23 novembre 2008

Dario: Il casellante di A. Camilleri
 


IL CASELLANTE

 

         Ancora una volta entriamo in queste nostre note, con il riferimento alle “nostre”, intime ed individuali, modalità di lettura; in questo caso ci siamo lasciati catturare, rapire, coinvolgere, prima di tutto, dal fatto che il protagonista è un casellante (e la cosa sarà considerata dai più strana e/o singolare).

         Appare, infatti, evidente che l’essere casellante del protagonista è funzionale al racconto, solo per il fatto che un avvenimento drammatico si verifica perché la vittima si trova in un luogo isolato, come lo può essere un casello di una linea ferroviaria secondaria siciliana, e che  vicino a questo luogo isolato c’è solo un altro casello, anche questo, ovviamente isolato. Questo è il meccanismo del dramma, che aveva bisogno per consumarsi, di questa “successione” di luoghi isolati. Per il resto la cosa avrebbe potuto funzionare con personaggi impegnati in altre attività (in casolari isolati, comunque).

         Ma Camilleri è, anche, uno straordinario “pittore” di ambienti e brillantemente dipinge l’ambiente della ferrovia e in questo caso di quel tipo particolare di ferrovia, secondaria, con treni lentissimi (ironizza sul fatto che dovendo il convoglio, nei pressi di una località costiera, compiere un largo giro vizioso, i passeggeri più giovani avevamo tutto il tempo di fare un bagno e riprendere il treno, poi, quando aveva fatto il suo giro, tagliando, quelli, in via retta), con il personale ed i passeggeri (sostanzialmente abituali) che si conoscono, che fraternizzano, che sono solidali tra di loro, che piangono per le sventure degli uni e degli altri. E’ vero, erano in numero ridotto quei passeggeri e pochi erano anche i treni, un merci e un passeggeri in una direzione ed altrettanti al ritorno, in tutto quattro al giorno e si era in tempo di guerra, alla vigilia dello sbarco degli angloamericani in Sicilia.

         E sì che i siciliani (sia pure a ragione, in relazione allo stato delle loro ferrovie), non sembrano amare molto il treno; non si capisce, infatti, perché nessuno vuole prendere il treno da Canicattì ad Agrigento centro, quando ci si impegna meno tempo che per strada e non si hanno problemi a trovare un parcheggio (e la stazione è, ovviamente, in centro città).

         Qual è la “nostra” motivazione per tutto questo parlare di caselli e di ferrovie? A parte il fatto che lo scrivente ha viaggiato, per tutto il periodo della sua frequenza alla scuole superiori, su un treno di una rete ferroviaria “secondaria” del modenese, che andava abbastanza lento (qualcuno in dialetto lo chiamava “al tren dal cucc”, il treno della spinta), con i passeggeri che si conoscevano tutti (studenti che facevano confusione ed operai assonnati ed irritati contro di loro), c’è la faccenda che ha vissuto sino alla gioventù in un casello, con il proprio padre che era operaio lungo la linea ferroviaria e la madre casellante e guardia-barriera (addetta cioè a calare le sbarre sulla strada, quando passavano i convogli ferroviari). Tanto è vero che chi scrive si chiede che cosa facesse il casellante di Camilleri, a parte presenziare al passaggio del treno; non si parla di barriere e si può solo supporre che si dedicasse alla manutenzione. E’ un mistero, comunque, che non interessa nessuno, a parte lo scrivente.

         Ma ritorniamo a noi.

         Il casellante (Andrea Camilleri, Il casellante, Palermo, Sellerio, 2008),

 

 

 

 

 

Ambientato nella solita Sicilia sud-orientale, è una trasposizione, in chiave moderna e in luoghi altri, di una tragedia greca, con annessa metamorfosi. Siamo nell’ambito di quelle storie di Camilleri, come la precedente Maruzza Musomeci, in cui la realtà si combina con la fantasia, in cui riesce difficile, impossibile distinguere l’una dall’altra, laddove la figura della protagonista assume via via, sempre più, connotazioni di drammatica forza. E noi assistiamo, prima stupefatti, poi rassegnati al progressivo procedere della protagonista, assecondata dal marito, verso l’impossibile metamorfosi finale, bloccata da un nuovo avvenimento drammatico, che riassesta definitivamente la situazione.

         Con un’annotazione, però. Questa di Camilleri è anche, e soprattutto, una storia d’amore, di un amore forte come la pietra, l’amore che il giovane casellante nutre per la moglie. E’ disposto a fare tutto per lei e lo dimostra, sin da quando vince tutte le sue ritrosie di maschio siciliano per combattere la propria infertilità, perché la moglie vuole un figlio. Alla moglie mostra una devozione suprema, illimitata, che non conosce confine, come quando diventa complice del cammino della sua amata verso la follia. Un amore che alla fine, però, inaspettatamente vince ed ha un suo premio.

         A fianco di questo percorso, ce n’è un altro parallelo, molto più concreto e storico, la rappresentazione del fascismo, nei suoi aspetti più grotteschi e dell’opposizione, vista nei suoi aspetti afferenti al buon senso, diremmo, contro un regime ormai delirante, nei suoi epigoni più squallidi, di mezza tacca. Così il maresciallo dei carabinieri, si rifiuta di arrestare due “imprudenti” concertisti; il giudice istruttore li manda liberi, dopo che erano stati incarcerati dalle più ligie forze di polizia; il capotreno ed un macchinista del “nostro” treno si rifiutano di togliere un drappo nero che commemorava alcuni passeggeri vittima di un attacco aereo alleato, ma che nascondeva l’emblema del fascio sulla locomotiva.

         Perplessi ci lascia, un po’,  la presentazione della mafia o, meglio, di un mafioso, che ha un ruolo forte in tutta la storia, anche se, dobbiamo ricordare il particolare contesto storico. La vicenda, lo sappiamo, è inquadrata nei tempi immediatamente a ridosso dello sbarco americano in Sicilia e sappiamo come il governo U.S.A. avesse, tramite la “sua” mafia, aperto dei canali con quella siciliana. Il mafioso della nostra storia (tra l’altro rispettato e temuto, crediamo, dall’arrogante e cialtronesco rappresentante del fascismo) agisce concretamente in favore degli americani (segnalazioni ai sommergibili, gestione dell’accoglienza di un agente statunitense), ma riveste anche un ruolo che la mafia (specie quella definita di vecchio stampo, se mai è esistita, prima che si impegnasse a tutto campo contro le lotte dei lavoratori e la sinistra e prima che scegliesse come attività precipua il traffico di droga) si suppone abbia esercitato, riscuotendo un certo consenso popolare: amministrare una sua giustizia, a fronte dell’impotenza e dell’incapacità di quella ufficiale.

Il racconto di Camilleri è come sempre piacevole e documentato; per quanto concerne la “storia” della mafia, mettiamo subito avanti le mani: non ne siamo esperti. Abbiamo semplicemente registrato una sorta di simpatia spontanea, che nasce nel lettore, nei confronti dell’azione del mafioso che, nel contesto di questa storia, punisce (in modo ovviamente non condivisibile) un reato particolarmente odioso.

 

 

 


 

 


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