23 gennaio 2009 Dario Ghelfi

Il decimo dono

 

         Abbiamo recensito non molto tempo fa “I cristiani di Allah”, un bel libro di Carlotto, che aveva come protagonisti quelle figure di “rinnegati”, che nel corso del secolo XVI, erano approdati dall´altra parte del Mediterraneo e si erano posti al servizio del sultano o dei “rais” locali, gettando alle ortiche la vecchia fede, in nome del diritto alla vita, per sfuggire all’oppressione dell’inquisizione spagnola, per vendicarsi di torti subiti, per cercare l´avventura e la ricchezza, spesso dedicandosi alla guerra di corsa o meglio a razziare le coste delle loro antiche “patrie”.

         Anche in questo bellissimo libro  (Jane Johnson, Il decimo dono, Milano, Longanesi, 2008)

 

 

 

ci sono dei razziatori e dei rinnegati; siamo un secolo avanti, rispetto alle vicende narrate da Parlotto; adesso siamo nel 1600 e le incursioni sono opera di pirati che partono dal porto marocchino di Salé e che catturano uomini, donne e bambini, fin nella lontana Cornovaglia inglese. Qui, però, altra differenza, il racconto è al femminile, appassionante e coinvolgente e condotto su due piani temporali, i giorni d´oggi (con la voce narrante di Julia) e l´anno 1625.

 

 

 

 

         Tutto ha inizio quando Julia, una trentenne originaria della Cornovaglia, viene abbandonata dall´amante (marito della sua migliore amica), dopo una relazione durata alcuni anni. Nella serata dell´abbandono l´uomo regala alla donna che si appresta a lasciare, un volumetto antico, che tratta di ricamo, attività della quale la donna si diletta, per puro piacere. Il bello è che i volumetti sul ricamo sono due e l´improvvido Mikael (così si chiama il fedifrago) consegna all’ex amante quello sbagliato, che è pieno zeppo di annotazioni “autografe”, tanto da costituire un libro nel libro. Julia vedrà immediatamente che non si tratta di commenti riguardanti il ricamo, ma della storia delle vicende occorse ad una giovane, Catherine Anne Tregenna, che era vissuta nel secolo XVII e che era stata catturata da pirati marocchini. Ben presto Julia si accorgerà di vivere incredibili parallelismi con quella ragazza di quattro secoli prima, che ha un carattere ribelle, assai simile al suo. Risulterà, presto che il libro era stato trovato negli stessi luoghi nei quali Julia ha trascorso la sua infanzia, nella casa di una sua cugina, che lei è andata a trovare, per consolarla della triste vicenda che ha sconvolto la sua vita, il suicidio del marito (altra vicenda che troverà un parallelismo con l’esito della storia del seicento); ci sono delle profezia, per l’una e l’altra donna, che parlano di viaggi e di incontri; Julia sarà sempre più coinvolta e finirà, anche lei, anche se in veste di turista, in Marocco, a Salé.

 

 

 

         Il romanticismo domina tutto il volume, per il tramite della splendida figura di Catherine, che, pur in condizioni terribili, tiene testa ai rapitori e al loro terribile capo: bellissimi i dialoghi con quest’ultimo, quando, in virtù della sua perizia di ricamatrice (che i razziatori hanno accertato, quando hanno “burocraticamente” analizzato le posizioni di tutti i prigionieri, in funzione delle richieste dei riscatti), viene chiamata a “cucire” le ferite del “rais”, privato del medico di bordo, ucciso durante uno scontro con gli spagnoli. I rapitori trattano crudelissimanente i prigionieri; anche Catherine, che é preziosa per la sua specializzazione di ricamatrice, passa qualche brutto momento; i pirati, però, malmenano ma non stuprano, tanto è vero che la “nostra” ragazza, che è vergine, non verrà toccata e tale si manterrà. Il fatto è che il “rais”, una volta arrivati in Marocco, pur rimanendo dietro le quinte, controlla la situazione, faticando, sempre di più, a resistere al fascino della ragazza ribelle, dalla quale si sente inesorabilmente attratto.

 

 

 

         Abbiamo parlato del destino di due donne che a distanza di quattro secoli si intrecciamo; potremmo aggiungerne una terza, l’autrice stessa. Se Catherine si trova di fronte al suo rapitore e padrone, il predone berbero che poi crollerà ai suoi piedi, Julia, l’altra protagonista del libro, troverà l’alter ego del rais del Seicento, nella sua guida in terra marocchina. A questa situazione non sfugge l’autrice ed è comprensibile che la sua faccenda privata abbia determinato una svolta nel libro che si accingeva a scrivere.

Racconta, in una intervista, che sopravissuta ad una brutta esperienza alpinistica, grazie al titolare dell’hotel da cui era partita, farà del suo salvatore prima il compagno, poi il marito:

Quanto alla mia vicenda personale, la svolta della mia vita risale a qualche anno fa, quando mi sono recata in Marocco per fare delle ricerche storiche per l’abbozzo di romanzo che avevo in mente e che sarebbe diventato Il decimo dono. Ero con un mio amico, e, ammaliati dalle bellezze incredibili di quel Paese, avevamo deciso di fare un’escursione sulle montagne dell’Atlante nella zona di Tafraut. Premetto che la sera prima dell’arrampicata avevamo cenato in un ristorante dove avevo incontrato un uomo del luogo che mi aveva molto colpito per la sua bellezza e la sua personalità, con il quale si era creato subito un certo feeling fatto di sguardi e sorrisi nonostante le barriere linguistiche. La scalata fu un vero disastro: rimanemmo bloccati in altura con il buio e temperature che andavano molti gradi sottozero, l’unica speranza era chiamare i soccorsi col cellulare, per cui feci il numero del ristorante e mi rispose proprio lui, che capito il pericolo si fece in quattro per farci recuperare. Saremmo morti se non fosse intervenuto Abdel, questo il nome dell’uomo che mi ha salvato e che poi – colpo di scena - è diventato prima il mio compagno e infine mio marito. Ora vivo per sei mesi nel villaggio berbero dove è nato e cresciuto Abdel e per sei mesi in Cornovaglia”.

 

Un libro romantico, dunque, senza cadute di stile, però, in cui due donne trovano l’amore (come la loro “madre letteraria”) e realizzano la propria vita in luoghi lontani e con uomini di una diversa etnia, tutti berberi, misteriosi e nel contempo affascinanti; un bel contributo alla comprensione tra i popoli, in un momento storico come questo che non brilla certamente per le opzioni multiculturali.

 

 

Dario Ghelfi

 


ritorna all'indice Ghelfi