23 ottobre 2013, Dario Ghelfi

L’Egitto: primavera o inverno?

 

Nei miei corsi alla Libera Università di Bolzano ho insistito, in particolare, sul fatto che se l’essenza della Geografia consiste nel “farla con i piedi” (è necessario visitare un Paese, se non altro per averne un’idea minima), è nella letteratura che troviamo un supporto insostituibile. Tanto più che spesso i nostri viaggi (anche se non organizzati, al di fuori dei gruppi che seguono una guida, che innalza un ombrello per farsi seguire, magari con tutti i partecipanti muniti di una sorta di radio che riceve le sue “lezioni”), si muovono lungo i binari consolidati dalla tradizione turistica. Tutti in Perù, più o meno, sbarcano a Lima, salgono la Cordigliera ed arrivano, via Ayacucho, a Cusco, poi proseguono per Puno, scendono verso il mare ad Arequipa e rientrano nella capitale. Varianti l’Amazzonia a Pucallpa e il nord preincaico dalle parti di Nazca. D’altra parte ci sono i problemi dei tempi; parliamo di turismo e non di soggiorni di mesi o di anni in un Paese. E poi c’è la lingua. Il turista non entra nelle case, non cena e pranza (salvo eccezioni) con i locali, non sa quali sono i reali rapporti interfamiliari, tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra uomini e donne, non conosce l’economia quotidiana della gente, la morale sessuale, le tradizioni e via dicendo. Tutte cose che ti dicono invece gli scrittori del Paese, meglio le scrittrici, rappresentanti di quel genere che in quasi tutto il mondo (con varia intensità) subisce prevaricazioni e che pertanto è più forte nel raccontare la realtà. E questo tanto più se il Paese di cui trattiamo è lontano, vuoi geograficamente, vuoi psicologicamente; e più è lontano, più ne abbiamo una mappa mentale distorta, coperta da una serie di stereotipi, comunemente condivisi.  Più è lontano più ne condividiamo le false rappresentazioni.

Adesso sono di moda i Paesi arabi, specie dopo la cosiddetta “primavera” che tale non è stata (ahimé, c’erano tutti i segni che lasciavano prevedere il suo rapido trasformarsi in “inverno”). Paesi di cui si è sempre saputo poco, anche se fiumane di turisti sono sciamati, in tutti questi anni di abbondanza, verso le spiagge di Sharm e di Gerba o i mercati di Marrakech (e non è che si imparasse molto dell’Egitto, uscendo nelle escursioni dai resort di Hurgada). Tanto di moda che tutti gli incontro di letteratura ospitano scrittori egiziani, ai quali, imprudentemente e erroneamente, assegniamo il ruolo di mentori del nuovo che avanza (che speriamo avanzi, visti gli arretramenti in Tunisia ed in Egitto, almeno fino alla deposizione di Morsi).

Al recente Festival della Letteratura di Mantova (che si è tenuto dopo la deposizione del Presidente Morsi), uno degli ospiti era l’egiziano Ahmed Murad, cui Marsilio ha recentemente presentato due opere. Già fotografo ufficiale del Presidente Mubarak, le sue storie sono dei thriller, dei noir che ci mostrano una Cairo putrida, ingorda, corrotta; una foto impietosa della società egiziana.

 

          Ahmed Murad, Vertigo, Venezia, Marsilio, 2012

          Ahmed Muradm, Polvere di diamante, Venezia, Marsilio, 2013

          Il fatto che fosse egiziano e che avesse così crudamente dipinto nei suoi libri l’Egitto di Mubarak e che non nascondesse la sua opposizione ai “Fratelli Musulmani”, ha incoraggiato il pubblico a porgli domande di tutti i tipi, quasi fosse l’unico in grado di spiegare la complessa situazione dell’Egitto uscito dalla rivoluzione dei “Tamarod” e di Piazza Tahir  (e sostanzialmente conteso, oggi, tra militari e “Fratelli Musulmani”).

Al di là di tutto questo, i due volumi di Murad sono un’evidente denuncia della situazione dell’Egitto pre-rivoluzione. Il primo ha come sfondo un certo tipo di locali notturni, luogo di incontro di un particolare sottobosco della corrotta società egiziana: giornalisti venduti, ricchi prepotenti, servizi segreti, aspiranti attrici che si confondono con le prostitute. Giovani senza molte speranze nel futuro, che si arrabattano e che spesso si trovano immischiati in situazioni più grandi di loro (nel nostro caso il protagonista, che fa il fotografo nel bar “Vertigo” (tutti i clienti facoltosi amano farsi fotografare), si imbatte in una vera e propria strage, organizzata dai temutissimi e spietati servizi segreti, la famigerata Amn al-Dawla. Giovani senza speranze, ma fortemente tecnologizzati, visto che tutta la storia, vincente alla fine per il “nostro” protagonista,  si fonda su una conoscenza straordinaria della tecnologia informatica di un suo amico (del resto il Movimento “Tamarod” aveva puntato e vinto con i social network). L’altro aspetto che in questo primo volume Murad affronta è quello dell’integralismo religioso, che qui acquista la specifica connotazione dell’imbarbarimento intellettuale della sorella, che ha sposato un integralista e che rifiuta addirittura il danaro che il fratello vuole donarle per aiutarla, perché non “halal” (permesso), in quanto guadagnato con la fotografia che è “haram” (vietato”).

