25 novembre 2008

Dario: CARAMEL


CARAMEL

 

         Caramel (Sukkar Banat) è un film delizioso e gradevole, che ha il proprio epicentro in un luogo specifico, dove confluiscono persone e storie; il richiamo va la notissimo “Smoke”, di W. Wang, con la sceneggiatura di P. Auster, laddove tutto ruotava attorno alla tabaccheria di Auge (uno “stupendo” H. Keitel). Qui, invece, siamo in una Beirut di periferia, senza macerie, senza segni di proiettili sulle facciate delle case, in una Beirut normale (unico segno di precarietà il problema dell’elettricità, legata al funzionamento del generatore). Al posto della tabaccheria c’è un salone di bellezza, l’occasione perché lavoranti e clienti parlino e si confidino i loro problemi, in un intrecciarsi di storie minime ma nel contempo coinvolgenti.

   

 

 

          Se pure siamo nella città più evoluta del Medio Oriente, vediamo dominare nel costume quotidiano una morale pacatamente sessuofobica e maschilista: un poliziotto “importuna” due fidanzati che chiacchierano in auto, ai fini della tutela del comune senso del pudore; è impossibile trovare una camera, se non in alberghetti squallidi, se non si è regolarmente sposati; la madre, il giorno prima delle nozze, parla alla figlia del futuro marito come suo “signore”; le figlie non sposate vivono con i genitori; la perdita della verginità è un problema, specie per chi sta per sposarsi con un fidanzato all’oscuro dei precedenti dell’amata. Nel salone le donne parlano in libertà e si fanno le loro confidenze.

E’ un universo femminile nel quale gli uomini sono semplici comparse, trattate anche con una certa benevolenza (non c’è astio verso di loro); lo stesso uomo sposato, di cui è innamorata, la stupenda Layale (la regista Labaki, che è anche interprete),

 

 

 

non è trattato con acrimonia, se mai è rappresentato per quello che sono tanti uomini nella sua condizione: un personaggio belloccio ma scialbo e indifferente.

            Del film, che ha avuto successo di critica e di pubblico, si è detto e scritto molto. Piace ricordare la figura della bellissima sconosciuta che è attratta ed attrae Rima (la ragazza del salone che si occupa di lavare le teste), dai lunghissimi capelli neri, un’icona dell’avvenenza femminile; i capelli, alla fine vengono tagliati (e la sconosciuta si guarda sorridente e divertita in una vetrina, quasi che il loro taglio significasse per lei la conquista della libertà); c’è una “storia d’amore”, che naufragherà prima ancora di nascere, tra l’anziano cliente e Rose, la sarta, che si sacrifica per la sorella folle; Layale usa il “sukkar” (la pasta di limone, acqua e zucchero che costituisce la ceretta per la depilazione) per “punire” l’infingardo Rabih.

  

 

 

          Tralasciamo, in questa occasione, la sintassi e la grammatica delle immagini, i bellissimi primi piani delle donne e gli squarci di questa Beirut minore, colti con un sapiente uso dei campi. Quello che ci ha profondamente colpiti ed è l’ambientazione nella Beirut cristiana (anche se il salone è “interetnico”; ci lavora anche Nisrine che è una musulmana).

Per la sinistra, la Beirut cristiana è sempre stata ed é le Falangi di estrema destra;  l’”enclave” occidentale (antecedente ad Israele) in terra musulmana; le squadre che, sotto copertura dell’esercito israeliano, hanno compiuto il massacro di Sabra e Chatila; il nemico dell’indipendenza palestinese; quelli che assediano, anche dal punto di vista legislativo i campi dei profughi (c’è la proibizione per i loro abitanti di svolgere una qualsiasi attività economica, una qualsiasi professione o mestiere); gli alleati degli Stati Uniti; i difensori di uno status quo etnico (con le sue regole arcaiche che sovraintendono alle istituzioni) che è andato mutando (con la conquista della maggioranza numerica da parte dei musulmani sui cristiani); il potere economico; i ricchi. L’eredità etnica dei crociati, unita dal collante dalla confessione religiosa.

Decenni di politica dissennata degli Stati Uniti e di Israele, che hanno anche favorito inizialmente l’affermarsi dell’aborrita (ora) Hamas, in opposizione alla tendenzialmente laica di Al Fatah e ad Arafat, hanno portato alla scomparsa di ogni segno di laicismo nei Paesi arabi e ad un regresso pauroso della condizione femminile, che certamente non recupererà, anche se i nostri media si danno da fare per  enfatizzare l’azione (pur meritoria) delle regine di Giordania e del Marocco.

L’integralismo è ormai dominante nei costumi e nella vita quotidiana delle masse arabe, anche se non va, ovviamente, frainteso con il terrorismo.

Ed è così che, irrazionalmente, senza quasi pensare, siamo rimasti colpiti dalle ragazze, vestite all’occidentale, senza velo, che manifestavano a Beirut, nei giorni del febbraio 2005, quando la città era scossa dalle manifestazioni seguite all’attentato contro l’ex premier Rafiq Hariri (che, a dire la verità furono poi seguite da manifestazioni di segno opposto, organizzate da Hezbollah).

E qui ci è sembrato di vedere dei laici, perché non ne possiamo più di giustificare veli e preghiere, anche se ci rendiamo conto di operare delle semplificazioni, lasciandoci trasportare dalle emozioni (ma abbiamo citato un moto dello spirito, al di fuori di ogni ponderata analisi politica).

Ed ecco che entra in gioco “Caramel” con le sue storie che si snodano e ruotano attorno al salone di bellezza, nella Beirut cristiana, che finalmente vediamo nella sua quotidianità e nella sua normalità, con i segni esteriori ed evidenti di un’altra fede, che non è quella musulmana, dal santino della Vergine che il poliziotto porta nel portafoglio, alle croci che le giovani donne portano al collo, alla processione, con il corteo dei sacerdoti che entra nelle dimore e, in questo caso, anche nel salone, a benedire i locali.      

La realtà è che mai é abbiamo avuto occasione di entrare in contatto con la realtà cristiana del Libano, che fa parte integrante della storia del medio-oriente[1]. Ed ecco che il film ci fa vedere una Beirut di gente normale, che lavora, che viaggia in auto, che macina la propria vita come in tutti i luoghi del mondo, che è felice ed infelice in amore. Una città cui vale la pena dedicare un film. Un invito, contemporaneamente, a lasciar cadere gli stereotipi e a superare gli errori e gli orrori del passato.

 
Dario Ghelfi

 


 

[1]  In Wikipedia leggiamo che secondo alcuni,  i maroniti cristiani sarebbero discendenti della mescolanza di popoli che viveva in Siria e in Libano prima dell'arrivo degli arabi (essenzialmente siriaci-aramei e greci), successivamente mescolatisi anche con i crociati europei. Altri storici non condividono tale tesi e affermano che essi sono etnicamente arabi. In Libano, essi costituivano probabilmente, prima della guerra civile, la maggioranza relativa della popolazione.

 

 


 

 


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