23 febbraio 2008
Dario Ghelfi

TANGO E GLI ALTRI

Romanzo di una raffica, anzi tre

  

        

E’ scritta con la solita prosa lineare e chiara, quest’ultima avventura del maresciallo Sansovito, ambientata, come sempre, nelle montagne del bolognese (Loriano Macchiavelli – Francesco Guccini, Tango e gli altri. Romanzo di una raffica, anzi tre, Milano, Mondadori, 2007) e non poteva essere altrimenti, che il racconto si adegua, collima con il carattere antiretorico di quei montanari, di poche parole e di tanti silenzi. A questa prosa, i due coautori ci avevano già abituato con i precedenti “Macaoni”, “Un disco dei Platters” e “Questo sangue che impasta la terra”.

 

 

 

 

 

        

Siamo nel 1960 ed anche il paese dove Sansovito è stato maresciallo per anni sta cambiando; la guerra è ormai lontana e anche lì, seppur con moderazione, si sente quel miracolo economico che sta cambiando l’Italia.

Una lettera, che giunge dal passato, rimette in moto una sorta di indagine che il maresciallo, allora il partigiano “Salerno”, aveva avviato nel lontano 1944, su una brutta storia, che aveva visto finire fucilato dai suoi compagni, un ragazzo accusato di aver sterminato un’intera famiglia. Il comando partigiano non poteva permettersi di alienarsi le simpatie della popolazione, in quegli duri di resistenza sulle montagne e si era proceduto ad un processo rapido. Salerno-Sansovito, era stato incaricato dal suo comandante (di un’altra brigata) di indagare sui fatti, considerata la sua “provenienza” (“ … credo sia un po’ come coi preti. Semel abbas, sempres abbas. Una volta carabiniere, per sempre carabiniere”). Ma era arrivato tardi, quando il partigiano era già stato ucciso.

E’ un’indagine difficile, perché spinoso é l’argomento: “ … C’è gente in giro interessata per vari motivi, soprattutto politici, a denigrare quello che abbiamo fatto. La Resistenza, se non mi sono spiegato bene”. Un problema per i protagonisti della storia, ma anche per i due autori, a fronte dei tentativi di mettere sullo stesso piano chi ha combattuto ed è morto da una parte, con chi ha combattuto ed è morto dall’altra.

Il racconto si snoda su due piani temporali, quello dell’attualità della storia, il 1960 e quello del  tempo del delitto sulle montagne, il 1944. Presto convinto dell’innocenza del giovane partigiano, Salerno-Sansovito incomincia ad incontrare tutti i vecchi compagni della Resistenza, quasi tutti restii a rinvangare il lontano. Sansovito si muove tra mille difficoltà, aiutato anche dalla “compagna” Raffaella; gli avvenimenti si snodano lentamente, in tempi dilatati, segnati dalle pause che Sansovito si prende con regolarità, quando si ferma a riflettere con il suo immancabile sigaro ( “ … prende il pacchetto dei sigari dal cruscotto, va a sedere su un sasso, accende, fuma finalmente con lente e golose boccate e guarda giù verso il fiume …”).

Come di consueto non anticipiamo nulla delle vicende narrate e del finale ad effetto del romanzo. Vogliamo invece richiamare l’attenzione dei lettori sull’atmosfera in cui la storia si snoda.

Il soffermarsi sulle piccole gioie della vita: la cucina (nelle caserme dei carabinieri c ‘è sempre un militare “cuoco” e qualche volta è lo stesso Sansovito a cimentarsi nella preparazione di un piatto:

“ Taglia a fettine sottili una buona quantità di aglio, lo mette a soffriggere nell’olio toscano e subito il profumo si spande per la cucina. In attesa che l’aglio appassisca bene, apre una scatola di fagioli … Sua madre sarebbe inorridita. Lei usava fagioli secchi messi a bagno la sera precedente. Nessuna saprà mai che ha usato fagioli in scatola. Scioglie in un bicchier d’acqua un cucchiaio abbondante di concentrato, fa a spicchi alcuni pomodori appassiti, taglia a pezzetti la salsiccia e ne bucherella la pelle. Intanto l’aglio ha preso colore e Sansovito butta tutto nel tegame. “Per il tocco finale ci vorrebbe  il peperoncino …” ”,

il sigaro, naturalmente,

i ricordi di un tempo che è scomparso “Grandi finestre al piano terra e al primo piano e piccole asole  sotto lo sporto del tetto per dare aria alla soffitta, dove, su  ripiani di arelle, finivano di maturare le mele e si conservavano  i pomodori per un bel po’ dell’inverno”; “ … lo sgradevole  odore di minestrina in brodo che qui chiamavano matto …”

 l’amore di Sansovito per la sua professoressa, Raffaella, titolare nella locale scuola media: un insegnante ed un maresciallo come pubblici peccatori, ironizzano i due protagonisti, e anche la diffidenza dei paesani, dei montanari verso i carabinieri, che sempre hanno rappresentato in quei luoghi il potere.

Guccini e Macchiavelli mostrano ancora una volta come si possano scrivere grandi storie, anche in contesti problematici, con semplicità, senza indulgere nella retorica e senza lasciare spazio alle strumentalizzazioni.

 

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