24 luglio 2010   Dario Ghelfi

 

ACQUA IN BOCCA

 

 

            Il volumetto (un centinaio di pagine), scritto a due mani da due tra i più famosi “giallisti” italiani, (Camilleri, Lucarelli, Acqua in bocca, minimum fax), racconta

 

 

 

 

la storia di un’inedita alleanza tra il commissario di Andrea Camilleri, Salvo Montalbano e l’ispettore capo Grazia Negro di Carlo Lucarelli. La vicenda è narrata seguendo uno schema epistolare, nel senso che i due protagonisti, prima di incontrarsi (ma questo avviene alla fine della storia ed anche questo fatto lo si apprende da una lettera), si scrivono, articolandosi, così, la storia in una sorta di racconto a tappe, scandito dalla corrispondenza che ciascuno riceve dall’altra.

          Inizia l’”eroina” di Lucarelli, che chiede aiuto al famoso commissario, in merito ad un omicidio che solleva tutta una serie di interrogativi, tanto è vero che la donna si attiva all’insaputa del suo superiore diretto e del questore. Montalbano ovviamente accetta l’invito a collaborare, tanto più che presto la situazione s’ingarbuglia; la Negro, a Bologna, è vittima di un incidente, che altro non è che un attentato nei suoi confronti (le avevano tagliano i freni della macchina).

          La corrispondenza si fa poi “clandestina”; il primo è Montalbano che invia alla Negro, tramite un fidato “corriere” (la famosa Ingrid) una missiva, cifrata, nascosta in un pacchetto di cannoli siciliani. La Nigro ricambia con una sua lettera, nascosta in una confezione di tortellini, recapitata al commissario, anche qui da corrieri fidati, amici suoi, tali Tamburini e Lucarelli(?). Il citato Lucarelli obbliga, poi, l’ispettore capo a scrivere anche la ricetta per fare il brodo per i tortellini, che Montalbano passerà, ovviamente, alla fidata Adelina (e qui siamo al gioco degli autori; un omaggio alla passione di Montalbano per il buon cibo). Compare anche, nelle vesti di corriere (dopo un tentativo fallito di Catarella) l’altrettanto famoso Mimi Augello, per il quale Montalbano si premura di avvertire la Negro: il suo vice è un accanito “femminaro”, che tenta con tutte, cosa che puntualmente Mimi farà, con una collega dell’ispettrice, con esiti disastrosi, rimediandovi un occhio nero (i due autori trovano, continuamente, il modo di divertirsi, all’interno della storia!).

          Via via che procede la corrispondenza, la vicenda assume tinte sempre più fosche, indirizzandosi verso un regolamento di conti nell’ambito dei “servizi” (che s’immaginano assolutamente deviati), la qual cosa pone in serie difficoltà i “nostri” due investigatori. I servizi sono in una fase di “potatutura”, cioè di eliminazione fisica degli avversari e le procedure regolari non dovrebbero sortire alcun effetto nei loro confronti, tanto più che il killer in questione è un personaggio tristemente noto, anche se veste le sembianze di una magnifica bionda che ha, tra l’altro, il vezzo di firmare i propri omicidi, lasciando sui luoghi dei delitti dei pesci rossi (di qui il titolo, “Acqua in bocca”).

          Epilogo (di cui, ovviamente, non anticipiamo nulla), sempre desumibile dal consueto scambio di corrispondenza a cose fatte (perché i nostri due “eroi” si mettono in azione, e come!, salvo poi raccontarsi la parte degli avvenimenti che non li ha visti agire insieme, per lettera), a Milano Marittima. La crudezza dell’esito finale della storia è un segno in più (considerati i nostri due autori) dell’imbarbarimento del nostro Paese.

 

 


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