Dario Ghelfi

intervento al convegno "I mille volti del romanzo" a cura dell'Associazione Italiana Cultura Classica, del Centrum Latinitatis Europae e della Società delle Lettere Scienze e Arti.

Verona 23 febbraio 2007

 

IL ROMANZO NEI PAESI EXTRAEUROPEI

 

Quando ero piccolo, alla scuola media (o forse anche alle elementari, non ricordo) praticavo con alcuni compagni un gioco “underground”, nascosto agli insegnanti, in classe. A turno ciascuno di noi individuava una città (in genere europea, ma anche di altrui continenti) su una delle carte murali che tappezzavano le mura dell’aula (ovviamente su quella più vicina alla fila dei nostri banchi, tale che ci permettesse di leggere, ma non avevamo problemi di lettura “a distanza”). Si assegnava un punto se l’altro individuava la città in un ragionevole lasso di tempo, altrimenti il punto era assegnato a chi la città l’aveva “proposta”.

         Dunque sin da allora il fascino della carta che ci faceva intravedere città e luoghi lontani e  che ci faceva sognare viaggi impossibili. Quei viaggi, invece da grande, diventarono possibili ed ancora oggi cerco disperatamente di farli ancora, mentre il nulla avanza inesorabilmente.

         Nel frattempo ero diventato anche un “gran lettore”, con una preferenza che si consolidava sempre più verso gli autori stranieri. C’è una ragione precisa in questa predilezione ed è  che quei romanzi mi piacevano, mi piacciono perché parlano di quei luoghi in cui quelle vicende svolgono e della storia di quei luoghi, di quei popoli, di quella gente. La storia e la geografia nella letteratura.

         E mi sono accorto che un romanzo ti dice molto, molto di più del tuo stesso viaggio, del tuo stesso andare in quei luoghi, o meglio del tuo “correre” in quei luoghi che sfilano davanti a te tanto veloci che ne ricevi l’impressione si assistere ad un film dalla proiezione accelerata, con i fotogrammi che si accavallano, con un ritmo che non riesci ad afferrare e ti sfugge il senso di ciò che vedi.

         D’altra parte i nostri viaggi (naturalmente parliamo di viaggi veri e non di cordate di individui che vengono spostate dalle guide di luogo in luogo; oggi è martedì per cui dobbiamo essere ad Amsterdam e no a Parigi, diceva più o meno un attore in un celeberrimo film di Tati) non possono essere che veloci, perché molte sono le cose da vedere, perché l’area che vogliamo visitare è troppo ampia (è possibile “un” viaggio in Cina o in India, Paesi continenti con una storia che riempe intere biblioteche), perché possiamo cogliere solo la superficie e lungo percorsi predeterminati (chi va in Perù passa per Lima, Ayacucho e Cusco).

         Chi scrive non può prescindere dal tempo e dallo spazio e, al di là della vicenda raccontata in se stessa, ci immerge nella quotidianità del Paese (merito questo che è stato attribuito dai critici in particolare al giallo al noir). Sono stato in Cina, ma il terribile problema della casa in quel Paese lo cogli in un romanzo uscito da non molto nel nostro Paese, perché l’autore non più che far muovere i suoi personaggi nella realtà di quella società in cui sono inseriti. Quando poi l’autore non ci presenti direttamente la sua narrazione inserita in un particolare momento, periodo storico.

 

         Ed ora ci accingiamo a presentare, in rapida successione, una serie di autori che, nonostante l’interesse per la letteratura dei loro Paesi si sia notevolmente consolidato in questi ultimi tempi, sono ancora poco conosciuti al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori o dei “lettori forti”.

 

         Autori di Paesi extraeuropei con esclusione degli Stati Uniti, per la semplice ragione che si tratta di un argomento che da solo offrirebbe materiale per non per una, ma per numerose conferenze, ed anche per il fatto che la letteratura statunitense è conosciutissima nel nostro Paese.

 

         Partiamo, così dalla Cina; dalla nuova Cina che si fa protagonista nello scacchiere internazionale, uno dei primi autori ad essere conosciuto nel nostro Paese è stato Acheng , con la sua famosa trilogia dei “re”, edita da Theoria: Acheng, Il re degli scacchi, pubblicato nel 1984, in Cina, e nel 1989 in Italia;  Il re degli alberi ed Il re dei bambini. Il periodo preso in considerazione è quello sconvolgente e drammatico della Rivoluzione culturale, con i suoi personaggi erranti, per campagne e monti di quell’immenso Paese.

 

 

Alcuni anni dopo ecco l’epopea descritta da Mo Yan, Sorgo rosso, di nuovo per i tipi di Theoria. E’ del 1988, tradotto in italiano nel 1994. Un affresco della storia della Cina dagli anni ‘30 agli anni ‘70: guerra, fame, amore, passione.

 

 

Poi Jung Chang, Cigni selvatici, Longanesi, del 1991, tradotto nel 1994,che  riprende il tema della storia della Cina attraverso tre figure eccezionali di donne.

 

 

Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese, uscito in Francia, dove l’autore vive, nel 2001, e´una drammatica storia ambientata al tempo della Rivoluzione Culturale quando milioni di studenti (“i giovani intellettuali”) furono mandati in campagna ad essere rieducati dai contadini poveri. Qui la campagna è una montagna, lontana cento chilometri dal centro abitato più vicino. Ma e´ anche una storia delicata che ruota attorno ai  libri di Balzac, metafora della vita che continua nel ricordo e nella bellezza.

 

 

 

Tra gli ultimi romanzi ricordiamo Yan Lianke, Servire il popolo, Torino, Einaudi, 2006. Pubblicato nel 2005 (e questo ci dà l’idea come oggi la trasposizione dalla Cina all’Occidente sia rapida) è una storia (che si dice sia stata  censurata dal partito Comunista Cinese come pornografico) di che si connota come un irriverente approccio ai testi sacri del maoismo, per il tramite dell’erotismo. La novella non è tanto pornografica quanto parodistica; le massime di Mao (ci sono parecchie citazioni del “Grande Timoniere”) sono stravolte, in un attacco alla burocrazia del Partito, per cui “Servire il popolo” è, per un giovane ed aitante soldato, dapprima offrire i propri servizi come attendente al comandante militare, poi avere una serie di prolungati rapporti sessuali con sua moglie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma adesso ci fermiamo su “La misteriosa morte della compagna Guan”, di Qiu Xiaolong, edito da Marsilio, nel 2002, che ha come protagonista un singolare ispettore capo, Chen Cao, responsabile della squadra casi speciali, divisione omicidi, del Dipartimento di polizia della città di Shanghai. La letteratura, cosiddetta “gialla” è in prima linea nel mostrarci gli aspetti della vita quotidiana, perché gli investigatori, in ragione della loro attività, non possono fare a meno di muoversi tra la folla, entrare nelle case, frequentare uffici e locali e via dicendo.

