24marzo2007

Venus was dying on the beach

 

Questa serie di immagini vuole rappresentare con un po' di macabra ironia la morte della bellezza sulle spiagge di giugno; senza alcuna mancanza di rispetto per i bipedi peraltro poco in vista, questa amputata Venere sul viale del tramonto si aggira smarrita in una scenografia deprimente e finisce come in una discarica di giocattoli.

Le foto, in formato 60X90 e 60X60, sono state esposte alla Kunstmesse di Dorbirn nel 2006 e sono ora alla Galerie Kass a Innsbruck.

Le accompagna idealmente un testo in cui mi sono permesso un irriverente scimmiottamento di un dialogo platonico sulla bellezza, sulla sua permanenza nell'occhio e nello spirito dell'uomo, sulla sua continuità nell'universo . . . e se ti par poco !!!

beppe

 

CLEONE, O la bellezza

  

QUADRO PRIMO

 Atene, quinto secolo a.C. su una spiaggia del Pireo il giovane Cleone e il suo maestro Eschine guardano le pigre onde strofinarsi languide sulla sabbia e, come loro uso, elaborano mediante il dialogo una saggezza e una visione della vita che per millenni guideranno il pensiero dell’uomo.

Non lontano alcune fanciulle uscendo festanti dall’acqua, riempiono l’aria limpida con i loro trilli e con mosse dolcissime si ricoprono delle loro vesti leggere.

Sullo sfondo si intravede la massa maestosa dell’Acropoli.

 Cleone: osserva o Eschine tutto quanto ci circonda e ammira l’infinita bellezza che riempie di gioia la nostra anima; non trovi che Venere sorgendo dalle acque abbia portato il più meraviglioso dei doni che gli dei abbiano fatto agli uomini ?  La bellezza appunto, l’unica realtà certamente imperitura, l’unica a non dipendere dal tempo nè dalle empietà degli uomini, proprio perché voluta direttamente dagli dei e quindi solo da essi dipendente. Osserva o Eschine la morbidezza di quelle onde che accarezzano la sabbia e ammira l’armonia dell’ondeggiare flessuoso dei seni sotto le vesti candide di quelle fanciulle che si allontanano simulando indifferenza nei nostri confronti, come il pudore e gli insegnamenti delle madri suggeriscono loro. Osserva la perfetta rotondità delle loro natiche e l’armonia divina dei loro passi, quasi come se i piedi non toccassero terra. Sai pensare uno spettacolo più vicino alla divinità ? E non si può negare che Afrodite uscendo dalle acque abbia trasmesso anche all’uomo la capacità di creare bellezza; guarda laggiù lontano quanta divina potenza animi gli edifici e le opere che adornano l’Acropoli; anche nelle opere dell’uomo si può trovare la bellezza ereditata da Afrodite.

 Eschine: non posso non essere d’accordo, caro Cleone, con il tuo elogio della bellezza quando mi mostri le opere divine della natura o quando mi presenti mirabili esempi di quanto anche l’uomo abbia imparato dagli dei nel creare cose belle; ma un dubbio mi viene allorchè parli della perennità della bellezza; sei certo che fra venti, trenta, quaranta anni ti daranno le stesse emozioni di oggi i seni di quelle fanciulle ormai purtroppo scomparse dietro quel boschetto, allora non più ondeggianti fieri e combattivi sotto vesti leggerissime, ma larghi, vizzosi e cadenti, prudentemente nascosti da pesanti manti scuri?  E le loro gambe lentamente trascinate sotto il peso di fianchi larghi e di cosce rugose, ti canteranno ancora la stessa melodia che ora ti fa fremere?      
E quando il tempo avrà corroso i giganti di marmo che adornano i nostri templi fino a rendere irriconoscibili i loro volti e ormai le forme possenti dei loro arti e i muscoli vibranti non saranno quasi più rintracciabili fra le forme confuse della pietra, troverai ancora pervase dall’afflato della divinità queste opere dell’uomo?          
Sei dunque proprio certo che la bellezza sia immortale e non perisca con il perire e il deperire delle cose belle?

 Cleone: grande è la tua saggezza o Eschine nel suggerire a me questo dubbio, ma la mia risposta è serena: anche fra cento anni la fanciulla che vivrà con me susciterà in me le stesse passioni di ora; perché io continuerò a vedere, anche attraverso le sue forme mutate, la bellezza che continuerà ad essere presente nel suo corpo e nel suo spirito. Anche fra mille anni o Eschine, i morbidi panneggi e le possenti spalle uscite dalla mente e dallo scalpello di Fidia incanteranno l’occhio dello spettatore, ancorchè corrose e confuse nelle forme primitive della pietra. Forse che un fiore è meno bello quando, cessata la sua prima funzione di attrarre con vividi colori e profumi inebrianti gli insetti fecondatori, si adagia estenuandosi nella morte inevitabile per far posto al frutto succulento?  
Ne sono certo, o saggio Eschine mio maestro di vita, la bellezza non muore mai.

