23 luglio 2009   Dario Ghelfi, La masseria delle allodole

 

dopo "La strada per Smirne" Dario recensisce l'altro romanzo di Antonia Arslan dedicato ai tragici eventi che hanno segnato la sua patria e la storia del secolo scorso.

Ancora una volta Dario arricchisce il commento sull'opera letteraria con una quantità prodigiosa di informazioni e di allegati multimediali, che costituiscono in definitiva una seconda opera, questa volta di saggistica, in grado di completare la lettura del romanzo con un ampliamento di orizzonti secondo la filosofia di Dario cui ho accennato nel mio commento alla recensione precedente (vedi).

Buona lettura, e non trascurate nessun link !

beppe

 

La masseria delle allodole

 

 

 

E’ questo il primo[1] dei due volumi che la Arslan ha dedicato alla fine della sua famiglia ed al massacro degli armeni, del 1915 (Antonia Arslan, La masseria delle allodole”, Milano, Rizzoli, 2004).

 

 

 

Il volume ha, meritatamente, avuto un grande successo ed è stato seguito, a livello mediatico, dal film omonimo, dei Fratelli Taviani, che scrivono di aver avuto, quando erano bambini, una governante armena[2].

La prima cosa che ci colpisce nella prosa dell’Arslan è l’incredibile sobrietà del suo linguaggio; è parca nella descrizione degli orrori, dei drammi, della disperazione  e con una scelta accurata dei termini, lascia a noi immaginare le sofferenze che la colonna delle deportate (gli uomini sono stati tutti uccisi e nel tragico trasferimento ci sono solo vecchi e bambini accanto a loro) deve subire. Anche quando si trova a raccontare di crude sequenze del martirio armeno

 

   il vecchio prete Hovhannes … Ilo vecchio prete viene spogliato

   e gli cavano gli occhi. Lui piange piano piano come un  bambino. Poi

   dondola nudo, impiccato, al ramo più basso del grande platano …

  Ogni giorno portò il suo orrore quotidiano  … Più e più volte scesero

  Le tribù curde, predando, e la terza volta si portarono via le belle

  lavandaie … maledetti dalla vecchia Serphui a cui, per farla tacere,

  uno zaptié schiacciò la testa con un sasso … Ma questo tempo bastò

  perché Hripsime la giovane sposa riuscisse a sollevarsi dal parto e

  a veder morire il suo bambino, infilzato su una baionetta tenuta a

  braccio teso come un trofeo … Uccidero i bambini, stuprarono le

  donne, portarono via le ragazze e le bambine per i loro harem

  lontani … E poi presero tutto, giorno dopo giorno: i tegami e le

  coperte, le povere capre … Di tanto in tanto, un po’ di pane gettato

  come ai cani, dall’alto … I bambini frugano nello sterco dei cavalli,

   alla ricerca di semi non digeriti … Tutti gli uomini armeni di

  Trebisonda … sono stati eliminati annegandoli nel Mar Nero.

  … le barche cariche di uomini incatenati spinte al largo, e poi

   colate a picco dai gendarmi che sparavano dalla riva[3]

 

lo fa con semplici frasi, scolpite nella pietra, microsequenze cinematografiche, che sta a noi lettori sviluppare.

          Così muore Azniv, “la dolce sorella”, che si sacrifica, per distrarre l’attenzione dai guardiani turchi, permettendo così a Shushanig e ai bambini di essere salvati da Ismene e Nazim:

 

            “Ov sirun sirun” comincia a cantare, ergendosi fiera … Un vento

            di follia percorre il campo. Le altre donne cominciano tutte a

            gridare … Gli zaptié, colti di sorpresa, si precipitano su Azniv,

            illuminano solo lei, che continua a cantare finché un colpo di

            sciabola le tronca la testa. Addio, dolce Azniv; addio colomba

            d’Armenia.

 

C’è un uso calibrato degli aggettivi, “la dolce sorella” e dei sostantivi, che, insieme, concorrono a costruire quell’atmosfera di ricordo melanconico, di nostalgia, che è diffuso per tutto il romanzo: “la piccola città”, “il paese perduto”.