         Chen Cao è un poliziotto e contemporaneamente un poeta, i cui versi, pubblicati anche in giornali non specialistici, incontrano successo, diventando un tramite di lodi ed apprezzamenti per il loro autore, anche nel settore professionale, della polizia, e del Partito Comunista. Perché del Partito Comunista Chen Cao è un iscritto, di per sé fedele, convinto comunque che la verità debba comunque emergere, anche se dovesse portare alla rovina membri di quello stesso Partito. Il problema è quello di individuare quelli che sono gli interessi del Partito, bene superiore che è illecito porre in discussione, che potrebbero essere toccati (o no?) dal coinvolgimento di suoi membri influenti, o di figli della nomenclatura.

         Ed è qui che l’autore coglie la prima contraddizione nel vertiginoso mutamento in atto nella società cinese; i figli dei quadri dirigenti, i figli dei Gao Gan, vera e propria nuova classe, ferocemente odiata dal resto della popolazione. Poiché i sospetti, in merito all’uccisione della compagna Guan, cadono su un figlio di un quadro, la questione rimane centrale in tutta la storia, che si snoda per più di cinquecento pagine. Alcuni elementi di questo magma confuso e tormentato si stagliano con chiarezza:

1.     l’ossessionante problema degli alloggi, spesso il premio più ambito per una carriera fulminante. Quello che manca nelle città è lo spazio, una carenza che uccide il privato e che diventa ossessione quotidiana: camere-appartamento, corridoi in comune dove si e´ costretti ad istallare le proprie cucine individuali, ecc.;

2.     il ricordo, altrettanto ossessivo, della rivoluzione culturale, attraverso la quale sono passati praticamente tutti i personaggi che compaiono nella storia;

3.     il patetico “tramonto” dei vecchi quadri anziani, che cercano disperatamente di mantenere potere o funzioni;

4.     il crollo delle figure dei “lavoratori” modello, perno della propaganda del Partito, che si mostrano, come nel caso della lavoratrice modello Guan (la vittima, attorno alla quale ruota tutta la storia), nella loro ambivalenza esistenziale, vittime di un sistema che intendeva controllare, anche nei più insignificanti dettagli, la vita privata delle persone, interferendo, nel caso dei militanti nelle loro scelte di vita (il matrimonio),

5.     le contraddizioni esplosive di un periodo storico, in cui il nuovo convive con il vecchio (nello specifico della “nostra” storia le indagini dirette contro un figlio di Gao Gan, potevano erano interpretate anche come un attacco ai vecchi quadri), a fronte di un nuovo che tutto sembra travolgere; l’attrattiva del sesso (la compagna, lavoratrice modello, che nessuno ha mai visto con un uomo, è l’amante di un figlio di Gao Gan e, come tante altre ragazze, si fa  fotografare nuda ed in pose oscene), a fronte del vecchio moralismo, che ancora sancisce che le camere matrimoniali, negli alberghi, possono essere prese solo dalle coppie regolarmente sposate.

 

 

 

 

 

 

 

Per il Giappone, in Italia, è notissima Banana Yoshimoto, Kitchen, Feltrinelli, la scrittrice giapponese che ha superato la barriera tra letteratura colta e letteratura di massa, con quel suo stile assai vicino ai “manga” (fumetti); conosciuto e´ anche

Yukio Mishima, Neve di primavera, Bompiani, un romanzo che ci aiuta ad entrare nel mondo di un Giappone dove modernità e rito, tradizione e religione determinano in un gioco sottile l’esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

         Ma ci fermiamo su alcune novita´:La “graphic novel” a fumetti giapponese, una sorta di romanzo a fumetti. Ozamu Tezuka “I tre Adolf!”, Milano, Hazard, 1998; Jiro Taniguchi – Natsuo Sekikawa, Ai tempi di Bocchan, Bologna, Coconino Press

 

I tre Adolf

Si tratta di una vera e propria saga, una sorta di epopea, che ruota attorno ad alcuni personaggi principali e ad una selva di figure di secondo piano (in genere “cattivissime”) e ad un tema centrale; è un  racconto che regge per più di mille tavole, che si rinnova  pagina per pagina, con un susseguirsi incalzante di colpi di scena, sullo sfondo della Seconda Guerra mondiale.

A tenere le file di tutta la storia è un giornalista giapponese, Toge che è a Berlino, per le Olimpiadi del 1936 e lì incrocia l’assassinio del fratello, ucciso perché era venuto in possesso di documenti che provano che Hitler (uno dei tre Adolf della storia) è di origini ebraiche. Di qui parte tutto, con i documenti che passano di mano in mano e con gli agenti tedeschi che  vogliono assolutamente impadronirsene, perché la notizia potrebbe distruggere, con Hitler, il partito nazista. E’ una caccia che si svolge su due continenti, senza esclusione di colpi, in Germania, nell’Europa occupata ed in un Giappone, che si sta lanciando verso la conquista dell’Asia. Con il “nostro” Toge ed i suoi amici che ne passano di tutti i colori, tra violenze e torture, perseguitati dai nazisti e dai giapponesi alla caccia di sovversivi e di comunisti. Personaggi che, in un modo o nell’altro, sono tutti destinati, salvo Toge, a finire tragicamente, un sorta di olocausto individuale e generale.

Se il primo Adolf è Hitler, il secondo è Adolf Kamil, figlio di un ebreo che vive in Giappone (dove si è stabilita una forte comunità israelita), mentre il terzo è Adolf Kaufmann, figlio del console tedesco di Kobe e di una donna giapponese.  Kaufmann e Kamil, all’inizio, da bambini sono amici inseparabili, poi le loro strade si divideranno; Kaufmann verrà mandato a studiare a Berlino, diventerà il beniamino di Hitler ed un feroce persecutore di ebrei . Dichiaratamente antinazista (ci sono tavole crudissime che descrivono gli orrori delle azioni dei nazisti), Tezuka, l´autore, si oppone decisamente anche al militarismo del suo Paese, il Giappone, e sono veramente eccezionali le tavole che condannano la barbarie bellicista del suo esercito; poi la vicenda, che preso l’avvio nel 1936, si concluderà nei deserti della Palestina, laddove assistiamo all’ultimo e definitivo scontro tra i due Adolf superstiti, che si trovano a combattere nella guerra di indipendenza di Israele, Kaufmann dalla parte degli arabi e Kamil dalla parte degli ebrei.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ai tempi di Bocchan

E´tutto sommato una sorta di storia della letteratura giapponese su uno sfondo politico-militare. E cosi´ si racconta dell’affermazione del capitalismo giapponese che … dopo quarant’anni dall’inizio dell’epoca Meiji, concluse il suo stadio iniziale. Ne sono prova l’apparizione di un’elite di potere e l’emancipazione della donna”. E le manifestazioni degli anarchici, che parlano alla folla di ”consorzi monopolistici.