Se “Vertigo” è un thriller, “Polvere di diamante” è anche un noir, dove quasi tutti uccidono, con pagine spesso truculente, incentrate su omicidi perpetrati per il tramite di una fantomatica polvere di diamante che ucciderebbe, inesorabilmente, anche se presa in dosi minimali. Non parleremo, ovviamente, delle vicende che muovono la storia, segnalando piuttosto la rappresentazione della società egiziana al tempo di Mubarak.

Ci sono novità interessanti in questo romanzo.

Un richiamo alla storia dell’Egitto, laddove compare una simpatia aperta per il generale Naguib, che a capo degli Ufficiali Liberi, abbattè nel 1952 la monarchia di re Faruk[1], per essere poi allontanato al potere, nel 1954, dal colpo di mano del Colonnello Nasser.

Poi il fatto che ci si muova, all’inizio del racconto, nel microcosmo degli ebrei egiziani, ora praticamente scomparsi in Egitto[2], argomento di cui pochissimo si sa in Italia.

Ed infine la comparsa di una figura femminile forte[3], una giovane giornalista contestatrice, che ama togliersi il velo e bere birra (la birra sembra essere diventata una sorta di icona della protesta dei giovani laici, che inneggiavano alla birra in piazza Taksim, contro Erdogan[4]), che è nata il giorno della “Naksa”[5], è nazionalista, antigovernativa ed, ovviamente, nemica degli integralisti:

 

“Mi è piaciuto molto l’articolo Bellezze e politica

“Ah sì. Quello l’ho scritto perché la gente trascura le questioni

importanti e si concentra solo sul corpo femminile. Tipo che se

tutte si coprissero, si risolverebbero di colpo i problemi di tutti

i paesi arabi, Palestina compresa”.

… Sara sorseggiò un po’ di birra dalla bottiglia …

 

            E’ veramente stupefacente l’atteggiamento degli islamisti (siano essi moderati o meno) nei confronti della donna, laddove il regime di Mubarak aveva elevato il limite minimo dell’età per contrarre il matrimonio, a 18 anni (per combattere la piaga dei matrimoni precoci, coinvolgenti, sostanzialmente delle bambine), abbiamo visto il governo legge dei Fratelli musulmani attaccare quella legge! Di fronte ai drammatici problemi del Paese, sembra che l’unica preoccupazione dei Fratelli Musulmani fosse il corpo femminile!

Naturalmente anche in questo secondo thriller-noir, domina la corruzione, fino ai livelli più bassi, quando vediamo i medici impegnarsi a prescrivere certi farmaci piuttosto che altri, perché il “nostro” protagonista, informatore farmaceutico, promette loro partecipazioni a conferenze di studi o soggiorni in alberghi sulla Costa Nord. Nei piani “alti” della politica vediamo le elezioni regolarmente manipolate, con gli eletti che si contendono i seggi a suon di mazzette. La violenza della polizia è ben rappresentata da quello che via via emerge come il coprotagonista della storia; emerge, poi, anche una violenta avversione nei confronti dell’omosessualità, seppur indicata come molto “praticata” dai potenti.

Riuscirà l’Egitto a diventare una democrazia, che nasce dal basso? Riuscirà a rovesciare quanto afferma il poliziotto, momentaneamente caduto in disgrazia, per una serie di giochi di potere?

 

          … e Walid proseguì: “Con la gente l’unica cosa che funziona

            é la paura. E’ fin dai tempi di Mosé che si governa in questo

            modo. Ormai vanno avanti così. Tutti i profeti sono discesi tra

            la gente, Mosé invece è l’unico che è andato direttamente dal

            Faraone. Sai perché? Perché non serve parlare con la gente, in

            Egitto bisogna rivolgersi a chi sta in alto perché sistemi chi sta

            in basso!”

         

          Abbiamo l’impressione che la strada sia ancora lunga!

 

 Dario Ghelfi


 

[1] Discendente del famoso Mehemet Ali, il fondatore dell’Egitto moderno.

[2] Oggi  gli ebrei egiziani non dovrebbero arrivare ad un centinaio di persone, mentre negli anni venti del secolo passato raggiungevano gli 80.000 residenti, con una forte incidenza nell’economia del Paese.

[3] In “Vertigo” la presenza femminile era confinata ad una ragazza, bellissima e sordomuta, di cui si innamora il protagonista.

[4] La “Rivolta della Birra” della Turchia laica e democratica contro l’islamizzazione di Erdogan

http://www.qelsi.it/2013/la-rivolta-della-birra-della-turchia-laica-e-democratica-contro-lislamizzazione-di-erdogan/

[5] Naksa:  7 giugno 1968, sconfitta egiziana nella “Guerra dei 6 giorni”

 

 


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