23 giugno 2007

Dario Ghelfi

 

 

 

LA PAURA DEGLI ANIMALI

 

         Avevamo saputo dell’ultimo volume di Sarna da un quotidiano, ma non c’è dubbio che il desiderio di leggerlo si sia fatto particolarmente sentire in seguito alla lettura de “Il collare di fuoco”, di Franco Evangelisti, che abbiamo recentemente censito in queste stesse pagine. La rappresentazione della violenza nel Paese centro-americano  nella sua storia del secolo XIX ben si raccorda, purtroppo, a quella che sta vivendo oggi il Messico.

          Dal massacro di Tlatelolco, al tempo delle Olimpiadi del 1968, ai frequenti omicidi politici, all’insurrezione del subcomandante Marcos nel Chiapas, alle ultime contestate elezioni presidenziali, alla rivolta di Oaxaca, all’incredibile omicidio di massa delle donne di Ciudad Juarez (richiamato recentemente da un film che vede come protagonisti Antonio Banderas e da Jennifer Lopez e, molto più modestamente, da un fumetto italiano, della Bonelli, “Dampyr”).

         Il protagonista del libro di Sarna (Antonio Sarna, La paura degli animali, Roma, Voland, 2005) è Evaristo Reyes, un giovane laureato che, conscio di aver poche “chances” esaltanti per il futuro, come ultima prospettiva si arruola nella

 

 

 

 

                                                       Tlatelolco

 

 

famigerata polizia del Distretto della Capitale, la Policia Federal Judicial, dove, alle dipendenze di un vero e proprio criminale in divisa, cerca (e ci riesce, fino ad un certo punto) di tenere il profilo più basso possibile, evitando di partecipare alle azioni delittuose del suo comandante, autorelegandosi in quelle mansioni amministrative, che gli permettono di salvaguardare, in certo qual modo, la propria coscienza, di non lavorare e di passare il tempo leggendo (è chiamato, con scherno dal suo comandante, “intellettuale”, ma in fondo è ammirato da tanti colleghi che gli invidiano la sua capacità di scrivere).

         Se mai c’è stato un libro che ha parlato della corruzione della polizia di un Paese, questo è “La paura degli animali”. Quella che ci descrive Serna non è una polizia corrotta, ma un’associazione criminale con copertura politica, criminale nel senso primitivo del termine, con poliziotti che si dedicano a rapine (una rapina, ad esempio è organizzata per “prova”, per vedere come si comporta Evaristo, una sorta di “battesimo del fuoco” impostogli), che taglieggiano gli automobilisti sulle vie di grande comunicazione (fingono di trovare nelle vetture droga, che essi stessi vi collocano, considerato che sono, loro, tutti drogati, e richiedono mazzette per lasciarli andare), praticano correntemente la tortura con i malcapitati che capitano nelle loro mani (e che spesso muoiono durante gli “interrogatori”).

         Per una serie di circostanze, Evaristo si troverà a battersi contro i suoi colleghi ed il suo capo criminale, in un’indagine in cui si comporta da vero poliziotto. La società, il “fuori” del mondo della Judicial, delude profondamente, però, il nostro protagonista. Poiché il delitto di cui si occupa Evaristo ha come sfondo il mondo della letteratura messicano, è lì che Evaristo si muove: ma lì tutti sono ipocriti, tutti tradiscono tutti, tutti si vendono per poter godere delle prebende che il regime, attraverso i suoi Ministeri, elargisce a quelli che si piegano. Ma è un fango che sommerge tutti, anche quei letterati che all’esterno appaiono come mitici leaders di ogni movimento antigovernativo: anche questi scrittori sono unicamente tesi a mantenere i propri privilegi ed il proprio ruolo di numi della rivoluzione, in un trionfo di retorica ipocrita. Letterati che discutono, in merito al subcomandante Marcos, unicamente dei di lui meriti/demeriti letterari!

         E sullo sfondo i drammi, di tanto in tanto rievocati dai vari attori, del passato del Messico, a partire dal massacro di Tlatelolco, mentre il “nostro” protagonista compie la sua personale discesa agli inferi, fino all’incredibile svolta finale, di cui non vogliamo togliere la sorpresa al lettore.

         Serna ha pubblicato questo suo libro nel 1995, prima che il Messico conoscesse la vergogna degli eccidi di Ciudad Juarez, la contestata vittoria elettorale di Felipe Calderon contro Lopez Obrador e la rivolta di Oaxaca. Ma il clima che il suo “noir” (vera e propria denuncia sociale) dipinge è quello drammatico di una nazione che non riesce a liberarsi dalla violenza, dalla corruzione, dall’arbitrio. Ma la cosa più traumatica che emerge è che “ … Sprofondata nelle tenebre, la gente si schierava con i propri nemici e combatteva gli alleati sinceri”.

Ed ancor più traumatico è avvertire come questa situazione non sia tipica e specifica del solo Messico, ma si stia inesorabilmente diffondendo.

 

 

 Ciudad Juarez

 

 

 

Oaxaca

 

ritorna all'indice Ghelfi