Tutto il racconto ruota attorno alla figura principale di un complotto contro la famiglia imperiale, ma quello che ci colpisce, ora, è scoprire come nel Giappone dell’inizio del Novecento si muovessero anarchici e socialisti. Un “romanzo a fumetti” da cui impariamo cose sul Giappone che nemmeno immaginavamo: quella che emerge è la storia di un Paese in cui l’ansia per il progresso tecnico si combina continuamente con una repressione che trova la sua legittimazione nella venerazione dell’Imperatore.

 

 

 

 

Natsuo Kirino, Le quattro casalinghe di Tokio, ci porta, invece, ad un Giappone modernissimo, con tanto di immigrati (uno dei personaggi di contorno proviene dal Brasile) e con un gruppo di donne che arrivano a risolvere i loro problemi economici in modo stupefacente. Più che casalinghe si tratta di operaie che lavorano nei turni di notte in uno stabilimento che prepara colazioni preconfezionate ed che hanno ben poco delle casalinghe: Masako é la protagonista principale e tre le donne che saranno coinvolte nella sua vicenda. Yoshie, Kuniko ed Yayoi.

La tecnica dell’autrice e´ ammirevole, tanto da riuscire a raccontarci con “naturalezza” quel particolare tipo di “lavoro”, cui si dedicheranno le prime due delle donne che abbiamo citato: smaltiscono cadaveri, facendoli a pezzi e dopo un primo esperimento determinato da una situazione contingente, la cosa assumerà l´aspetto di una vera e propria iniziativa imprenditoriale al servizio di terzi, su commissione, a pagamento. Nonostante l´argomento il libro e´ gradevolissimo e si legge tutto di un fiato. Ciò che importa e´ anche che ci fornisce indizi sulla vita del Giappone, che rompono con lo stereotipo del Paese ricco, presentandoci tutta una serie di personaggi, la cui vita è segnata dall’indigenza e dalla precarietà.

 

 

 

Dal Giappone all’America Latina.

 

Non si può dire che la lettura di questo subcontinente non sia conosciuta in Italia. Ci permettiamo di procedere citando una serie di autori notissimi (con uno dei loro romanzi più noto) per fermarci su alcune novità. Incominciamo con le citazioni.

Jorge Luis Borges, Finzioni, Einaudi. Uno dei capolavori del grande argentino, massimo esempio di apologo filosofico, di prodigio di poesia, di invenzione letteraria;

 

 

 

 

Augusto Roa Bastos, Figlio di uomo, Feltrinelli. Scritto nel 1960, uscito in Italia negli anni ’70, racconta della guerra sanguinosa del Chaco, nella quale il Paraguay si trovò a combattere contro la Bolivia per il petrolio di quella regione arida. Cronaca e leggenda e sullo sfondo la cultura degli indiani Guarani.

 

 

 

 

Isabel Allende, La casa degli spiriti, Feltrinelli  La saga di una grande famiglia, che attraversa la storia del Cile, fino al tragico colpo di Pinochet.

 

 

 

Manuel Scorza, Rulli di tamburo per Rancas, Feltrinelli. La cronaca della lotta dei “comuneros” peruviani in lotta, tra il 1950 ed il 1962, contro la multinazionale Cerro de Pasco Corporation. Un’epopea indigena, come tale riconosciuta dagli indios peruviani.

 

 

Mario Vargas Llosa, Conversazione nella Cattedrale, Rizzoli. L’opera “magna” del più grande scrittore peruviano, una conversazione infinita che diventa una galleria di ritratti, in un Perù frustrato dalla dittatura militare.

 

 

 

Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, Editori Riuniti. Il grande cantore della storia del popolo brasiliano, tra violenze, vecchi latifondisti, borghesia in ascesa, sullo sfondo delle grandi immense piantagioni di caffé. I suoi personaggi, le sue donne, le grandi passioni.

 

 

 

 

 

Gabriel Garcia Marquez, Cednt’anni di solitudine, Feltrinelli. Del 1967, il più grande avvenimento della letteratura latinoamericana di quegli anni.

 

 

 

Francisco Coloane, Capo Horn, Guanda. Un romanzo geografico, una serie di racconti che sullo sfondo  di quel luogo magico in cui due oceani si incontrano tracciano il ritratto di uomini che si muovono nella solitudine dei luoghi e delle loro anime.

 

 

 

Leonardo Padura Fuentes, Paesaggio d’autunno, Marco Tropea. L’irrompere della letteratura cubana. Uno scombinato detective alle prese con un delitto particolare, in una Cuba coinvolgente, che attende un ciclone.

 

 

 

Angeles Ristretta, Male d’amore, Feltrinelli. Una passione amorosa , un viaggio attraverso il Messico e la rivoluzione messicana.

 

 

 

 

 

 

Fernando  Morais, Olga. Vita di un’ebrea comunista, Milano, il Saggiatore, 2005.

         L’autore nella prefazione scrive che poco e nulla su Olga Benario Prestes si trova in Brasile, anche nella storiografia del movimento operaio di quel Paese, probabilmente a causa del fatto di essere stata, Olga, di Luis Carlos Prestes (il mitico ufficiale rivoluzionario, segretario del Partito Comunista Brasiliano), la moglie e in quanto tale importante sì, ma subordinata (anche se nell’epilogo si legge che in varie città brasiliane ci sono “strade, piazze e scuole che portano il suo nome”). Di contro, apprendiamo che nella Repubblica Democratica Tedesca, dove l’autore si era recato  per le sue ricerche, Olga era considerata una sorta di eroina nazionale, ed era “ricordata con affetto dai comunisti della sua terra” (e sarebbe interessante sapere, ora, che cosa è rimasto di quell’affetto e delle decine di scuole e di fabbriche che portavano il suo nome, nei lander orientali dell’unita Repubblica Federale).

 

 

 

 

 

 

