24 aprile 2007

Dario Ghelfi

 

 

 

NEVE

 

Non è un libro facile questo romanzo di Orhan Pamuk, che narra degli accadimenti che arrivano ad un poeta turco che, trasferitosi (per motivi politici) in Germania, torna nel suo Paese e si avventura nella lontana città di Kars, ai confini con l’attuale Armenia, offrendoci, contemporaneamente, senza enfasi, innumerevoli riferimenti storico-politici

Kars è stata russa dalla Pace di Santo Stefano del 1878 al Trattato omonimo del 1921, quando ritornò alla Turchia kemalista; sembra quasi che l’autore richiami quel lontano passato con una sorta di nostalgia, quando la città, cui i russi diedero grande impulso, era un crocevia di popoli e vi convivevano, in pace, russi, turchi, armeni, curdi, persiani, greci. E’ un sentimento che abbiamo riscontrato anche in altri autori, che spesso sembrano ricordare benevolmente la convivenza tra le varie etnie nei diversi imperi multietnici dell’Europa dell’Ottocento (una convivenza che aveva quasi sempre, comunque, un’eccezione: i pogrom degli ebrei). In quei territori di confine si consumò, poi, uno dei primi genocidi del Novecento, quando i turchi, massacrarono un milione e mezzo di armeni, all’inizio della Prima Guerra Mondiale (la critica storica ora si divide tra chi chiama quel massacro un genocidio, cioè intenzionalmente determinato a far scomparire un’etnia e chi afferma che le stragi andarono anche al di là delle intenzioni di chi le pianificò, organizzò, tollerò: un milione  mezzo di morti comunque resta). Non ci sono in “Neve” riferimenti diretti agli armeni, che vengono citati in relazione a loro case abbandonate, quasi che dopo la pulizia etnica nessuno le avesse occupate. E sono passati tanti anni, visto che le coordinate temporali del libro, se pure vaghe, permettono comunque di inquadrare la storia ai giorni nostri (di un personaggio integralista si dice che ha combattuto in Bosnia e in Cecenia e si citano i guerriglieri curdi del PKK).

  

L’Impero Ottomano alla fine dell’Ottocento

 

 

 

 

La Turchia attuale

 

 

La storia oscilla tra il protagonismo di Ka (é l’acronimo del protagonista) e una voce narrante, che altro non è che quella di un suo carissimo amico, che assumerà il suo ruolo, alla fine del libro. La permanenza di Ka a Kars dura pochissimi giorni, ma riescono egregiamente a darci un’idea dei problemi che travagliano l’odierna Turchia.

Tutto il romanzo ruota attorno al conflitto che contrappone, più che i laici, i detentori del potere, i militari ed il fondamentalismo religioso. Sembrano passati i tempi delle Università gremite di studenti di sinistra, comunisti ed atei, mentre la voce narrante ci rimanda a quei tempi, che sembrano lontanissimi: “Nei primi anni della sua giovinezza, morire per uno scopo intellettuale e politico … per Ka era uno dei massimi gradi di spiritualità che si potessero raggiungere. Verso i trent’anni, l’assurdità delle esistenze di molti amici e conoscenti morti sotto tortura, per principi stupidi, anzi dannosi, uccisi per strada dalle bande politiche, ammazzati durante gli scontri per una rapina in banca, o ancor peggio dalle bombe preparate personalmente ed esplose nelle loro mani, questa assurdità lo allontanò da simili pensieri”.

Oggi il gioco sembra considerare come protagonisti esclusivamente i religiosi, i fondamentalisti, da una parte, e i militari, con le loro questure (dove la brutalità e la tortura sono all’ordine del giorno), dall’altra.

Il motivo ufficiale per cui Ka è andato a Kars, per conto di un giornale nazionale, è quello di scrivere del suicidio di ragazze, che rifiutano di scoprirsi il capo negli edifici pubblici (e per questo il responsabile dell’Università locale verrà assassinato da un giovane estremista). Ka ha, così, una serie di incontri con esponenti islamici (siamo alla vigilia delle elezioni amministrative a Kars) e il libro è ricchissimo di dialoghi di contenuto religioso, nel corso dei quali i fondamentalisti spiegano le loro ragioni ad un Ka, che è un ex ateo in crisi. Ma è un giornalista locale che illustra meglio di tutti la politica dei partiti islamici: “Gli integralisti vanno di porta in porta, si fanno ospitare a gruppi dalle famiglie, alle donne regalano piatti, recipienti, pentole, apparecchi per spremere le arance, scatole di sapone, bulgur e detersivi. Nei quartieri poveri fanno subito amicizia, promuovono la confidenza tra donna e donna e attaccano sulle spalle dei bambini ciondoli religiosi d’oro. Date il vostro voto al Partito del benessere, che è il partito di Allah, dicono. Questa nostra miseria, questo nostro disagio è causato dal fatto che ci siamo allontanati dalla strada di Allah, dicono. Con gli uomini parlano gli uomini, con le donne parlano le donne. Si conquistano la fiducia dei disoccupati arrabbiati e feriti nell’orgoglio, e fanno felici le mogli dei disoccupati che non sanno cosa mettere in pentola la sera. Poi promettono di portare nuovi regali e li fanno giurare di votare per il loro partito. Si guadagnano il rispetto dei più miserabili e dei disoccupati che mattino e sera vengono umiliati, come quello degli studenti universitari, degli operai che mangiano appena una minestra calda al giorno, e persino quello degli artigiani, che sono i più diligenti, onesti e umili”

Ma il libro si muove  anche in un’altra direttrice, quella dell’amore che Ka sente per Ipek, una bellissima giovane ex compagna d’Università, che si è separata dal marito (anch’egli suo compagno di Università ed ora esponente di un piccolo partito religioso e candidato alla carica di sindaco). La giovane, che vive nell’albergo in cui Ka è alloggiato, con il padre proprietario (un vecchio fervente repubblicano) e la giovane sorella, corrisponde alla sua passione e tutto sembra muoversi verso la conclusione agognata e sognata dal nostro poeta: portare la ragazza a Francoforte e farne la compagna della sua vita.

Ma le cose drammaticamente prenderanno un cammino diverso, nelle ultime pagine, che non sveliamo e che sono essenziali per capire i diversi personaggi e le loro azioni: da Ka, a Ipek, alla sorella Kadife, ai vari esponenti integralisti, mentre, in una Kars bloccata dalla neve ed isolata dal mondo, avviene una sorta di improbabile colpo di stato locale (nel senso che si verifica solo a Kars e non in tutta la Turchia), con il potere che viene assunto dai servizi segreti, dai militari locali e da altrettanto improbabili fiancheggiatori civili, con la conseguente repressione degli islamici e degli studenti del locale Liceo religioso.

E su tutto, un’ultima e grande e silenziosa protagonista, la neve, che cade ininterrottamente su una Kars che sembra viva solo nelle innumerevoli case da the (dove la gente si incontra) e negli interni, laddove i non religiosi affondano i loro problemi nel raki, il liquore nazionale. Ed è solo quando la neve smette di cadere che tutto rientra nelle regole (le truppe nazionali riprendono il controllo della situazione), che si palesa il passato dei vari protagonisti, che si comprende il loro modo di agire, in una proiezione generale verso un futuro senza illusioni.

 

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