25 dicembre 2007
Dario Ghelfi

SHOCK ECONOMY

  

         Chi scrive è nato all’inizio dell’ultima guerra e come moltissimi giovani del tempo (ma è ancora così?) ha pensato di poter cambiare il mondo. In realtà ha perso, ma, contrariamente a quanto dice nelle sue vignette Altan (“Poteva andar peggio” “No”), almeno il mondo non ha cambiato lui (come per tanti altri si è invece verificato). E poi, nonostante tutto, il mondo è certamente migliore di quello che gli aveva lasciato la generazione precedente, anche se in questi ultimi decenni le cose stanno andando veramente male e si ha la sensazione che il pianeta marci spedito verso l’autodistruzione ambientale e culturale. L’Impero, inteso nell’accezione che gli dà Chiesa (Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002), cioè la classe dominante degli Stati Uniti e le loro associate planetarie, cerca di estendere il suo controllo a tutto il globo, con il suo pensiero unico (per cui non si contano più i Paesi in cui i poveri votano per i ricchi) e con le sue guerre che rafforzano il terrorismo e/o l’integralismo, dopo aver spazzato via il laicismo (come mai non si parla mai di quello che accade nel sud dell’Irak, dove la guerra americana ha consegnato il potere alle milizie religiose?). A livello ambientale il disastro si avvicina sempre più e nell’opinione pubblica accanto alla tesi dell’industria estrattiva che nega l’evidenza e sovvenziona le campagne che accreditano le loro tesi, si affianca quella altrettanto tragica, che tanto non si può più fare nulla e tanto vale continuare allegramente nel cammino intrapreso. E così continuiamo a cementare e ad edificare alte velocità (perché alcuni soggetti che vivono a Milano, a Bologna, a Firenze, a Napoli possano arrivare un’ora prima a Roma, a scapito della rete ferroviaria ordinaria e dell’impatto ambientale).

         In un articolo su “Liberazione” la Guzzanti scriveva che in fondo a noi non interessa nulla dei morti in Bangla Desh, uno dei Paesi che prova (tra i primi, insieme agli Stati insulari del Pacifico) sulla propria pelle gli effetti del surriscaldamento globale e ipotizzava un futuro di edificazioni di grandi hotel (come quelli di Dubai, a 800 dollari per notte) su spiagge libere da mangrovie e da villaggi di pescatori (come puntualmente si è verificato a Ceylon, dopo il grande tsunami, alla faccia della solidarietà internazionale e secondo i dettami dei pensatori della Scuola di Chicago). Tanto saremo gli ultimi a perire, scriveva l’articolista, circondati dai nostri costosissimi giocattoli, dopo aver passato le vacanze, a cifre astronomiche per chi può permettersele, in isolotti esotici, espulsi, ovviamente i nativi.

         Ma c’è ancora qualche speranza, perché la domanda è, ancora una volta quella che si poneva Giulietto Chiesa: “resta però un interrogativo aperto e angosciante: nulla autorizza a ritenere che i cinque sesti dell’umanità che vivono nella più assoluta indigenza accettino supinamente la miseria in cui vivono” (dalla quarta di copertina). C’è ancora qualche speranza se osserviamo quello che accade in Sud America; c’è ancora qualche speranza se compaiono libri come quello che andiamo a presentare.

E’ libro semplicemente straordinario l’ultima opera della giornalista-scrittrice canadese (Naomi Klein, Shock Economy, Milano, Rizzoli, 2007), un fortissimo atto di accusa politico contro l’imperialismo economico del liberismo della scuola di Chicago di Milton Friedman, che è direttamente responsabile della distruzione dell’economia di interi Paesi e della morte di migliaia e migliaia di persone, ad ogni angolo del pianeta.

 

 

 

  

         E’ stato scritto un cosiddetto “libro nero del comunismo”; questo è senza dubbio il “libro nero” del liberalismo selvaggio; non possiamo conteggiare i morti che questo liberalismo ha fatto, anche se alcuni indici ce ne danno un’idea: la speranza di vita nei Paesi dell’ex Unione Sovietica è fortemente arretrata e a questo dato possiamo aggiungere il dramma dell’emigrazione forzata di centinaia di migliaia di persone che fuggono la miseria per venire a mendicare il diritto ad esistere nei nostri ricchi Paesi occidentali.  

Il libro é la storia di quella che potremmo definire la banda di Chicago che fece le sue prime esperienze concrete nel Cile di Pinochet (con l’invio nel Paese latino dei tristemente famosi “Chicago boys”), per poi muoversi nelle contrade più disparate, dall’Indonesia di Suharto (assurto al potere dopo un colpo di stato che fece centinaia di migliaia, forse un milione di vittime, praticamente l’eliminazione del più forte Partito Comunista del mondo) alla Bolivia, dalla Polonia di Solidarnosc al Sudafrica della vittoria sull’apartheid, dalla Russia di Eltsin all’Asia delle Tigri (dalla Thailandia alla Corea  del Sud), dalla Cina di Deng Xiaoping agli stessi Stati Uniti di Katrina.

         Il primo merito della Klein è soprattutto quello di scrivere in modo chiaro e diretto di economia, rendendo la materia comprensibile anche ai non addetti ai lavori, ai non specialisti, legandola strettamente alla politica; il lettore non ha difficoltà a comprendere che è la politica a cadere prigioniera dell’economia, acumunando due personaggi dalla storia così diversa, Pinochet, il macellaio del Cile e Boris Eltsin, colui che, dopo aver affossato l’Unione Sovietica, ha liquidato il suo parlamento russo, a cannonate, senza che nessuno sollevasse la voce in quell’Occidente che appare, a comando, così sensibile quando si attaccano i parlamenti eletti, simbolo della democrazia.

         E ci piace anche ricordare come la sua autrice si sia espressa nei confronti della grandi stars che si impegnano nella solidarietà internazionale, che raccolgono fondi, chiarendo che il problema è squisitamente politico e che certamente non si risolve con la creazione di una gigantesca e planetaria associazione di “S. Vincenzo”, con un pullulare di associazioni umanitarie (tra l’altro con cadute come quella recente, della ONG francese con i bambini del Ciad) che certamente possono risolvere una moltitudine di casi singoli, ma non spostano di un millimetro la soluzione dei problemi, legati come sono quelli allo sfruttamento planetario delle grandi multinazionali (l’Impero), al predominio dominio economico di una piccola minoranza (sempre disponibile comunque a far elemosine e a fare del bene, magari adottando bambini orfani e via dicendo) sul resto dell’umanità.

         E’ un libro di storia, che raccorda lo shock delle popolazioni a quello che negli Stati Uniti si sperimentò sui malati mentali (e sui prigionieri, con la tortura “elettrica”), per spezzare ogni resistenza, per distruggere la coscienza di sé, per ricostruire uomini e Paesi (seguendo i dettami della Scuola di Chicago) partendo da una improbabile tabula rasa. E’ un libro di storia che parte da lontano, dai complotti della CIA per rovesciare Mossadeq, in Iran e Arbenz in Guatemala, per chiudere il cerchio con l’ipershock dell’Irak e con il capitalismo dei disastri.

         Un ottimo manuale, per finire, di chi vuole veramente battersi per un “altro mondo possibile”.

 

ritorna all'indice Ghelfi