         Quello che è certo è che Olga è stata un personaggio affascinante, capace di incutere soggezione persino alla polizia di Vargas, che l’aveva catturata assieme al marito, a Prestes, dopo il fallito tentativo insurrezionale  del 1935. Giovane e bella figlia di un noto avvocato ebreo e socialdemocratico, Olga, di cui, continuamente si insiste, nel libro, sulla connotazione dell’avvenenza, si era affacciata alla storia, quando l’11 aprile del 1928, giovanissima (era nata nel 1908), alla guida di un commando di altrettanto giovani comunisti, aveva liberato Otto Braun, un già famoso militante comunista, che poco prima era diventato il suo fidanzato. L’azione la getta immediatamente alla ribalta  e segnerà il suo destino. Fuggirà a Mosca, dove diventerà membro del Comitato Centrale della Gioventù Comunista Internazionale. Ed a Mosca si è rifugiato Carlos Luis Prestes, un ufficiale ribelle brasiliano, che era stato il comandante di una sorta di “lunga marcia” in versione sudamericana, quando aveva guidato la “Coluna Invicta”, una colonna di militari e civili che aveva percorso quasi 25.000 chilometri in territorio brasiliano, senza conoscere sconfitta e che si era sciolta in Bolivia. Olga, ebrea, comunista e donna affascinante (i compagni della gioventù comunista berlinese dovevano essere tutti segretamente innamorati di  lei), non tarda a subire il fascino del “Cavaliere della Speranza”; lo accompagna, per incarico del Partito nel viaggio verso il Brasile, come finta moglie, ma ben presto la copertura salta ed il viaggio verso Rio de Janeiro diventa una sorta di luna di miele militante, tra discussioni politiche e passione amorosa. Per tante strade, i migliori uomini del Comintern affluiscono in Brasile, dove la rivolta finirà nel nascere, trascinando nel suo fallimento la cattura di praticamente tutti i rivoluzionari stranieri e la feroce repressione del regime filofascista di Vargas. Se il prestigio di Prestes ed il fascino di Olga li preserveranno dalle violenze, la stessa cosa non capiterà ai loro compagni, sottoposti a brutali ed orripilanti torture. Nel frattempo Olga aspetta un figlio da Prestes ed in tutto il mondo le forze democratiche si impegnano perché il Brasile non addivenga ad espellere in Germania Olga Benario che è anche diventata legittima moglie di un cittadino brasiliano. La mobilitazione fallisce ed Olga viene imbarcata su un mercantile tedesco (nessuna altra nave sarebbe stata “sicura”) che la sbarca, dopo un viaggio senza scali intermedi (per timore dei portuali), nella Germania nazista. In prigione Olga darà alla luce una bambina che, grazie alla lotta della madre e della sorella di Prestes, sarà consegnata alla nonna. Nulla da fare per Olga, che morirà in un campo di sterminio.

 

 

 

 

 

 

 

Paco Ignacio Taibo II, Ritornano le ombre, Marco Troppa Un gioco tra personaggi reali e fittizi, romanzo storico e d’avventura, imprevisti e follia in un classico del grande scrittore ispano-messicano (autore della celebre biografia del “Che”.

 

 

Luis Sepulveda, Patagonia Express, Guanda. La magia del Sud del mondo che si specchia in una serie di personaggi indimenticabili, usciti dalla penna del grande scrittore cileno, compagno d’avventura di Salvador Allende.

 

 

 

Marcela Serrano, Noi che ci vogliamo così bene, Feltrinelli. Ancora il Cile sullo sfondo, nel passaggio dalla dittatura alla democrazia e la storia di quattro donne, sulla scia di quei grandi personaggi femminili cui ci ha abituato Isabel Allende.

 

 

 

Pedro Juan Gutierrez, Trilogia sporca dell’Avana, e/o. Altro esponente della nuova e vivace letteratura cubana, un autore che riassume in sé il classico stereotipo dello scrittore che ha esercitato tutti i mestieri prima di scrivere. Il suo personaggio si muove in una Cuba povera, strangolata dal blocco; il romanzo è la cronaca delle sue avventure quotidiane, in un caleidoscopio di avventure erotiche.

 

 

 

Laura Rastremo, L´oscura sposa

Accanto all’enigmatica protagonista del romanzo,  una ragazzina che sceglie volontariamente di fare la prostituta, come il nome di Sayonara (immagine di un paese lontano e sconosciuto come il Giappone), c’è la Columbia del Magdalena, un tranquillo fiume che con indifferenza porta con sé i morti di una qualche strage avvenuta un po’ a monte. E´ la Colombia del Sacro Cuore di Gesù, la Colombia della violenza che intuiamo e non vediamo e che esplode verso la fine del libro, con lo sciopero del riso, contro una multinazionale che sfrutta ferocemente i suoi lavoratori. E’ straordinario come, nelle narrazioni sudamericane, si dipinga il mondo delle prostitute, con una lingua che non perde di crudezza nell’avvicinarle (torna con frequenza il termine “troie”), mentre, contemporaneamente si solidarizza con loro, donne del popolo, che sembrano aver scelto di alleviare con il loro corpo le miserie degli uomini che le circondano. Povere e derelitte, accolgono, ad ogni giorno di paga i petroleros, i ”pelosi”, come li chiamano, cui mostreranno la loro solidarietà al momento del grande sciopero. E’ un romanzo-ricerca che giunge al suo punto di non ritorno con lo sciopero del riso, che partirà, quasi per caso, con il lancio di una palla di riso contro il ritratto di uno dei padroni della Troco (Tropical Oil Company).

 

 

Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle

Gioconda Belli aveva 31 anni, quando  il 18 e 19 luglio 1979, cadeva la quarantennale dittatura dei Somoza, in Nicaragua. Figlia dell’alta borghesia managuense, Gioconda Belli, scopre la sua vena ribellista, dopo un matrimonio precoce e fallito, aderendo così, giovanissima, alla rivoluzione sandinista. Il libro è un’autobiografia in cui l’autrice racconta  la sua, che è una storia di due donne: “ … Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne … Penso di avere ottenuto, alla fine, che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle …”.

         Questa dicotomia esistenziale trova il suo specchio anche nella struttura del libro, che procede per piani temporali paralleli, nel senso che i capitoli della vita dell’autrice non si snodano in serie cronologica dai primi agli ultimi anni, comparendo, invece, su due line, che si intrecciano, sul filo di continui rimandi e di rientri. E all’interno di tutti questi capitoli, la storia politica, la storia della rivoluzione sandinista, si intreccia con la storia sentimentale dell’autrice, che nel frattempo genera tre figli, si sposa più volte, si innamora di più uomini (da un comandante sandinista che cade in combattimento ad un giornalista americano, con il quale andrà poi a vivere negli Stati Uniti), vive come rivoluzionaria, come artista, come funzionaria del nuovo governo rivoluzionario. E’ la storia di una donna che amato, che si è innamorata di uomini che, insieme a lei, si battevano per il suo Paese e che ha incontrato anche alcuni tra i grandi del suo tempo: Fidel Castro, il generale panamense Torrijos (che cerca di sedurla) e Daniel Ortega: “ … Al tavolo vicino pranzano gli Ortega. Daniel Ortega mi guardava sottecchi lanciandomi strani sguardi invitanti … ”.

 

 

 

 

        

E passiamo al grande continente asiatico

 

Ne "Il dio delle piccole cose", Arundhati Roy, ci racconta la storia di Ammu e dei suoi due figli e di Velutha, il Paravan, il paria, dipingendoci contestualmente il quadro di un’India della fine degli anni sessanta che, al di là dei rituali democratici ereditati dal dominio inglese e dal marxismo, non riesce a liberarsi dalle convenzioni sociali. Le vicende si svolgono nel Kerala, lo stato indiano del sud ovest, dove per primi arrivarono i colonizzatori europei (i portoghesi, alla fine del quindicesimo secolo), dove ci sono considerevoli minoranze cristiane e dove molto forte era ed è il movimento comunista (prima rappresentato da uno, poi da due partiti). Quando leggevamo delle elezioni nel Kerala, in quegli anni, noi della sinistra marxista eravamo piacevolmente stupiti del fatto che in un grande Paese come l’India (tra l’altro governata da un Partito del Congresso i cui leader avevano ottimi rapporti con l’U.R.S.S.) il Partito Comunista andasse addirittura al governo, sia pure in uno Stato periferico. Da Arundhati abbiamo appreso (dopo tanti anni) che tutto questo aveva ben poca influenza nella vita quotidiana della gente e che gli stessi alti dirigenti del Partito non avevano, al di là di quella retorica di facciata che era tipica del "socialismo reale", atteggiamenti diversi dagli altri nei confronti del problema delle caste. In alcune pagine magistrali leggiamo che lo stesso segretario del Partito comprende la posizione di sua moglie, che non avrebbe mai fatto entrare in casa sua un "intoccabile") e che non si schiera certamente dalla parte di Velutha, il Paravan, quello stesso paria che ama, di nascosto, di notte, la bellissima Ammu.