Il suo raccontare è “visivo” e mai come con l’Arslan ci rendiamo conto che ogni scrittore è, in fondo, una sorta di regista cinematografico. Ma qui abbiamo un regista che nelle sue sequenze non ci mostra tutto, ma “costringe” il lettore, ogni lettore a costruirsi le scene di quella sequenza di cui egli ci ha offerto sono un fotogramnma iniziale, che diventa così il punto di partenza di tanti spezzoni diversi, quanti sono i lettori[4].

La Arslan ci permette, ancora, di renderci conto del dramma, anche quando racconta di “piccole” (ma sono invece “grandi”) code, come quando le deportate colgono il senso vero della loro deportazione, pensando ai “banali” atti della vita quotidiana: Azniv, che si pone il tragico interrogativo del come tutte loro potranno lavarsi. E sempre con tono pacato, con un sapiente uso delle parole, ci viene presentato l’orrore, allorché la carovana delle deportate viene assalita dagli irregolari curdi, quando i vecchi e più deboli vengono abbandonati a morire lungo la strada, quando le labbra di tutti si dipingono di verde, per il mangiare erba.

Ed è sintomatico come, più avanti, quando ormai la colonna si è ormai assottigliata e la gente cade lungo il cammino uccisa dalla fame, si legge che dei beduini, con stupore, si rendono conto che possono avere, senza usare la forza, le donne armene (le belle, le affascinanti, le altere ed altrimenti irraggiungibili ragazze armene), solo dando loro acqua per lavarsi e cibo. Poi rimaniamo stupefatti e confusi quando l’autrice ci racconta, con quel suo modo sobrio, dello stupro della ragazzina che, viene riportata alla madre, da uno zaptié annoiato, perché come amante  l’adolescente non vale nulla ed è anche bruttina. Al fondo dell’abiezione: la brutalità annoiata e”generosa”.

 

In un’intervista, poi, tratta da “Minime. 558”

(http://www.mail-archive.com/nonviolenza@peacelink.it/msg01887.html ), l’Arslan scioglie il mistero della “piccola città”, che in entrambi i libri (“La masseria delle allodole” e “La strada per Smirne”) appare indefinita, dal punto di vista della sua collocazione geografica, mai identificata: “Volevo che fosse emblematica di tutte le città e di tutte le tragedie. La città in realtà è Kharpert, o Karput, al centro dell’Anatolia …”, ora Elazig[5].

 

 

 

 

 

 

 

E’ il senso del rimpianto per la patria perduta che smorza i toni della prosa della Arslan, che ripercorre, su due piani paralleli (quello dell’eccidio di Sempad e di quasi tutta la sua famiglia, che si consuma in Anatolia e quello della nostalgia che avviluppa Yerwant, il fratello italiano di Dolo, che sogna impossibili [6]rientri nella “piccola città”) le vicende delle due famiglie armene. Abbiamo già detto di come le atrocità (che appaiono acclarate nel film) siano nascoste da una sorta di pudicizia linguistica, che risparmia le sofferenze dei singoli, in una visione corale della tragedia.

 

Al contrario del film, laddove molto ruota attorno alla bellissima Azniv (inventadole anche un amore, a suo modo rispettoso, di uno zaptié, di un guardiano turco dei deportati, quando invece la ragazza è costretta a prostituirsi per un po’ di cibo), qui è il dramma di un popolo intero ad essere protagonista, anche se alcuni personaggi, la moglie di Sempad, Shushanig, il mendicante Nazim e la “lamentarice” greca Ismene si stagliano nettamente tra le tante. Tante, al femminile, perché “La masseria delle allodole” è una storia di donne, un inno alle donne armene che sopportano da sole il peso della tragedia che ha colpito il loro popolo, dopo che tutti gli uomini, i loro uomini sono stati uccisi.

