23 ottobre 2010   Dario Ghelfi

 

LE STANZE ILLUMINATE

 

 

          E’ un volume leggibile su più registri l’ultimo romanzo di Mason (Richard Mason, Le stanze illuminate, Torino, Einaudi, 2008), percorsi narrativi che evidentemente si saldano tra di loro, a prescindere dalla scelta d’affezione di ciascun lettore.

 

 

 

 

          La protagonista della storia è l’anziana Joan, una donna di ottanta anni, ancora lucida, ma con problemi di deambulazione, legata al fatto che un ginocchio non funziona più a dovere. Quello che gli altri, figlia compresa, invece non sanno è che Joan vive anche in un suo mondo fantastico, ricco di visioni, che le permette di “muoversi nel tempo” e che dà lustro a questa sua forma (inavvertita dagli altri) di demenza senile.

          La figlia di Joan, l’unica parente che le è vicina, perché l’altro figlio ha pensato bene di andare a trasferirsi in Australia, Eloise, è una consulente finanziaria d’assalto, che ha buttato all’aria una convivenza e che vive da sola, unicamente dedita alla sua professione. Mentre é alle prese con un’operazione di investimenti a rischio che rischia di travolgerla, si preoccupa per la madre, che vive da sola, in un palazzo nel quale l’unico a conoscerla sembra essere il portiere. Decide, pertanto, di farla ospitare in una casa di riposo. L’anziana signora, di per sé, non ha alcuna voglia di abbandonare il suo appartamento e di finire in un ospizio, anche se si tratta di un ricovero di extralusso, con una retta altissima, con personale tanto qualificato, quanto invadente.

          E qui c’è un primo tocco da maestro, da parte dell’autore: Joan non desidera affatto quella soluzione, ma si costringe a fingere addirittura entusiasmo. La figlia, infatti, la porta con sé a visitare parecchie case di riposo prima di scegliere; Joan l’accompagna, con il sorriso sulle labbra, assentendo ai commenti della figlia che sta portando avanti un’operazione che non condivide o che perlomeno subisce), per evitare che la figlia abbia dei sensi di colpa per quella stessa sua scelta.

Infame destino della vecchiaia: non potersi nemmeno permettere di non gradire le scelte che gli altri ti impongono o sono costretti ad importi, ma fingere di essere contenti per non scalfire la serenità dei figli!

In fondo la decisione di Eloise era quasi obbligata; ciascuno ha diritto a vivere la propria vita ed è giusto che i figli non sacrifichino la loro per i genitori: è la stessa Joan che dice:

 

“Joan strinse affettuosamente la mano della figlia. Non condannava Eloise per il fatto che volesse sistemarla in un ospizio. Non l’aveva concepita, non l’aveva messa al mondo, amata, cresciuta e curata come meglio aveva potuto aspettandosi qualcosa in cambio”

 

ma lasciamo almeno a ciascuno il diritto, se non di protestare, almeno di non fingere entusiasmi.

 

Scelta la casa di riposo, quasi fosse un premio per la fine della sua libertà, Joan viene accompagnata da Eloise nel loro Paese d’origine: il Sudafrica. Qui Joan si tuffa nei ricordi di un lontano passato, che prepotentemente riaffiora allorché in una biblioteca viene rinvenuto il diario di sua nonna, rinchiusa in un campo di concentramento, al tempo della guerra anglo-boera.

Non sappiamo molto di quella guerra, anche perché i boeri, allora perdenti ed in vetta alle simpatie dell’opinione pubblica mondiale (che ammirava quel piccolo popolo che si opponeva ad un’armata, di quasi mezzo milione di uomini, del più potente impero del tempo), passarono, in tempi più vicini a noi, dalla categoria di vittime a quella di aguzzini (come spesso accade ai popoli), con l’”invenzione” del famigerato apartheid. Quello che ricordiamo di quanto ci fu detto a scuola, è che gli inglesi, per vincere la guerriglia dei boeri, rinchiusero donne e bambini, i civili insomma, in campi di concentramento, dove moltissimi morirono: la nonna di Joan perse più di una figlia, mentre la sua casa fu bruciata.  I campi di concentramento inglesi suscitarono lo sdegno in tutto il mondo e nella stessa Inghilterra; mentre i combattenti boeri catturati venivano trattati tutto sommato bene, in prigionia in ogni angolo dell’impero, le loro donne e i loro bambini morivano di stenti, di fame, di freddo, per le orribili condizioni igieniche, per le mancanze di cure sanitarie, in quelli che furono i primi famigerati campi di concentramento. Nel libro di Mason si adombra il sospetto che i medici inglesi in quei campi si lasciassero andare ad esperimenti sulle giovani vittime (evidentemente campi di prigionia e medici possono costituire un binomio inquietante: la storia non fa che ricordarcelo)

Il fatto acquista un suo preciso significato, nel romanzo, in quanto il palazzo che ora è sede della casa di riposo che ospita Joan, altro non è che la vecchia dimora di un medico inglese, molto discusso dal punto di vista professionale, che aveva prestato servizio in Sud Africa, al tempo della guerra anglo-boera. Il passato attanaglia così la nostra Joan che, aiutata da un giovanissimo amico che ha conosciuto, ovviamente, in una biblioteca, inizia una ricerca sui documenti della vecchia casa e dei suoi proprietari e nella sua immaginazione si vede impegnata ad impedire un crimine che il parallelismo temporale che in quella dimora è presente può rendere possibile.

Una battaglia che si svolge nel mondo dell’immaginazione in cui vive Joan, che si accompagna a quella reale contro la struttura della casa di riposo, che è rappresentata da una efficiente, onnipresente ed onnipotente capo-sala (che tanto ci ricorda l’infermiera Mildred Ratched, in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, stupendamente resa dall’attrice Louise Fletcher), che non lascia un minimo di spazio all’intimità dei suoi ospiti, travolti, giorno per giorno, ora per ora, da un affastellarsi di attività di comunità, a cui nessuno può sottrarsi. Accanto al registro puramente narrativo (lo svolgersi della storia in sé), a quello dei ricordi della guerra anglo-boera (l’elemento primo che ci ha spinti a leggere questo libro), ecco il registro del destino che attende la vecchiaia o meglio quella decrepitezza a cui il progresso delle umane sorti ci sta consegnando (ed è il registro che ci ha attanagliato).

Come spesso accade è una vignetta che ci sembra veramente cogliere il senso del discorso; in questo caso proponiamo quella dello spagnolo El Roto come amara chiusura di queste note.

 

 

 

 

 


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