 

 

 

 

Norma Khouri, L’Amore ucciso, Mondatori La storia di un amore proibito tra una giovane araba e un cristiano, in una Giordania in bilico tra modernità e tradizione. L’uccisione della ragazza, ad opera del padre, è risultata un’invenzione letteraria, ma vero è il ritratto della condizione femminile nei Paesi arabi. Una storia che rimanda all’uccisione, in Italia, da parte del padre, di una giovane pakistana.,

 

 

 

 

 Bapsi Sidhwa La spartizione del cuore, Neri Pozza. Un nugolo di personaggi stupendamente tracciati in un’India che si sta spezzando in due, tra indù e musulmani, tra India, appunto, e Pakistan.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bapsi Sidhwa, La sposa pakistana

Il titolo è abbastanza fuorviante, perché la drammatica vicenda del matrimonio della giovane Zaiton ("la sposa"), non occupa che l’ultima parte del libro, che, attraverso la storia particolare di Qasim, un pashtun delle montagne della N.W.F.P. (North West Frontier Provincies), lascia intravedere quella più ampia del Pakistan. Il libro inizia con la fuga di Qasim, da Jallandur verso Lahore, quando, la divisione, dal giorno alla notte, nel 1947, in due parti del Punjab determinò lo spostamento di centinaia di migliaia (di milioni di persone, in tutta l´India), in fuga verso i territori indiani o verso lo stato musulmano del Pakistan. Qasim fugge (non dopo aver tranquillamente assassinato un impiegato della ditta presso la quale lavorava, colpevole di averlo offeso), scampa al massacro che i Sikh tendono al treno che lo trasporta e prende con sé una bimba, Zaiton, i cui genitori sono stati invece uccisi. Zaiton cresce come sua figlia e nonostante le dure condizioni di vita, ha una fanciullezza ed un’adolescenza serena, anche se i guai incominciano a preannunciarsi (come sempre accade per il genere femminile nei paesi islamici) con l’arrivo delle mestruazioni. Nel libro si racconta della dura vita nei campi di raccolta dei profughi dell’India, ma l’esistenza scorre, nonostante tutto, nella normalità, finché un giorno Qasim promette in moglie la propria figlia adottiva, ad un influente figlio di un capo di un clan delle montagne. Zaiton, è dapprima quasi affascinata dal fatto di andarsene a vivere in quelle montagne di cui tanto le ha parlato il padre, mentre la vecchia amica scongiura Qasim di non lasciare la giovane figlia in balia dei selvaggi della montagna, da cui, teme, la ragazza non uscirà viva. Ma c’è in ballo l’onore e per questo Qasim è anche disposto ad uccidere la figlia adottiva, che ha tanto amato, piuttosto che venir meno alla parola data. E così Zaiton, che è assolutamente inesperta dal punto di vista sessuale, va in sposa al giovane Sakhi. Lahore, la pianura e Qasim scompaiono, per far posto alle montagne, vere e proprie protagoniste della storia, assieme ai loro rudi abitanti. Sakhi, il marito, nasconde la sua debolezza con una violenza inaudita nei confronti della moglie e considera alla stregua del tradimento anche il fatto che la giovane sposa osservi dalla cima di un dirupo i camion che in lontananza si arrampicano sull’Himalaya Higway. Nel racconto si inserisce, poi, la storia d’amore e di passione che travolge una giovane americana, Carol (moglie di un tecnico pakistano) con il Maggiore Mushtaq, che comanda un avamposto nello Swat kohistano, ai confini con la N.W.F.P. Anche questo è un amore che vede perdente la donna, già infatuata della civiltà orientale e poi delusa dall’atteggiamento, prima, del marito e poi dell’amante. Poi, le ultime drammatiche pagine che raccontano la disperata fuga di Zaiton verso l’avamposto dei militari, mentre tutto il clan del marito (la sua fuga è un’offesa non solo per il marito ma per tutti) le dà la caccia.

 

 

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran

Attraverso le lezioni dell’autrice, che è stata docente all’Università di Teheran, alla facoltà di Lingue e Letterature Persiane e Straniere, ripercorriamo la storia della “rivoluzione islamica”, dalla caduta dello Scià alla realizzazione della più totalizzante ed antistorica dittatura dei tempi moderni. Il libro inizia con Azar che, dopo aver rinunciato all’insegnamento universitario, perché rifiuta di portare il velo all’Università (velo che è costretta comunque ad indossare nella vita quotidiana, nelle strade, nei luoghi pubblici, in “drogheria”, laddove l’autrice afferma con forza che l’Università non è una “drogheria”), organizza un seminario, con un gruppo scelto di giovani studentesse, sulla letteratura anglosassone.

         Il seminario, che è un’occasione per aprire il sipario della vita privata della docente e delle sue allieve, diventa lo strumento per raccontare, attraverso l’analisi letteraria, la storia dell’Iran dal 1979 e per analizzarne la società, al tempo della repubblica islamica.

         Ed ecco i momenti che scandiscono la rappresentazione di Azar:

1.     il nero contro i colori. Lo choc che l’autrice provava tutte le volte che al seminario, a casa sua, le studentesse si toglievano il velo e la veste “per diventare di botto a colori”, i foulard colorati, nei momenti di alleggerimento della repressione;

2.     la morte contro la vita, che si coniuga con l’immobilità contro il movimento, il silenzio contro il rumore, il dolore contro il piacere. E’ lo slogan di Khomeini, secondo cui la Repubblica islamica sopravviveva grazie ai suoi lutti, è la strana simbiosi tra la rivoluzione e la morte, che Azar ricorda, quando morì l’ayatollah Teleghani

3.     la donna come vittima sacrificale, con un’ossessione antifemminista e antisessista che raggiunge il paradosso (si può mangiare un pollo, con cui si è fatto sesso? lasciar scorgere una ciocca di capelli dal foulard é equiparabile a lasciar intravedere il pube?). La realtà è quella di una sorvegliante che sfrega il volto di una docente universitaria per toglierle il trucco che non si è messo; è quella delle ragazze che sono  ispezionate, a scuola, dal Preside e dal professore di moralità, e costrette a mostrare le unghie e le ciglia (“ … erano troppo lunghe e si sospettava che usasse il mascara …”); è quella delle ragazze che sono riprese perché sorprese a mordere mele “in modo troppo provocante”.