Ed è una storia che non può avere un finale felice, perché quasi tutti i protagonisti (con rimando a “La strada di Smirne”) periranno: questa è la storia, la storia di persone, che facevano parte di un popolo decimato. Né il lettore può cullarsi nelle illusioni, quando sembra fiorire una certa speranza, perché l’autrice interviene, con i suoi anticipi in corsivo, a dirci quale sarà l’approdo finale, come quando, anticipa, la tragica fine della bella Azniv “ … tu eroica, generosa creatura che ti lascerai  infine morire, contaminata, ad Aleppo  … bruna bellezza, se tu fossi fuggita col tuo Djelal …” e ci colpisce violentemente quella terribile parola, “contaminata”.. Ma non sono solo i suoi anticipi a segnalarci il percorso degli eventi, che questo della Arslan è un vero e proprio saggio storico, nel quale gli avvenimenti reali, quei lontani accadimenti sono “personalizzati”, mediati dal loro essere calati su persone reali, su degli esseri umani che li hanno sofferti e subiti.

La Arslan, come scrittrice, ha magistralmente fatto intervenire la sua immaginazione, ipotizzando i particolari, descrivendo i sentimenti che quelle persone avranno certamente avuto, mettendo in bocca ai protagonisti parole che potrebbero avere pronunciato, presentandoci i loro supposti pensieri, ansie speranze, paure, delusioni. I fatti sono quelli della storia, dei suoi parenti, travolti e massacrati nel primo genocidio del Novecento. E questo per tutta la storia, sia quando sono di scena fatti drammatici, sia quando si tratta di eventi di apparente secondaria importanza.

Nell’intervista che abbiamo precedentemente citato, l’Arslan dice di aver saputo dell’innamoramento di un ufficiale turco per Azniv; ed ecco che immagina i loro colloqui, l’ardore del giovane soldato, le ritrosie e le titubanze della giovane vergine armena, cui si propone di scappare in occidente, con un uomo, un militare dell’etnia dominante, che già si era macchiata di eccidi nei confronti della sua gente. Un episodio che diventa emblematico e che probabilmente è simbolo dei rapporti che tanti turchi ebbero con gli armeni e che portarono alcuni (tanti?) di essi a salvare qualcuno di quei disperati.

Altrettanto emblematici (immaginati? Sicuramente VEROSIMILI!) sono anche quegli eventi, che suonano come una sorta di preavviso e  che si esprimono in fatti lievi e banali, carichi comunque di mortali suggestioni: all’inizio, di poco precedente al dramma, due gendarmi si presentano alla casa di Sempad, il farmacista, uno degli armeni più in vista della “piccola città”, per consegnare l’ingiunzione che ordina a tutti i capi famiglia armeni di presentarsi in prefettura; la padrona di casa dice loro che il marito non c’è (avvertito che qualcosa di pericoloso si sta avvicinando, prudentemente è andato “in campagna”, alla “masseria”) e che sarà sua cura avvertirlo non appena fosse tornato:

 

I due si guardano, molto divertiti, e uno dice: “Fa lo stesso,

arriva in tempo anche domani”; e poi con un gesto lento e

preciso, allunga la mano verso la zuppiera piena che è ancora

al centro della tavola. Per un momento sembra accarezzarla;

poi il movimento si accelera e la zuppiera finisce per terra,

con un rumore stridente. “Oh” fa l’uomo, e sorride di nuovo;

e poi esce, con il suo compagno

Da quel momento il tempo si muove a scatti, accelera e si distende

in pause ingannevoli …

 

          C’è l’annuncio della morte “ … arriverà in tempo anche domani”, accompagnato dal simulacro della violenza che ne seguirà, inconsulta, cieca, che qui si traduce nello spazzare a terra una zuppiera piena di cibo. E poi l’annuncio delle pene, delle fatiche, delle speranze, in quel tempo che si muoverà a scatti, con pause ingannevoli.

          La prima metà del libro si chiude con il massacro alla fattoria, ad opera di alcuni isolati ittihadisti [7](contro il volere del comandante della guarnigione, che considera assurdo uccidere dei membri di una comunità ricca, che ben possono, e lo hanno sempre fatto, dare danaro in cambio di tranquillità), semplici anticipatori del genocidio ideato, organizzato, condotto dal comando supremo dal Triunvirato al potere a Costantinopoli. In tutto questo c’è una sorte di ironia della sorte, considerato che gli armeni avevano ben accolto l’assunzione al potere da parte dei Giovani Turchi, laici, progressisti, tanto che alti esponenti della loro comunità, avevano collaborato con il nuovo governo, ed addirittura uno dei “triumviri”, Talaat Pascià, aveva amici tra gli armeni.

