Dario Ghelfi

24 settembre 2008

La ragazza scomparsa

 

         Torna il “grande” Taniguchi con un’opera singolare, in cui il mondo della periferia giapponese, della montagna, si prende la rivincita su quello affannoso ed affannato della città, in questo caso della megalopoli di Tokio (Jro Taniguchi La ragazza scomparsa, Bologna, Coconino Press, 2008).

E, ancora una volta, un’annotazione, che non ci stancheremo mai di riproporre: spessoe sono proprio i fumetti, ancora oggi considerati una letteratura minore dall’opinione pubblica (nonostante i Pratt e gli Eco), a darci informazioni su tanti Paesi, la cui antropologia e storia sono sostanzialmente ignorate in Italia.

E il Giappone, in cui è ambientata questa storia, è proprio un Paese di cui crediamo di sapere tante cose e  che è, invece, sostanzialmente sconosciuto in Italia.

Dai media riceviamo tante informazioni, specie d’ordine economico ed  un po’ per quanto concerne la politica, ma nella generalità dell’opinione pubblica, un grande vuoto, riempito, qua e là, da tutta una serie di stereotipi.

            Tanaguchi è un autore che più di altri ci ha fatto conoscere il suo Paese e la sua storia; nel suo capolavoro “Ai tempi di Bocchan”, ci fa vedere del Giappone del primo Novecento, i paesaggi, le atmosfere, ma anche, e soprattutto le vita politica, dal movimento socialista, alla guerra  guerra russo-giapponese, al comunismo anarchico (con la famosa rivolta alla miniera di rame di Ashio, del 4 febbraio 1907, con i soldati che assediano i  minatori e li “stanano” con la dinamite).

         Ed ecco qualcosa di diverso, una storia difficile da definire, “La ragazza scomparsa”; una sorta di giallo che si muove attorno alla scomparsa di una ragazzina, inghiottita dalla vita vertiginosa della capitale nipponica, così diversa da quella della montagna, da cui scende il protagonista, a cercarla.

         Il filo narrativo della storia è delicato, per via dei rapporti di Shiga, il “nostro” eroe, e la madre della ragazza e la ragazza stessa, ma quello che qui più ci interessa è quanto apprendiamo dell’antropologia del Giappone postmoderno.

Una ragazzina, amica della scomparsa, che Shiga interroga, gli chiede se sta cercando “enko”,  termine che sta ad indicare “la prostituzione delle liceali con uomini di mezza età”[1], e dopo poche pagine vediamo due “liceali” (con il disegno tipico dei giapponesi, che fa apparire ai nostri occhi i personaggi sempre più giovani di quanto non lo siano), che ci sembrano poco più di bambine, entrare tranquillamente in un  hotel, con un uomo di mezza età. La sensazione é che la cosa risulti a tutti estremamente normale, non scandalosa, se non agli occhi di Shiga (ma lui non fa testo; fa il guardiano di un rifugio sulle Alpi giapponesi e non è affatto un frequentatore di città come Tokio, né tantomeno dei suoi quartieri più a rischio).

 

 

Più avanti vediamo resi edotti di una “simpatica” pratica in auge presso i giovani nipponici: l’”oyajgari”, la caccia, cioè, al vecchio, che il traduttore spiega come “un fenomeno vandalico per cui gruppi di ragazzi prendono di mira uomini di mezza età con estorsioni e minacce”. Il bello è che Shiga non è affatto un vecchio, sembra un uomo che abbia di poco superato i trentanni, ma così pare, evidentemente agli adolescenti giapponesi, che, maschi e femmine, sembrano essere cresciuti troppo in fretta. E noi, della categoria degli (all’inglese) “under65”, che pensavamo di esser disprezzati in Italia! Giappone “off limits”!!!

 

Dal punto di vista del linguaggio, Taniguchi ci presenta il suo solito disegno pulito, chiaro, che richiama, lo abbiamo già scritto nelle altre nostre recensioni su questo sito, in certo qual modo, la “ligne claire” del fumetto d’expression française. Non possiamo no rilevare, comunque, come permanga nel suo disegno quella che a noi occidentali sembra una certa omologazione dei volti, che, pur nella differenziazione delle diverse età, ci fa correre il rischio di confondere i personaggi.

  

Stupende e significanti per il montaggio “scattante” delle vignette, le tavole (ben 32!) che illustrano la scalata al grattacielo in cui, vedremo, è tenuta sequestrata la giovane pupilla di Shiga.

 

            La tensione dell’arrampicata (vera propria dimostrazione di “impossibile” climbing) è resa da un sapiente uso delle dimensioni delle vignette, sempre rettangolari e quadrate, assolutamente regolari, che si differenziano unicamente in relazione alle loro dimensioni. E sono le dimensioni a dettare il ritmo del montaggio: piccole vignette, ad anticipare, il momento dell’ostacolo che può determinare il disastro, grande vignetta regolare quando si verifica il momento di massima tensione: la vignetta del capitolo finale è a tutta pagina, con Shiga che, nonostante tenti di “artigliare” la parete di vetro del grattacielo, scivola verso il basso. E nei momenti di maggiore difficoltà, ecco irrompere nella storia tavole intere, in cui al grattacielo si sostituisce la montagna e Shiga rivive le avventure e i momenti di tensione di quelle arrampicate, di fronte alla natura possente. Ed è lo spirito della montagna a prevalere; il manufatto della città, il grattacielo, sarà sconfitto e Shiga giunge, così, a trovare e liberare la “ragazza scomparsa”.


 

[1]  Così leggiamo nella nota del traduttore

 

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