         Quello che avviene nella Repubblica islamica è, per taluni, un furto del passato, tanto da vedersi trasformati in esuli nel proprio Paese, cui si contrappone, per altri, i giovani, il vuoto dei desideri irrealizzati, in un contesto di vera e propria deprivazione sensoriale (Mitra, una studentessa di Azar, è sconvolta quando, per la prima volta, a Damasco, cammina, in maglietta e jeans, mano nella mano, con il suo ragazzo).

Da punto di vista più prettamente politico assistiamo al tragico, cieco, ineluttabile muoversi del movimento marxista (ed in particolare del Partito Comunista) verso il suicidio istituzionale e la morte fisica dei suoi membri, quando non oppone alcuna resistenza alla cancellazione dei diritti individuali ed alle azioni dell’integralismo islamico avverso le donne e quelli che definisce “liberali”. Le appoggia, invece, nell’assurda convinzione che la difesa dei primi e l’ostilità all’obbligatorietà del chador, siano battaglie di retroguardia, in difesa di privilegi borghesi, che minano quello che dovrebbe essere un comune fronte anti-imperialista ed antiamericano. E così i laici, gli uomini di sinistra, i comunisti (che dominavano nelle università) entreranno nel numero dei “cani rabbiosi” da eliminare, con il governo che armerà, contro di loro, squadracce armate di quegli operai che avevano tanto mitizzano. E si vedranno madri, alla televisione, che spiegano ai figli marxisti che meritano di morire, perché hanno tradito la rivoluzione, ottenendo da quelli un contrito assenso, e le foto dei giustiziati sui giornali, e ci saranno i processi spettacolo, con gli imputati “impazienti” di denunciare le loro azioni passate, con i parenti che si congratulano con i congiunti più stretti per l’esecuzione di figli e nuore, e sapremo di ragazze già vergini, giustiziate dopo essere state unite in matrimoni temporanei e deflorate dai loro aguzzini . Significative sono, infine, le pagine che Azar dedica alla guerra, che il regime sfrutta per la sua “guerra santa” contro il nemico interno: chi non era per il regime era antipatriottico, filoirakeno, traditore, da giustiziare.

 

 

 

 

Rani Manica, Madre del riso

Il quadro si apre sulla fanciullezza spensierata della protagonista, in una Ceylon magica, anche se sullo sfondo si staglia, immediatamente, il segno della sconfitta femminile, quella di sua madre, che era fuggita di casa (da una ricca famiglia) per sposare l’uomo che amava, di condizione sociale inferiore. Si sarebbe trovata, però, con un marito inefficiente, alcoolizzato ed autoritario (proibisce alla moglie di incontrare i propri familiari). Un evento, quello di sposare l’uomo che si ama, che non rivedremo più nel libro, perché in tutto il corso di una saga familiare che si snoda per quasi tutto il Novecento, i matrimoni sono sempre combinati, costruiti da genitori o parenti.

La prima parte del volume è segnata dai momenti che sono topici di tutte queste storie. Il primo coincide con l’avvenimento più drammatico che abbiamo capito aver segnato (e segnare tutt’ora, in un momento storico in cui in tutto il sud del mondo i costumi “retrocedono”, a sfavore delle donne) la vita di milioni e milioni di giovani adolescenti: le mestruazioni. Non sono passati che pochi giorni da quel fatto, che la protagonista del nostro racconto piomba al centro di un interesse spasmodico: ora è una donna da sposare. Verrà ceduta ad un maturo “acquirente” (che si era finto ricco) e di fronte al quale, ricorda la ragazza, la sua adolescenza era fuggita inorridita.

Come da rituale e in contemporaneità al primo, il secondo evento topico: la famiglia come vero e proprio ostacolo ad ogni discorso di emancipazione femminile: la madre che organizza il matrimonio per la figlia adolescente, una matrigna che vende la figliastra di otto anni ad un mercante e via dicendo. Con le correlate prime esperienze sessuali di queste “vittime” giovanissime, che raccontano, della prima notte di nozze, di sangue mischiato a sperma, e di corse verso quello che sembra l’ineluttabile rito liberatorio: un bagno purificatore.

Terzo elemento topico: la verginità, che va tutelata e difesa, in quanto valore e risorsa per un futuro buon matrimonio (e di qui il terrore dello stupro).

Poi a Ceylon subentra la penisola malese, che farà da sfondo alle vicende di Lakshmi, dei suoi figli e figlie, dei suoi nipoti. Un affresco dipinto con un linguaggio elegante, che scivola leggero, sia che descriva la natura come un luogo di sogno, sia che citi le crudeltà antropologiche (i piedi fasciati, in perenne putrefazione, delle giovani cinesi ricche, quasi un contrappeso verso le contadine povere, alle quali. dovendo lavorare, il supplizio non era inferto), sia che racconti le gioie di una maternità tutto sommato felice (il marito di Lakshmi era mite e buono, in continua adorazione della moglie), sia che ci presenti la condizione mostruosa di una serva disgraziata, al quale un vecchio ed obeso padrone cinese fa fare dei figli, che poi le strappa, per  affidarli alle mogli “legali”.

Scoppia la guerra i giapponesi entrano in Malesia. La loro occupazione è descritta con i toni più drammatici: i soldati nipponici sono rappresentati quasi come animali; rozzi,  volgari, ignoranti, malvestiti e perennemente affamati. I malesi non si capacitano di come possano aver sconfitto gli inglesi (ammirati come esseri superiori). L’odio ed il disprezzo è tale che la bandiera del Sol Levante è chiamata “assorbente sporco”.

A prestare attenzione, all’interno della storia, delle storie (che si riprendono l’una dall’altra, passando da un personaggio all’altro), si possono cogliere, sullo sfondo, tutta una serie di segnali e di riferimenti all’antropologia ed alla storia di una Malaysia che sta entrando nell’era moderna (era uno dei dragoni economici asiatici). Accenni agli aborigeni (una sorta di fantasmi che scorgiamo qua e là), la modernizzazione del Paese (i supermercati, le boutiques alla moda, i nuovi ricchi, i viaggi di nozze a Londra), fino al crollo dell’economia, seguita alla famosa svalutazione del bath thailandese e del riggit.

Ed a fianco, in parallelo, a questo società che si occidentalizza sempre più, allineandosi, appiattendosi sugli schemi della cultura occidentale (sintomatico l’apprezzamento per la pelle chiara ed il rifiuto della pelle scura), il permanere di un mondo magico, a partire dalle prime pagine con i suoi incantatori di serpenti ed i suoi veggenti (dalle terribili e realizzantesi profezie), con i suoi rituali e le sue tradizioni.