Ed ora lasciamo, idealmente il racconto della Arslan, per chiudere con alcune considerazioni, d’ordine polito-storico, sui fatti raccontati dall’autrice.

Sui rapporti tra armeni e “giovani turchi”, alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, evidentemente c’era stata una sottovalutazione, da parte dei primi, della spinta nazionalista degli “ittihadisti”, che volevano il riscatto dei turchi, MA DEI SOLI TURCHI. O era la speranza che finalmente le cose cambiassero, anche se, già nel 1909 c’era stato quello che gli armeni chiamano la prova generale del genocidio, con la strage, in Cilicia, di circa 30.000 persone, ad opera dei “giovani turchi” (http://www.comunitaarmena.it/comunicati/messori.html ):

 

Il "Grande Male" (come gli armeni chiamano il loro Olocausto) cominciò con la crisi dell'Impero ottomano e il sorgere, per compensazione, del nazionalismo turco, cui da parte cristiana si cercò di reagire. Alcuni partiti, di ispirazione socialista e condannati dalla Chiesa, ricorsero anche al terrorismo. Così, tra 1894 e 1896, una serie di massacri ordinati da Istanbul portò a una prima strage di 300 mila armeni e a migliaia di conversioni forzate all'Islam.

Ma il genocidio vero e proprio sarà consumato dai "Giovani Turchi", il partito nazionalista e razzista che intendeva procedere a una vera e propria "pulizia etnica". Nel 1909, si fece un'atroce "prova generale", con lo sterminio di 30 mila armeni della Cilicia, sotto l'occhio indifferente delle Potenze sedicenti cristiane, impegnate in un gioco politico tra Turchia e Russia.

 

 

 Scoppiata la prima guerra mondiale, al primo sospetto che la minoranza cristiana degli armeni potesse intendersi con i russi (che, tra l’altro, avanzavano lungo il fronte orientale, nel Caucaso),

                                                           

 

 

scatta la decisione per lo sterminio, pianificato nei minimi dettagli, che non trova ostacoli se non nella pietà di tanti ulema, come succede quando la colonna dei deportati si avvicina alla città di Konya (altro paradosso; i religiosi consideravano il Triunvirato al potere a Costantinopoli, un governo di atei senza Dio, un Dio che non poteva tollerare il massacro degli innocenti), di qualche comandante locale e di qualche generale tedesco, come il famoso Liman von Sanders, che non permise alcuna deportazione in Smirne, ove era collocato il suo comando[8].

          E’ un genocidio che comunque era stato anticipato dai pogrom del 1909  in Cilicia, quando 30.000 armeni vengono uccisi da quelle stesse forze del Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso)[9] a cui in seguito gli armeni daranno la loro fiducia: Un genocidio che si compie in tre atti:

1.    il primo: 1915: il massacro degli uomini, per il tramite di retate in quasi tutte le città ed i centri urbani, spesso attraverso le convocazioni presso le prefetture dei capo-famiglia;

2.    il secondo: l’immediatamente successiva deportazione delle donne, dei vecchi e dei bambini, da tutta l’Anatolia verso il deserto siriano, dopo Aleppo, a Deir-es-Zor, un nome che diventa sinonimo di annientamento e di morte (a cui ben pochi, i superstiti del trasferimento forzato, saranno arrivati) e che è una delle tante prove schiaccianti del fatto che la strage degli armeni sia stata un genocidio e in, quanto tale, organizzato e pianificato: com’era possibile che centinaia di migliaia di essere umani potesse sopravvivere in mezzo ad un deserto?

