24 luglio 2011, da Valentina Bosi

 

SOMEWHERE – VITE PER SBAGLIO

 

 

Da dove viene Johnny? Dove va? Da qualche parte dovrà pur andare....A quale posto appartiene? A nessuno. Sembra la risposta più compatibile alla sua personalità e a giudicare dalle scene di apertura e di chiusura dell’ultimo film della Coppola. Nessun luogo da cui provenga la bmw rombante che sfreccia sulle strade assolate della California. E nessun luogo dove andare (o sì?) dopo che, il protagonista scende dalla sua auto e si allontana con passo sicuro. Verso dove, non si sa. L’unica possibilità di trovare risposta è scritta sul suo viso che esprime emblematicamente disperazione (nei confronti del passato) o speranza ed entusiasmo per un possibile futuro (quanto probabile a voi la scelta). Ancora un finale aperto come nel suo Lost in translation.  Ancora qualcuno che se ne va. Ancora atmosfere di spaesamento e situazioni paradossali al limite del tragico (e comico). Ancora colonne sonore, stavolta sono i Phoenix, capaci di tenere alta la tensione emotiva grazie alle loro note storte e stranianti. Ma la differenza con Lost si percepisce: i luoghi questa volta, così come la storia del protagonista non sono solo marcatamente distinguibili tra un dentro (l’albergo) fatto di intimità ed un fuori (la città di Tokio) alienante. Qui tutti i luoghi sono stranianti, sono “non luoghi” per eccellenza; oppure è John a viverli così? In effetti il protagonista sembra essere precipitato in quella vita, in quella professione per caso se non per sbaglio, per un macroscopico errore del destino. Chi direbbe che la professione di Johnny è quella dell’attore? Nessun set cinematografico, nessun regista, nessuno schermo se non quello della tv della stanza d’albergo. Della vita d’attore rimangono solo i corollari e collaterali suoi effetti: le relazioni usa e getta, donne avvenenti, ancora camere d’albergo (nel caso non le abbia citate abbastanza), festini da vip, aeroporti, interviste e conferenze stampa, suite lussuose dove si esibiscono assurde bamboline bionde: sono le ballerine di lap-dance che sembrano (volutamente) poco credibili persino a loro stesse, tanto che Johnny si addormenta con lo sguardo fisso come l’occhio della telecamera.

Ma tornando al confronto con Lost a cui, come si sarà capito, sono affezionata, anche lo scorrere della trama è più omogeneo, tutto fila sullo stesso tono: più liscio, più leggero, senza alti né bassi, senza picchi di ilarità (o meno) rispetto a Lost. Ci sono scene che in effetti diventano divertenti per la loro assurdità come quella del massaggiatore che ad un tratto si denuda per mettere più a proprio agio i propri clienti, o quella della maschera che i truccatori creano attorno al viso di Johnny lasciandolo solo e immobile per un bel pezzo. Non ci sono momenti di profondità emotiva, nessun rapporto speciale che dia la possibilità di una maggiore intimità e condivisione umana. Tuttavia il personaggio è descritto bene soprattutto grazie ad inquadrature che gli stanno sempre alle calcagna persino nel momento più intimo che riguarda la vita di ognuno: al mattino di fronte ad occhiaie che rivelano i bagordi della notte passata. Ma non abbiamo citato l’elemento fondamentale della vita di Johnny, quello che (a parte gli sms che lo accusano di essere uno stronzo) costituisce un ponte col mondo esterno: sua figlia Cleo. Cleo, ragazza di 11 anni ma che dimostra notevole maturità gli prepara la colazione/pranzo, gli da consigli assennati e fa liste per organizzarsi il campo estivo. L’attenzione al suo personaggio non è insistente come quella rivolta al padre, tuttavia si intuisce, in quello che forse è uno dei rari periodi di tempo in cui padre e figlia rimangono insieme, la sofferenza della figlia per l’atteggiamento indeciso e passivo di Johnny nei confronti di molte questioni della vita e per le sue numerose donne. Espliciti e significativi sono gli sguardi di Cleo rivolti al padre durante una colazione con un’amante recente (Laura Chiatti).  Un padre per sbaglio, oltre ad un attore per sbaglio che instaura con la figlia un rapporto alla pari: giocano a ping pong, prendono il sole, giocano alla wii, nuotano in piscina, ascoltano la musica, suonano (lui) il piano. In effetti non sembra che manchino l’affetto e le attività che li accomunano, tuttavia la scena in auto in cui Cleo scoppia in singhiozzi confessando il suo dispiacere per la mancanza della madre e del padre è significativa. (Le scuse del padre che fa con sottofondo il rumore di un elicottero alla partenza della figlia per il campo probabilmente non arrivano alle orecchie del destinatario…). C’è qualcosa che salvi i protagonisti dall’apatia e dal senso di vuoto come lo è il rapporto tra Charlotte e Bob in Lost in Translation? E se sì qual è? Certo la depressione del padre che piange al telefono con l’ex moglie non trova conforto: Johnny continua a galleggiare sul filo della sua vita come su quel materassino giallo nella sua piscina, mentre il rapporto con la figlia è l’unica cosa che possa distoglierlo per un pò da sé stesso. Chiudiamo dunque con la stessa domanda che non ha risposta: qual è il posto cui dirigersi, qual è il posto cui appartenere sulle strade della California?

 

                                                                                                                                                                                Valentina

 

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