 

 

 

 

 

 

 

La “graphic novel” persiana: Marjane Satrapi, Persepolis

Con un disegno semplice, quasi “naif”, ma estremamente efficace, con un gioco continuo di contrapposizione tra il bianco ed il nero, Marjane Satrapi ci accompagna lungo gli anni che videro, le repressioni dello Scià (colpiscono le vignette che raccontano dell’incendio del cinema Rex, con la polizia che impedisce alla gente di aiutare le vittime, che nell’immagine finale si librano, tra le fiamme, teschi urlanti a richiamare il grido di Munch) e la sua megalomania, che lo portava a glorificare Ciro il Grande e a consumare cifre favolose per “celebrare delle ridicole festività legate ai 2500 di dinastia … allo scopo di impressionare i capi di stato, giacché in realtà la gente se ne infischiava”.

Poi la fine dello Scià, nel capitolo intitolato “La Festa”, gli ultimi massacri rappresentati da file di volti dagli occhi spalancati e l più grande festa della storia dell’Iran, “il giorno di partenza dello Scià” (una grande tavola, di volti sorridenti), la liberazione dei prigionieri politici. Poi i primi entusiasmi, i dibattiti accesi, la vittoria degli integralisti, la cappa dell’oscurantismo che cala sul Paese, la repressione (le esecuzioni da parte dei “esecutori della giustizia divina”), la scelta di tanti della via dell’esilio.

Poi l’incubo della guerra con l’Irak, la retorica folle dei martiri, i ragazzi mandati alla morte al fronte, la repressione di ogni oppositore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Anita Nair, Cuccette per signora

L’India è nota, notissima; abbiamo però l’impressione che se mai c’è un Paese conosciuto a livello di stereotipi (dai fachiri dell’epopea salgariana, alle pire fumanti lungo il Gange) quello è l’India. Un Paese, tra l’altro, in cui si combinano l’alta tecnologia e la più spaventosa povertà, le competizioni elettorali e il regime delle caste, la non violenza degli asceti e la ferocia delle contrapposizioni etniche (i massacri tra indù, musulmani, sikh). Un Paese che non appare immune dal germe dell’integralismo, questa volta indù.

Quello che colpisce é che l’autrice di questo volume non ci presenta contesti di collasso sociale, di miseria e di pauperismo; al contrario le donne di cui racconta la vita appartengono, quasi tutte, alla piccola borghesia ed hanno una vita apparentemente normale, abbastanza simile a quella delle loro "compagne" dei Paesi dell’Occidente. Ed é forse per questo che piace, perché molte delle nostre donne ci si ritroveranno in quelle situazioni, a significare che al di là di tutto ci sono battaglie femminili che possono essere condivise da tutte le donne del mondo. La "nostra" protagonista si chiama Akhila, ha 45 anni ed é una funzionaria dello Stato Indiano (dirige un Ufficio delle Imposte, che ha praticamente ereditato alla morte del padre). Un padre-padrone, tutto sommato bonario, coccolato dalla moglie; alla sua morte, la responsabilità della famiglia cade su Akhila. I familiari ne approfittano, che praticamente le impedisce di condurre una sua propria vita. Akhila rinuncia anche all’amore, finché un giorno, anche grazie ad un incontro con un’amica vedova, qualcosa scatta in lei. Compra un biglietto del treno, da Bangalore ad una lontana città, in una carrozza-letto che accoglierà assieme a lei altre cinque donne. Il viaggio diventa cosi l’occasione perché cinque vite di donne si intreccino con quella di Akhila. Alcune storie sono terribili, come quella di una giovane ragazza stuprata da un signorotto locale, che gli lascia un figlio, che solo dopo anni ed anni la madre "riconoscerà". In un caso abbiamo una giovane moglie che si vendica delle prepotenze del marito, diventando una cuoca sopraffina e facendo così ingrassare il marito; in un altro caso un’altra riconosce la propria libertà nella sua volontà di imparare a nuotare, di nascosto dal marito. Vite di donne e spaccato della società. Ed il viaggio come momento che innesta la ribellione. Akhila non sarà più la stessa. Imporrà alla sorella di lasciare la sua casa e troverà il coraggio di cercare Hari, il suo vecchio amore, dopo essere passata attraverso una liberatrice esperienza sessuale, con un giovane sconosciuto che è praticamente e lei a sedurre.

 

Shashi Tharoor, Tumulto    

“Tumulto” è un romanzo avvincente, anche perché è costruito in modo da permettere diversi piani di lettura, sia in riferimento alla vicenda narrata sia a quello delle sue modalità narrative.

         Due sono le “trame” che si intersecano nel libro: i contrasti interreligiosi, tra indù e musulmani (con riferimento esplicito ai massacri che hanno fatto seguito alla demolizione, il 6 dicembre 1992, della moschea della Babri Masjid, da parte una folla di fanatici indù, che voleva costruire al suo un supposto originario tempio dedicato a Rama, Ram Janmabhumi) e la storia d’amore tra una giovane americana, Priscilla Hart (che opera in una ong, impegnata in un progetto di controllo delle nascite, in una piccola città dell’Uttar Pradesh, Zililgarth) ed il più alto funzionario locale, Lakshman. Le due vicende si intrecciano, perché nei tumulti che si verificano a Zililgarth e che tutto sommato si concludono con poche vittime, muore, uccisa a pugnalate, Priscilla, che, probabilmente, sostengono le dichiarazioni ufficiali, si è “trovata nel luogo sbagliato al momento sbagliato”.

Posteriori alla morte di Priscilla, sono le “voci” di suo padre e di sua madre, che giungono a Zililgarth per rivivere gli ultimi momenti della figlia, del giornalista del “The New York Journal” che li accompagna e che intervista i personaggi più influenti della città, di Lakshman, l’alto funzionario distrettuale, del direttore del progetto cui lavorava Priscilla, di un esponente dei fondamentalisti indù, di un professore di storia musulmano, del sovrintendente di polizia Gurinder Singh. Anteriori alla morte della giovane americana sono le note del suo diario, sostanzialmente centrate sulla sua storia d’amore, le sue lettere all’amica americana, le lettere a lei inviate da Lakshman e le note del diario di quest’ultimo. Attraverso queste voci vediamo, via via, definirsi il carattere dei due protagonisti, travolti da una passione, in cui i rapporti sessuali giocano un ruolo fondamentale.

I due piani di lettura si distinguono, così, anche dal punto di vista dei contenuti, oltre che da quello temporale. Il primo, quello che vede le “indagini” dei genitori di Priscilla, è, per quasi tutto il libro, centrato sulle questioni dell’odio interreligioso e si allontanano dalla data della sua morte, per giungere a quella del loro ritorno negli Stati Uniti. Il secondo, quello relativo alla storia d’amore della ragazza con il magistrato distrettuale, si sviluppa verso il termine ultimo della sua morte, senza occuparsi, per buona parte della storia, delle questioni politiche e sociali che sostanziano l’altro livello.