 

 

                        

                           http://it.wikipedia.org/wiki/Deir_ez-Zor

                                                         

3.     con le carovane prese d’assalto dalle tribù curde, senza assistenza medico-igienitaria e praticamente senza cibo (l’Arslan racconta che, malgrado la proibizione per tutti di aiutare gli armeni, sotto pena di morte, c’è chi lasciava acqua e pane agli incroci delle strade),

                                                            

 

 

 

4.    il terzo: 1922. La vittoria di Ataturk[10], l’incendio di Smirne (simbolo della rigenerazione della nuova Turchia), la pulizia etnica dei greci e l’eliminazione degli ultimi superstiti armeni, ad opera in particolare degli irregolari, dei curdi e delle fasce più povere della popolazione turca (che mal sopportava la ricchezza degli armeni, una vera e propria potenza nel campo delle libere professioni e del commercio, la qual cosa richiama la situazione degli ebrei nella Germania del primo dopoguerra).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           dal film “Ararat”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I video del genocidio

 

http://www.youtube.com/watch?v=EJedvAEfHeQ

http://www.youtube.com/watch?v=BHiaiqowsQg&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=Fl8sMDZkyXc

Germany Turkey and the Armanian Genocide (in 7 puntate)

 

http://www.youtube.com/watch?v=Nkwbi7kFlKQ&feature=related

 La masseria delle allodole, parte 1 di 12. In Youtube è possibile,

 pertanto vedere tutto il film in 12 spezzoni

 

http://www.youtube.com/watch?v=4OJLjeanAWU&feature=related

film

 

http://www.youtube.com/watch?v=NCH_T2eXB38&feature=related

Gli Stati Uniti “riconoscono” il genocidio armeno

 

http://www.youtube.com/watch?v=tyFc-WCaNM0&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=1qT-lyXFK4U&feature=related

archivi russi

 

http://www.youtube.com/watch?v=-F3xbu0ksRU&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=dPCIr-MmXrk&feature=related

in spagnolo

 

http://www.youtube.com/watch?v=J3r35ycecjk

 

http://www.youtube.com/watch?v=FiKXODoO8oo

 

http://www.youtube.com/watch?v=FI8PP0JnsW0

Documentario BBC, in 5 puntate

 

http://www.youtube.com/watch?v=wj_zaqazvUs

con carte, documenti ufficiali e foto di Talaat

 

http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/armenia/origini.htm

storia Armenia (non filmato)

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell'Armenia

Storia dell’Armenia (non filmato)

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=zVp5qg5E1Z0&feature=related

Armenia  Le “varie” Armenie con carte

 

http://www.youtube.com/watch?v=655XmYxXeUI&feature=related

Theodorakis

 

http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/armenia/index.htm

Storia dell’Armenia

 

http://www.gariwo.net/genocidi/metz.php

 

 

 

 

 



[1]  Recensiamo, in seconda battuta, questa opera, non perché sia meno importante nella produzione della Arslan (anzi, è vero il contrario), ma perché “La strada per Smirne”, rimandava, tra l’altro, al “genocidio greco”, alla cacciata dei greci da Smirne, alla pulizia etnica operata dai turchi nel confronti di un’etnia che risiedeva in Anatolia da più di quattromila anni, argomenti quasi sconosciuti all’opinione pubblica italiana (e, per questo , non abbiamo resistito, a leggere e a recensire “Smirne”). Abbiamo ora, in questo contesto, il piacere di segnalare l’ultima opera di Petros Markaris, il “padre” del famoso commissario greco Kharitos, “La balia”, Bompiani Editore, in cui compaiono riferimenti alla cacciata dei greci dalla Turchia; espressamente il traduttore fa precedere la storia da una nota in cui fornisce “al lettore italiano che potrebbe ignorarli, alcuni dettagli di ordine storico “ … Nel 1921 i greci che abitavano in Turchia erano circa 2.500.000. Nel 1923, dopo lo scambio forzato di popolazione, più di due milioni di essi furono costretti a trasferirsi nella Grecia continentale. La popolazione greca di Istambul, che nel 1921 ammontava ancora a oltre 500.000 persone, si ridusse a circa 200.000 unità …”. Apprendiamo, da Markaris, che Istambul è chiamata, ancora, dai Greci, Costantinopoli o “la Città”, cioè la città per antonomasia e c’è un personaggio (di contorno), nel suo nuovo libro, che vaneggia di riconquista di Costantinopoli da parte dei greci. Ci accompagna, poi, un certo senso di disagio, leggere di pullman di turisti greci in visita ad Istambul. Ammiratori di Markaris, non mancheremo di recensire la sua nuova fatica.

