23 febbraio 2009   Dario Ghelfi  

  

            ROSSO COME UNA SPOSA

 

          Non conosciamo granché della letteratura albanese, escluso, ovviamente, quella grande figura della narrativa mondiale che è Kadarè ed ecco che irrompe nelle classifiche dei libri più venduti in questo ultimo anno, l’opera di una giovane autrice, al suo esordio, che vive a Roma e, fatto estremamente singolare, che scrive in italiano.

          Il romanzo (Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, Torino, Einaudi, 2008)

 

 

 

 

è una vera e propria saga familiare, che racconta le vicende di quattro generazioni di donne, con l’attenzione rivolta, soprattutto, alla seconda, con la bellissima figura di Saba, la nonna della voce narrante, che negli ultimi capitoli chiaramente si identifica con l’autrice.

Senza particolari accentuazioni e al di fuori di ogni vuota retorica, è comunque la Storia (con la lettera maiuscola) dell’Albania intera a coniugarsi con quella della famiglia di Saba, una Storia a tutto campo, che parte dall’indipendenza del paese, all’inizio del Novecento, all’assunzione del potere da parte di re Zogu, per passare poi all’occupazione italiana, alla guerra e all’invasione tedesca, per poi chiudere con la guerra partigiana e la nascita dell’Albania comunista.

Una parte significativa del racconto è dedicata al periodo in cui dominante era il Partito di Hoxha, sempre più arroccato e chiuso in un’ipotetica ed antistorica purezza ideologica, che avrebbe spinto gli albanesi a rifiutare dapprima lo “scisma” jugoslavo, per schierarsi con Mosca, a sua volta accusata di revisionismo e sostituita dall’alleanza con la Cina di Mao. Infine il crollo del comunismo e la nuova Albania dei Berisha, delle “piramidi finanziarie” e dell’emigrazione.

          Dal punto di vista politico, l’autrice non manca di evidenziare l’incapacità del regime comunista a rompere con le più assurde tradizioni, che segnavano la società, specie per quanto attiene alla condizione delle donne.

E’ vero che la sua storia è ambientata in un isolato villaggio di montagna dell’interno del Paese, considerato quasi un mondo “altro” dagli stessi connazionali delle città, le quali, a loro volta, sembrano appartenere (specie la capitale) ad un altro pianeta.

Probabilmente nelle città la situazione era differente (non tanto comunque, pensiamo, perché l’Albania non annovera città cosmopolite, che, a parte Tirana e Valona, i centri urbani assomigliano più a dei grandi villaggi), certo è che la forza del passato e dei costumi fossilizzati nel tempo, era fortissima in quella piccola collettività di un oscuro villaggio di montagna, che, mal sopportando le “stravaganze” di una donna della famiglia di “nonna Saba”, l’accusa (ovviamente in modo anonimo) di tradire il marito. Non ci sono elementi a riprova di questa accusa; il marito è innamorato pazzo della moglie e non crede alle accuse, è un alto ufficiale dell’esercito (un colonnello), cioè un uomo di potere, ma cede e ripudia, addoloratissimo, la sua donna!

          Politicamente l’Albania si dichiarava un  Paese “fratello” di tutti, salvo poi manifestarsi, nei casi concreti, nell’atteggiamento dei suoi singoli funzionari, sostanzialmente razzista, come quando una giovane rimasta incinta di un studente sudanese (che viene immediatamente espulso), è segnata a dito, per aver avuto i proibitissimi rapporti sessuali prematrimoniali, con un uomo di colore.

          E’ un’ Albania in cui l’individualismo è combattuto e soffocato; c’è sempre un comitato che decide in merito al destino dei singoli, dall’assegnazione del lavoro o alla scuola (è il comitato che decide chi deve studiare e no). Le famiglie di coloro che hanno avuto caduti nella guerra partigiana sono, ovviamente, privilegiate, ma al di là dei meriti individuali dei singoli parenti. L’assegnazione acritica di posti di lavoro o di studio a una cerchia più o meno ristretta di persone, riduce la possibilità che la società migliori nel suo complesso, perché limita ad un’area ristretta la formazione della nuova classe dirigente. A questo si aggiunga il carico di odio che si accumulava, certamente, sugli esclusi, nei confronti del sistema e del Partito Comunista.

          Al di là delle dichiarazioni ufficiali, gli stranieri non sono ben visti (i sovietici, quando lasciano l’Albania, non lasciano molti rimpianti e la gente quasi festeggia quando vengono cacciati i cinesi) e ben poco si sa di quel che succede nel mondo esterno.

          Non si può dire, comunque, che il Partito Comunista non cerchi di muoversi nella direzione di un tentativo di cambiamento della struttura della società, specie per quanto concerne la donna, che, fermamente chiusa prima nella famiglia, esce di casa, entra nella produzione, nelle professioni, nella scuola. E’ un’evoluzione che si legge tra le righe, difficile da riconoscere e da evidenziare, colpiti come siamo dai singoli fatti, in cui vediamo il collettivismo schiacciare le aspirazioni di tanti singoli. Ed è per questo che l’autrice sente il bisogno di chiarire il suo pensiero, che è quello che sottintende la sua storia, quando in un’intervista su “Liberazione” del 29 agosto u.s. scrive che il “male comunista” in realtà aveva liberato la donna, che fino agli anni ’40 era schiava prima del padre e poi del marito, una donna che diventa, poi, “ forza della rivoluzione”.

          L’autrice queste cose le dice con chiarezza, concludendo con un giudizio assolutamente negativo  della nuova società albanese: 

 

                     … credo che oggi la donna albanese abbia fatto

                        un passo indietro. E’ entrato il mondo moderno,

                        ma portando con sé il peggio, non il meglio: ricchezze,

                        macchine, case lussuose, imprenditori. Hanno chiuso

                        fabbriche che aveva costruito il comunismo, per cui

                        le donne che lavorano oggi sono insegnanti o medici.

                        Il resto è chiuso dentro casa … L’Albania oggi è

                        effervescente, è rinata. Ma non deve buttare via

                        tutti quei valori che gli ha portato il comunismo,

                        perché non tutto era sbagliato. Qui … stanno aumentando

                         i divari tra poveri e ricchi … Non c’è tutela per le

                        categorie svantaggiate da parte dello Stato. Se diventi

                        ricco bene, per gli altri chi si è visto si è visto …

 

          L’Albania di nonna Sada è, finalmente, entrata “in questo nostro mondo libero”.

                   

 

 


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