24 gennaio 2009   Dario Ghelfi

L'ospite inatteso

E' un film delicato ed intimo quest'opera di Thomas McCarthy; lo potremmo definire una sorta di impatto nel privato dell'11 settembre, quando le cose per gli immigrati clandestini negli Stati Uniti cambiarono profondamente ed in peggio.

Richard Jenkins, l’attore protagonista é formidabile nella sua interpretazione dell'uomo comune, senza più illusioni e voglia di vivere; trascina stancamente la sua esistenza all'Università, senza fare nulla, come confesserà alla fine alla stupenda (come sempre) Hiam Abbas.

L'anonimo professore universitario riscoprirà la gioia di vivere al contatto con l'esuberanza vitale del giovane immigrato clandestino che ha ospitato nella sua casa e che gli insegna a suonare il djembe (una sorta di tamburo), lui che in precedenza ha vanamente tentato di imparare a suonare il pianoforte.

Lo vediamo sorridere, infatti, per la prima volta, timidamente quando, impacciato, suona lo strumento insieme al suo giovane compagno in un parco di New York.

 

E per il timidissimo professore, che ospiterà nella sua casa anche la madre (Hiam Abbas) del suo giovane amico, quando questi sarà arrestato e rinchiuso in carcere dall'immigrazione. Per lui arriverà, perfino l'illusione dell'amore, quando abbastanza goffamente corteggia, a modo suo, lieve e timoroso, la sua ospite.

 

  

Film intimistico, gioca essenzialmente su un uso sapiente di piani e, particolarmente, di primi piani. E’ una pellicola che si muove soprattutto negli interni, a parte qualche escursione in mercatini interetnici e su un traghetto; i volti di Jenkins, eternamente imbarazzato e quello di Hiam, volitiva e determinata come sempre (qui nella parti di una madre che vuole difendere il proprio figlio).

Bellissimo l’incontro tra Hiam e la giovane ragazza del figlio, una senegalese, con la sorridente annotazione della prima (che è araba, siriana) nei confronti della seconda, relativamente al fatto che “è proprio nera”; un’annotazione che ci ricorda come il superamento del razzismo non riguarda solo noi ma i differenti popoli che costituiscono il caleidoscopio dell’immigrazione.

 

 

Con un'annotazione politica, in questi momenti di ritrovato (?) entusiasmo per la ritrovata (?) America di Obama: come si muove, come agisce la polizia degli Stati Uniti. Illuminante l’episodio dell’arresto del giovane clandestino nella metropolitana di New York e l'atteggiamento dell’agente allo sportello del centro di reclusione dell'Immigrazione.

Un atmosfera al limite surreale, in cui il cittadino ha l'impressione di non contare nulla, di vivere in uno stato poliziesco e che suscita l’unica furiosa reazione di Jenkins, in tutto il film.

 

Dario Ghelfi

 


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