Eschine: perciò Cleone tu mi stai in realtà dicendo che la bellezza esiste perennemente, anche al di là dal perire delle cose in cui si trova, perché il nostro occhio la sa trovare; non è più uguale a se stessa la fanciulla con cui vivi da tantissimi anni, ma il tuo occhio la vede come un tempo; lo stesso occhio che sa ritrovare i panneggi di Fidia in un informe blocco pietroso o il soffio dei colori nel petalo illanguidito. Questo dunque è il regalo di Afrodite, la capacità di vedere la bellezza, di scoprirla dovunque e sempre, di godere della visione della dea che sorge dalle schiume come dello sguardo di un vecchio, dolce e malinconico, ricco di ricordi e povero di speranze.
Ora Cleone sono perfettamente d’accordo con te.

 Cleone: grazie a te o Eschine, tu hai saputo rendere chiaro il mio pensiero e farmi cogliere ancora una nuova scintilla di verità.

 QUADRO SECONDO

 Giugno 2006 d.C. una spiaggia qualsiasi del Tirreno, ore 11:30; ombrelloni e mamme, bambini e palloni, gelatai e babysitter, una grande gru galleggiante sta rumorosamente graffiando fanghiglia dal fondo della baia per scaricarla su una chiatta color puzza; sul fondo un rombo incessante di motori testimonia il passaggio di innumerevoli auto e moto sulla statale che costeggia il mare.

Appollaiati su un finto masso in calcestruzzo Cleone e Eschine si perdono ancora in serafici commenti.

Cleone: osserva o Eschine quante fanciulle ci passano a fianco insonnolite trascinando le loro corte gambe con calzari consunti composti di un buffo materiale ignoto, rischiando continuamente che gli stretti pantaloni scivolino giù dai loro fianchi grassocci che vi si rivoltano sopra con orribili rotolini di grasso; e quante matrone dilagano con eccessiva pinguedine su sedili inadeguati; e quante invece artatamente annerite offrano visioni faticosamente ossute e preoccupanti; e da quanti uomini si sporga in avanti un ventre ampio come quello di una gestante, ma molle e peloso, senza i muscoli che si formano nel guidare furenti cavalli; flaccida umanità senza forza e senza sforzo; eppure qualche ora fa, fin dal sorgere del sole molti di loro hanno percorso correndo la spiaggia in chiari atteggiamenti ginnici, non nudi stranamente, ma rivestiti di una seconda pelle con strani colori. Che ne pensi Eschine? dove ha nascosto la bellezza questo mondo?

O forse no, vedo arrivare una donna diversa, sembra Afrodite in persona, forse riporterà lei la bellezza in questa popolosa spiaggia?

 Eschine: non stupirti Cleone per la grande bellezza di quella donna, se osservi bene sotto i suoi seni troverai un segno sottile: è la cicatrice di una quasi invisibile ferita che testimonia il rifacimento dei suoi seni ad opera di un abile seguace di Ippocrate; così pure sono ricostruite le sue cosce, le sue guance, le sue labbra, i suoi capelli; finto è anche il colore della sua pelle, prodotto dai raggi di un sole artificiale. No Cleone, questa non è Afrodite ritornata, le donne ora sono quelle che si lasciano cadere i pantaloni sotto i fianchi perché così vuole la moda; gli uomini sono invece troppo occupati con gli affari per avere i muscoli di un auriga.

Ma tu Cleone hai visto solo l’umanità; guarda la natura: dove trovi un filo d’erba? Hai notato pezzi di appiccicosa sostanza scura affiorare fra le onde? Senti i rumori continui che coprono i canti degli uccelli, se mai vi fossero uccelli qui?  Guarda o Cleone le case in cui abitano questi uomini, guarda quanto sono alte, fitte, disadorne.

Temo mio caro discepolo che siamo arrivati in un mondo dove la bellezza non esiste davvero più; non so dire se Giove, irato per qualche colpa degli uomini, abbia richiamato Afrodite nell’Olimpo, o se l’umanità stia operando scientemente per occultare i segni della bellezza primigenia; ma sono davvero infelice per quanto stiamo vedendo. . . .

O forse mi sbaglio ? Forse è il nostro occhio che è cambiato e non riesce più a scorgere le tracce di Venere nel mondo? Vieni o Cleone, guardiamoci allo specchio, cerchiamo il nostro sguardo, verifichiamo le nostre stesse persone prima di emettere un verdetto di condanna.

Vedo laggiù sulla porta di quella orribile capanna, sotto la scritta PIZZA ANCHE A MEZZOGIORNO uno specchio limpidissimo, molto più luminoso di quelli che mai io abbia visto nella Atene di Pericle, andiamo a specchiare i nostri volti in quella luce e, se il nostro ciglio apparirà spento e cisposo, se la nostra barba sarà rada e sbiancata, le nostre gote rugose e cadenti, le nostre labbra secche, le nostre gambe storte e fragili, i nostri ventri molli, allora sapremo che non sarà la bellezza ad essere sparita dal mondo, non sarà Afrodite ad avere abbandonato le onde schiumose di questo mare che ci sembra orrido, ma sarà il nostro occhio, vecchio di due millenni a non saper più vedere le tracce di Afrodite; vieni o Cleone, andiamo e sapremo . . . .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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