Dario Ghelfi, 26 ottobre 2015

E’ un thriller "al di fuori" dell’apartheid quello che Deon Meyer, ambienta nella Città del Capo di questo nuovo secolo (Deon Meyer, COBRA, Roma, edizioni e/o, 2015). Se in Italia compare nel 2015, la scrittura ed uscita nel Sud Africa è di poco antecedente, nel 2013. Quasi nulla rimanda alle vicende politiche che segnarono il Paese, a partire dal 1990, anno di scarcerazione di Mandela e alle successive elezioni (del 1994), che lo consacrarono primo Presidente della nuova Repubblica. Né si parla dell’oggi, anche se trapela un certo disincanto per la situazione generale, specialmente quando ci si rammarica che il Paese sia percepito all’estero come carente in fatto di sicurezza:

" … I servizi di sicurezza privati sono per loro stessa natura

molto discreti. Quasi tutti i nostri clienti sono uomini d’affari che

non vogliono sbandierare ai quattro venti la notizia". "Perché no?"

"Per mantenere un basso profilo … l’ostentazione di certe misure

di sicurezza darebbe l’impressione che reputano il Sudafrica un

luogo pericoloso". "E allora perché richiedono certe prestazioni?

Qui da noi i crimini contro i turisti sono rari". "E’ per un’errata

convinzione assai diffusa tra gli stranieri …"

Qualche accenno in più non sarebbe stato male, considerato che dopo le questioni dell’apartheid, non si parla molto del Sudafrica, se non di tanto in tanto in relazione alla sua appartenenza al "club" del BRICS, quando invece i problemi che lo agitano sono macroscopici, dalla corruzione dilagante, alla crisi che investe l’alleanza di governo, dai conflitti interni (basterebbe citare il massacro dei minatori del 2012 a Marikana), ai disordini razzisti contro gli immigrati, dalla crisi economica alle fortissime disparità sociali.

A parte queste considerazioni, "Cobra" è un libro che si legge tutto "di un fiato", ben strutturato, che sposa quella particolare tecnica di scrittura, che si basa, come tanti altri thriller, con l’ormai classico gioco dei parallelismi, qui sostanzialmente riferentesi a quello che succede a Tyrone Kleinbooi, il giovane borseggiatore, che cade involontariamente in un gioco più grande di lui e alla squadra degli investigatori che dà la caccia al "Cobra" ed indirettamente a lui. Le pagine sono punteggiate, qua e là e debitamente segnate dal corsivo, da continui rimandi ai consigli, alle osservazioni del mitico zio di Tyrone, vecchio e saggio borseggiatore defunto ed alla sua filosofia di vita, cui il ragazzo ritorna sempre con il pensiero, specie quando si trova in difficoltà.

Lo scritto eccelle nella descrizione dei personaggi, in particolare degli HAWKS (i membri del Dipartimento per le Indagini ad Alta Priorità) e specialmente di Bennie Griessel (il protagonista principale, classico esempio di antieroe, ex alcoolista, separato, con problemi in ordine alle proprie prestazioni sessuali con la sua nuova compagna, che sembra esigentissima), di Vaughn Cupido, di Zola Nyathi, di Mbali Kaleni (l’unica donna del gruppo, grassa, tarchiata e assolutamente determinata). Il tutto viene raccontato senza far riferimento al colore della pelle dei protagonisti; supponiamo, dopo pagine e pagine, che, ad esempio, uno sia nero perché "en passant" si fa riferimento al "suo soprannome in zulù", o perché certi nomi sembrano rimandare ad etnie autoctone, o perché c’è un rimando (il caso è unico) alla storia del Sudafrica prima dell’apartheid (l’appartenenza supposta di Zola Nyathi, il comandante degli Hawks, all’ Umkhonto we Sizwe, l’ala militare dell’A.N.C.); sono sempre però incisi, dettagli, quasi mai esplicitamente si fa riferimento alla razza. Una volta, ad esempio, Tyrone, parlando, di un'altra persona, la qualifica "viso pallido", ma non c’è molto di più. Alcuni degli Hawks, poi, si fanno notare con le loro continue "uscite" in afrikaans.

C’è, infine, il ruolo fondamentale assegnato all’informatica (ci sono pagine e pagine di e-mail e compare il solito "mago" dei computer che "entra" ovunque) ed ai cellulari. Ma soprattutto ai treni. Tutta la storia, l’alternarsi delle vicende che si muovono sempre più in accelerazione, sono giocate su questi elementi. I movimenti alla fine sono frenetici ed il parallelismo tra le azioni che vedono protagonista Tyrone e quelle degli HAWKS sono giocate sul filo di poche pagine continuamente alternantesi.

La storia diventa, così, squisitamente geografica, tanto che è bene procurarsi una carta di Capetown per capire il tutto (ci sembra di leggere le storie di Petros Markaris e del suo Commissario Kostas Charitos per le vie di Atene), per seguire i "nostri" protagonisti che si muovono rapidissimi sui treni, spostandosi da un luogo all’altro di Capetown, calcolando i minuti, in un gioco in cui la posta è la vita.

 

 

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