25 giugno 2006

Dario Ghelfi

 

 

LA VAMPA D’AGOSTO

 

 

         Bisogna assolutamente leggere l’ultimo libro di Camilleri se si è vicini ai cinquanta anni; se si è, invece, sulla sessantina, o più, l’approccio è consigliato, perché in fondo potrebbe essere consolatorio, visto che ci racconta cose che potrebbero essere capitate a tanti, magari in senso lato, magari metaforicamente, perché non a tutti è dato di essere una persona del calibro del “nostro” commissario (ovviamente non entrano nel conto gli squallidi accadimenti che gratificano i potenti di turno), che, comunque l’autore avvia inesorabilmente, per quanto ora ancora solo psicologicamente, sulla via del tramonto.

E’, in fondo, un libro che funziona un po’ da ponte tra gli uomini maturi e gli anziani, un avvertimento per i primi, che prima o poi dovranno affrontare quelle snervanti battaglie destinate a più o meno ignominiose sconfitte.

         Ovviamente ci siamo riferiti agli uomini, chè le donne vi trovano una conferma di ciò che già sanno, dell’avvilupparsi su se stessa della supposta supremazia maschile, che cede agli anni, tanto più ingloriosamente quanto più è stata prevaricatrice ed autoritaria in quelli d’oro della maturità.

  

  

E’, dunque, una storia minata da una struggente nostalgia per la giovinezza, quella che ci regala Camilleri, una nostalgia che si trasforma, da una parte in una continua debolezza (Montalbano che non riesce a non pensare alla giovane che gli rovina il sonno) e dall’altra, in una non accettabile e moralistica saggezza (che gli consiglia il rifiuto, nell’ovvia ed abusata consapevolezza che la ragazza potrebbe essere sua figlia). Tra l’altro, Montalbano, di per sé, non fa che pensare alla giovinezza che se ne sta andando e teme che l’incipiente vecchiaia mini le sue doti di investigatore. Ogni insuccesso momentaneo, ogni ritardo nelle indagini (che pure hanno sempre contrassegnato il suo lavoro investigativo) è sempre e comunque attribuito all’avanzare degli anni, anche se non c’è nulla, nel racconto, che lo confermi. Il Montalbano che ci troviamo di fronte, infatti, è un Montalbano che non sbaglia un ipotesi, che non tralascia un indizio, sembrerebbe il Montalbano di sempre.

Ma la rovina è psicologica, segnale inequivocabile, avanguardia della futura rovina fisica ed esistenziale.

Il “nostro”, in una fine d’estate torrida come non mai, si trova di fronte ad una giovane, bellissima, che apertamente lo vuole. Non è un’esperienza nuova per lui, che ha resistito tante volte ad altri assalti, in particolare a quelli della sua splendida e disinibita amica svedese. Il fatto è che questa volta il rifiuto non gli appare frutto di una libera scelta (la fedeltà a Livia), quanto piuttosto determinato, consigliato (?) da un fattore interno, la vecchiaia incipiente. Il problema, che egli non vorrebbe riconoscere, è che non teme di mettere a repentaglio un amore consolidato (quello per Livia) o di fare del male e di ferire una persona amata; la verità è che HA PAURA DI NON RIUSCIRE A GESTIRE IL NUOVO RAPPORTO A CAUSA DELLA SUA ETA’, DEI SUOI ANNI.

Ed è bello lo scrivere di Camilleri sulle continue schermaglie tra i due, il commissario tutto preso dall’indagine e la ragazza che sa quello che vuole e che lo spiazza continuamente, giocando, tra l’altro, sul fatto che Montalbano si trova abbandonato da una Livia che appare, per la prima volta, un po’ insipida ed incapace di comprendere i motivi che hanno spinto il suo uomo a comportarsi in quel modo, in quella particolare vicenda, che ha dato inizio al racconto. Di fatto Livia ci appare un po’ antipatica in quella sua “irrangiungibilità”, immediatamente colta dalla sagace giovane, che la usa come grimaldello per schiantare la resistenza di Montalbano. Lo schema cambia, l’abituale scontro con Livia non si risolve con la consueta litigata telefonica e con la riappacificazione, non si ricompone; Livia sparisce dal romanzo, che si chiude in sua assenza.

Altra cosa che si nota, con piacere, è il riemergere, con forza, della lingua di Camilleri (che si era un po’ attenuata, negli ultimi romanzi), quel siculo-italiano, che ci ha sempre affascinato, fin dalla celeberrima “La stagione della caccia”, e che qui veramente traborda.

Per il resto si consolida il pessimismo istituzionale di Camelleri-Montalbano: la consapevolezza che nulla è cambiato, che nulla cambia e può cambiare, che i colpevoli possono tranquillamente farla franca, e che un funzionario dello Stato debba continuamente fare delle scelte in relazione alla “status” dei soggetti che si trova di fronte: la famosa bilancia di cui gli parla un pur onesto collega, sui cui piatti si collocano i diversi protagonisti delle vicende e che inevitabilmente pende dalla parte del più forte.

 

 

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