[2]  Il film, come sempre succede, essendo cosa altra dal romanzo dal quale viene tratto, pur restando abbastanza “vicino” alla storia scritta, enfatizza certi aspetti, dalle crudeltà inferte dai turchi alle deportate, alla storia d’amore (pur vera) tra Djelal e Azniv (salvo poi trascurare Djelal, che invece nel romanzo ricompare alla fine, svolgendo un’azione determinante, per salvare alcuni superstiti della famiglia dell’Arslan), alla (non vera) storia, ancora d’amore, tra Azniv e un gendarme turco. Il film ruota, in certo qual modo, sulla figura di Azniv, interpretata dalla bellissima Paz Vega; accanto a lei un attore assai noto nel panorama del cinema e della televisione italiana, Alessandro Preziosi.

 

                    

 

 

[3] Tragica “tradizione” del terrore; dalle “noyades” della Loira e quelle del Ponto Eusino. Il Ponto sarà poi oggetto delle stragi e della pulizia etnica a carico dei greci, dopo la “catastrofe” del 1922.

[4] Pensiamo ai grandi della letteratura e del cinema. Quello che ciascuno di noi ha immaginato e “visto”, quando ha letto della Geltrude manzoniana (“La sventurata rispose”), o di Paolo e Francesca (le scene dell’amore, della passione, della morte) o delle grandi vittorie tedesche che hanno visto la morte di tutti i congiunti della donna, ne “La grande illusione” di Renoir.

[5] Kharpert. Elâzığ (Kurdish: Elezîz) is a city in Eastern Anatolia, Turkey and the seat of Elâzığ Province. It has a population of 266,495 according to the 2000 census, and the plain on which the city extends has an altitude of 1067 metres. … Harput was an important station of the American missionaries for many years. The missionaries built the Euphrates College, a theological seminary, and boys' and girls' schools. In November 1895, government backed Kurds massacred, looted and burned the Armenian villages on the plain. In the same month Harput was attacked and the American schools were burned down. During the Armenian Genocide, many residents were killed. Massacres in Harput District (From Wikipedia, the free encyclopedia) . "In 1922-23 Near East Relief evacuated 22,000 children from ophanages in interior Turkey to Syria and Greece. These two pictures show part of the 5,000 children from Karput en route on donkey back and foot"

 

[6]  I propositi  di viaggio cadono definitivamente quando l’Italia entra in guerra contro la Turchia, quella stessa Italia che pochi anni prima, nel 1911, con la guerra di Libia (con la quale aveva acquisito anche le isole del Dodecanneso) aveva decretato il definitivo crollo dell’impero ottomano, sconfitto nettamente nella immediatamente successiva prima guerra balcanica (con un relativo riassestamento, con la seconda guerra balcanica, seguita ai “litigi” degli stati balcanici vincitori).

[7]  O “unionisti” o semplicemente “Giovani Turchi”, aderenti al partito “Unione e Progresso” (Ittihad ve Terakki), che aveva preso il potere nel 1908, esautorando il Sultano. In particolare due dei tre triunviri, Enver Pascià e Talaat Pascià, furono i diretti responsabili del genocidio.

[8]  Molto discusse le responsabilità dei tedeschi, in ordine al genocidio degli armeni, cui, ovviamente non parteciparono, ma di cui furono testimoni.

[9]  Per non parlare dei cosiddetti “massacri hamidiani”, subiti dal popolo armeno durante il regno del “sultano rosso”, Abdul Hamid II, nel periodo dal 1895 al 1897.

[10]  L’interrogativo che oggi molti si pongono è come mai la Turchia di oggi non riconosca la propria responsabilità in un genocidio, posto in essere da un governo di novant’anni fa, a fronte delle sollecitazioni che le provengono dai suoi più sicuri alleati. Il problema è probabilmente anche legato al fatto che, come lascia intendere l’Arslan e come esplicitamente si legge in tanti siti armeni, ci si muova anche nell’ambito della politica nazionalista di Ataturk (che, comunque nel 1915 era impegnato nei Dardanelli, laddove si costruì fama di grande soldato),  venerato come il padre della Turchia moderna (non per nulla la guerra greco-turca del 1919-1922 è considerata dai turchi, una guerra di indipendenza).

 

 


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