25 agosto 2006

Per una volta Dario Ghelfi non commenta un libro scritto da altri, ma presenta una sua opera; prima di averlo letto non mi permetto di fare commenti, ma posso prevedere che piacerà a me e a tanti

beppe

 

 

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL MODENESE

         Giuseppe Di Genova – Dario Ghelfi

          Modena, Il Fiorino, 2006

 

Un volume, per la parte che riguarda uno dei due autori (Dario Ghelfi), che non è il frutto di un’operazione nostalgica. Chi lo ha scritto, ha ricordi molto vaghi delle cose che racconta, che ha raccolto, in parte, dalla voce della propria madre, fonte principale delle informazioni contenutevi, che quelle cose le ha viste e vissute (e a volte, sofferte). Fino agli ultimi giorni della sua vita (è morta recentemente a più di 90 anni di età), quando con il figlio “scendeva” da Modena (geograficamente si dovrebbe dire “saliva”, dato che si procede verso il nord) verso “la bassa”, in auto, i suoi ricordi riaffiorano in continuazione, di paese in paese, di borgo in borgo, richiamando (in dialetto) le fasi della lavorazione dei campi, laddove permangono le vecchie coltivazioni (il paesaggio agricolo della bassa modenese, è profondamente cambiato; al posto della canapa, e anche del grano, oggi ci sono distese di crisantemi e di ortaggi, coltivati in serra, e frutteti).

         Il volume è, dunque, un atto d’amore di un figlio verso la propria madre; per il tramite di questo sentimento, ha, contemporaneamente, l’intenzione di conservare la memoria, in momento storico come questo, nel quale la si vuole  perdere, spinti come siamo a privilegiare il presente, che si vorrebbe senza passato.

         Oltre alla propria madre, sono stati intervistati tanti altri anziani, che con grande disponibilità, hanno risposto alle domande; il libro vuole ricordare e rendere omaggio al quel loro lavoro, a quella loro fatica che hanno fatto grande questo nostro Paese.

          Non c’è nessun intento celebratorio, nessun riandare ai tempi “antichi” come fossero un'era mitica; si vuole semplicemente coltivare il ricordo. Conoscere la propria storia significa possedere quella autenticità e quella identità, che sole rendono possibile il confronto con  “l’altro”, e nella specificità della nostra situazione attuale, con le “culture altre”, di cui sono portatori gli immigrati.

Con una duplice osservazione, sulla ineliminabilità e sulla pericolosità della storia stessa. Senza storia non siamo nessuno, siamo degli sbandati nel flusso del tempo, pericolosi a noi stessi e agli altri. Noi siamo i figli di un passato che non dobbiamo dimenticare e di cui dobbiamo essere fieri, nel bene e nel male, a fronte dei mutamenti che la nostra società sta oggi vivendo, nel suo passaggio da una  connotazione nazionale ad una sovranazionale.

         Nello stesso tempo, la storia può anche essere pericolosa, quando si ricopre con l'alone del mito il passato e lo si contrappone a quello degli altri, la memoria diventando, così, nazionalismo e strumento di sopraffazione.

         Per quanto concerne la metodologia della ricerca, il lavoro si è incentrato sulle “fonti intenzionali” (che sono state definite "come le più antiche testimonianze relative ai fatti che si vogliono accertare”,  Gina Fasoli/Paolo Prodi, Guida allo studio della storia medioevale e moderna, Bologna, Patron, d.n.i.), facendosi riferimento a testimonianze dirette e, specifìcatamente, alla tradizione orale, alla trasmissione, cioè, di notizie da parte di chi é stato testimone dei fatti di cui si parla.E' stata usata la tecnica dell' "intervista in profondità". 

        In minima parte sono stati usati gli avanzi (le fonti preterintenzionali): avanzi linguistici e lessicali e tradizioni popolari.

Ci rendiamo benissimo conto di come le testimonianze dirette possano essere portatrici di alterazioni della verità, non tanto e non solo perché ci sia da temere, da parte dei loro autori, una manchevole informazione o un affievolirsi della memoria, quanto perché quei ricordi tendono ad assumere una valenza generale, per aree geografiche estremamente più ampie, di quelle nelle quali gli autori hanno vissuto, quando sappiamo come gli usi, le modalità del lavoro contadino, la cucina mutassero, e a volte in modo anche abbastanza consistente, da località a località (basti pensare alle differenze tra pianura e montagna, anche nell'ambito della stessa provincia). 

Detto questo, crediamo, comunque, che questo nostro lavoro, pur con le limitazioni che gli riconosciamo, possa dare un suo contributo, per quanto modesto, alla conservazione della nostra memoria.

 

 

 

ritorna all'indice Ghelfi