazioni difficili con il sorriso sulle labbra. Le parole espresse con lo sguardo di

Chocolate di pura ammirazione e riverenza nei suoi confronti ne sono la testimonianza più

concreta. Inoltre, la scena in cui Monica trasporta in carrozzina la nonna del ragazzo con le gambe

all'aria è proprio il fulcro della pellicola di immagini indelebili di cui scrivevo all'inizio di questo mio

lungo sermone. Chocolate arrivava ogni mattina presso la Casa dei bambini, seduto sulla sedia a

rotelle di legno e ferro. Alcuni mesi fa le sue condizioni di salute erano critiche e la sua età era di

poco inferiore al peso corporeo: ventitré anni per ventotto chilogrammi. Viveva all'estremità di

quella linea liminare oltre la quale c'è la dipartita e la sua esistenza era circoscritta alla capanna.

Poi, quella che era la sua barriera più grande, l'invalidità che aveva portato ad una grave atrofia

muscolare, si è trasformata in un connettore e da lì è iniziata la sua rivincita. Seguito dalle suore, ha

iniziato a mangiare ogni giorno e, recuperando energia, ha mosso i primi passi. Era lunedì 7 luglio

quando l'ho visto camminare: rigido e affannato per lo sforzo si sorreggeva tra Manuela e Giulia.

Era stanco ma felice, sono certa che avrebbe percorso quel viale infinite volte pur di allungare la

possibilità di contatto con loro. Sto divagando, ma è colpa del ricordo e la sua potenzialità di

trasportarmi, ancora una volta, proprio là dove l'ho vissuto. Stavo raccontando della capacità di

Monica di trasformare in positiva la circostanza ostile: la nonna inveiva contro Chocolate perché

faticava a sedersi. La situazione stava precipitando se non fosse arrivata LEI con uno spago tra le

mani pronta a legarle le gambe, facendola quindi sedere in carrozzina con ovvia difficoltà. Era buffo

e insolito vedere una “matta” vestita in bianco correre in pendenza spingendo una sedia a rotelle

con a bordo una donna legata che si aggrappava ai braccioli. Per Chocolate è stato un momento di

divertimento, per la nonna un monito veicolato dallo scherzo che recitava più o meno così: “Con

una corda alle ginocchia sei totalmente bloccata, tuo nipote con una malattia conclamata è in piedi

ed è l'incontrastato trionfatore”. Questo ed infiniti altri insegnamenti, impartiti ad Ol Moran da

grandi personalità di ogni generazione, mi hanno portato a vivere un'avventura che ha liberato la

mia mente da tutto ciò che, di futile, la ingombrava, incrementando di molto la mia capacità di

rimanere sinceramente sorpresa di fronte alle piccole e ovvie meraviglie che spesso, in precedenza,

davo per scontate. Ed è stato in occasione del NOSTRO GRANDE GIORNO che ho cercato, attraverso

le parole, di esternare il mio grazie sincero per tutto quello che era stato fatto per noi. Una festa

indimenticabile, preceduta da una Vigilia di preparativi e allestimenti che ricalcava la stessa,

magica atmosfera che si vive in occasione di ogni Kanga Dei. Si tratta di un clima di benessere,

collaborazione e supporto che rende tutto, compreso il visibile, più bello e suggestivo.

La suddivisione dei compiti, gli inaspettati rimescolamenti di dialetto trentino impartito dal nostro

Little (Peaceful) Warrior con l'idioma kikuyu delle sue aiutanti, le prove di ballo dei bambini e la

regia scenografia dal significato criptato di Eli e Manu; il chapati in padella e i primi passi di Bryan

tra le braci ardenti; i disegni; le lettere e il ricarico emotivo di abbracci e voglia di raccontarsi; le

imprese eroiche degli uomini nostrani e il rigoroso addestramento della giunonica Sister

Felicia...tutti si adoperavano per un fine condiviso ed era un contesto talmente sentito, che il

tempo si sarebbe potuto fermare per anni senza il rischio di cadere nella monotonia. Su richiesta

delle sisters, una cinquantina di bambini del progetto avevano potuto assentarsi da scuola per il

week end ed erano arrivati ad Ol Moran, alcuni su un matatu noleggiato, altri sul pick up che funge

da ambulanza. Erano esaltati all'idea di partecipare al matrimonio: ne parlavano ormai da molto

tempo e questa benefica attesa ha esaltato ancor di più l'entusiasmo e la gioia nel rivederci. Era

mattina, ho bevuto il mio caffè in un solo sorso: trepidavo dalla voglia di rivederli. C'erano quasi

tutti: Nancy, Jeroghe, Elisabeth, Lita, le gemelline, Kevin, Lucya, John, non riuscivo a contenere la

mia emozione, eravamo tutti lì, ancora una volta insieme, e le parole uscivano tremanti. Virginia

piangeva dalla felicità e, mentre mi abbracciava, mi ha consegnato una lettera che racchiude in sé il

regalo più grande e prezioso che una persona possa desiderare. Lei non è una bambina qualunque:

ha una profondità che non conosce eguali e la sa esternare in modo spontaneo e diretto.

 

 

 

“Ricordami qual è il giorno del tuo compleanno?” Tra le altre cose che ci siamo dette, sono uscita

anche con questa domanda, che in quel contesto, è risultata superficiale ed imbarazzante. La sua

risposta mi ha però dato lo spunto per consolidare ancora di più il nostro legame: “Non lo so, i miei

genitori non ci sono più e la nonna non sa né il giorno né l'anno in cui sono nata!” Abbiamo così

deciso che i nostri compleanni coincidono e che dodici anni corrispondono ad un'età che potrebbe

essere la sua. Era esultante per aver completato un tassello del suo puzzle: anche se basato sulla

fantasia, si è trasformato in un pezzo importante per dar forma concreta alla sua identità. Rideva,

piangeva, ballava e batteva le mani. Lo facevo anch'io: la sua gioia era la mia.

La cerimonia, il giorno seguente, è stata intima, profonda, semplice e intensamente vissuta: le

danze dei bambini ci hanno portato all'altare al ritmo di bonghi e sonagli mentre le parole e le

manifestazioni di affetto in swahili, italiano ed inglese hanno reso tutto perfetto. Io e Tommi

abbiamo coronato un grande desiderio circondati da veri amici ed è stata la scelta più giusta che

potevamo fare: il nostro matrimonio ad Ol Moran è un patto di amicizia perenne, la garanzia di un

legame che oltrepassa qualsiasi confine.

Questo è il riassunto del mio viaggio laggiù, dove vive Virginia che il prossimo sette ottobre

compirà il suo “primo” compleanno.

Perdonate il mio essere prolissa, è uscito tutto di cuore,

Valentina

 

 

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