        

 

 

 

 

 

 

 

Amin Maalouf, Il periplo di Baldassarre, Bompiani. Un viaggio, nel 1600, attraverso il Mediterraneo alla ricerca di un misterioso manoscritto. Un’epopea, una saga, un’avventura picaresca.

 

 

 

 

 

 

Poi una trilogia israeliana: Abraham B. Yehoshua, Il signor Mani, Einaudi. La saga di una famiglia ebrea, a ritroso nei secoli, sino alla metà del secolo diciannovesimo; David Grossman, L’uomo che corre, Mondatori. Storie e ritratti di uomini e sulla difficoltà di esserlo in un Paese come Israele; Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli. Una stupenda biografia che corre lungo tutta la storia di una famiglia ebraica, fino alle stupende pagine della proclamazione dello stato di Israele.

 

 

 

 

 

 

 

Yashar Kemal, Al di là della montagna, Giovanni Tranchida, Milano, uno dei più grandi scrittori turchi. Cantore delle genti seminomadi del Tauro, della epopea della loro vita quotidiana, intrisa di un forte immaginario in cui si mescolano amore e morte, guerra e paura,, poesia e realtà

 

 

Hwang Sok-Yong, L’ospite, Baldini Castaldi Dalai. La voce di una lontana nazione, la Corea, la sua guerra ed i feroci massacri che la segnarono e  l’”ospite”, il vaiolo, il terribile flagello che decimava le campagne, qualcosa che veniva da lontano, straniero come per l’autore lo sono nel suo Paese il comunismo ed il cristianesimo.

 

 

 

 

 

Mohsin Hamid, Nero Pakistan

Il protagonista é Daru, un giovane tutto sommato ben introdotto nella borghesia filo-occidentale (ha uno zio influente), anche se ha qualche difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, (a seguito della perdurante crisi economica, che restringe le possibilità di trovare buoni impieghi). Daru lavora, comunque, in una banca (dunque è pur sempre in una posizione privilegiata) e la sua vita scorre tranquilla, anche se un po' noiosa, nella piatta Lahore. Ha un giovane servo (che, tra l’altro non percepisce alcuna remunerazione, essendo già tanto vivere con il suo padrone), abita in una villetta (con tanto di impianto di aria condizionata), "frequenta" (nel senso che partecipa a feste di borghesi spocchiosi e più ricchi di lui), consuma quel tanto di alcoolici e di droga. Non è un ribelle, ma un giorno risponde male ad uno dei migliori clienti della banca in cui lavora; è licenziato su due piedi, nel senso che viene letteralmente accompagnato dal direttore e da una guardia del servizio interno, fuori dell’edificio, immediatamente dopo che si è verificato il fatto. Inizia, lenta ma inesorabile, la discesa agli inferi del "nostro"; il primo segno è l’interruzione della refrigerazione, perché mancano i soldi per comperare il combustibile per l’impianto di condizionamento, poi il piccolo servo l’abbandona, mentre l’unico modo di procurarsi il denaro rimane il piccolo spaccio di droga. La situazione si complica: Daru diventa l’amante della giovane e disinibita Mumtaz, la moglie del suo amico Ozi, poi rovina sempre più, alleandosi ad un piccolo criminale, tale Murad; finisce in prigione. Ciò che ci colpisce è che le vicende personali del giovane Daru hanno come sfondo una società che non sembra offrire alcuno sbocco; da una parte una piccola borghesia corrotta, legata doppio filo all’occidente, che respira i miti dell’America (la massima aspirazione è studiare negli U.S.A. e lavorare per una qualche multinazionale nordamericana), che impazzisce per l’aria condizionata, e dall’altra una sterminata folla di diseredati (che si intravede solamente, perché nel romanzo non compare mai esplicitamente). Sullo sfondo l’integralismo dei "barbuti" (quello di cui parla la televisione, quando ci mostra le manifestazioni a favore di Bin Laden), ai quali si accenna qua e là nel corso delle pagine. Non sembra esserci alcuna soluzione positiva alla situazione pakistana: o perdura il dominio di una classe minoritaria e servile che cristallizza una società profondamente ingiusta e corrotta, o vince l’ugualitarismo religioso, oscurantista ed astorico.

 

 

 

 

Nagib Mahfuz, Vicolo del mortaio, Feltrinelli. Premio Nobel per la letteratura. Il vivace ritratto di un quartiere del Cairo, durante la seconda guerra mondiale. Un caleidoscopi di personaggi, che rappresentano la vita nella sua più piena essenza.

 

 

 

 

 

Nawal El Saadawi, Iside

Il nome di Nawal El Saadawi non dev’essere gran che noto in Italia, però si è parlato lei, in relazione ad un processo per apostasia che gli integralisti egiziani a gran voce chiedevano (con conseguente richiesta di divorzio coatto imposto al marito, che di lasciare la moglie non aveva alcuna intenzione); per il resto poco o niente. Il libro che presentiamo è un’autobiografia che si ferma ai primi anni della giovinezza, quando Nawal è iscritta all’Università (anche se, di tanto in tanto, appaiono "intrusioni" nell’età più matura. Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria "per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura. Una società in cui l’interpretazione del Corano è monopolio degli uomini. In cui le bambine subiscono la clitoridectomia, sono costrette a sposarsi in tenera età ed educate a servire gli uomini in silenzio". Estremamente articolato sarà il rapporto di Nawal con il padre. Figura, tutto sommato, negativa, per il suo essere maschio, nei primi anni di vita della bambina, il personaggio del padre acquista via via spessore, anche perché l’uomo (un ispettore scolastico, nazionalista anti-inglese, onestissimo, ribelle al servilismo del governo egiziano, che lo punirà assegnandolo a sedi disagiate) dimostrerà, al di là della sua appartenenza ad una cultura maschilista come quella dell’Egitto di allora, grande umanità e grande amore nei confronti della moglie e della figlia, tanto da vedere in quest’ultima, futuro medico, la realizzazione delle sue aspettative di genitore, "tradite" dal figlio maschio, che negli studi collezionerà un fallimento dopo l’altro.

Nei primi capitoli la memoria di Nawal appare come lacerata dai ricordi della sua fanciullezza, mentre ne ripercorre le tappe. Prima di tutto la sua nascita, la nascita di una femmina; con l’occhio di una fantasia che si fa ricordo, Nawal "rivede" se stessa nascere. Poi l’incubo del sesso (le mestruazioni come "offesa", il sangue del mestruo che rende impura la donna) e del matrimonio, dove di sesso non sembra esserci proprio nulla. Questa era l'usanza al villaggio: la prima notte di nozze il marito doveva picchiare la moglie perché lei assaggiasse il suo bastone ancora prima del cibo che le veniva concesso. In quel modo avrebbe capito che in cielo c'era Allah e in terra il marito e, se non avesse ubbidito, avrebbe preso delle botte. Nawal, così, non vuol sentire parlare di matrimonio (che si combinava allora quando le ragazze erano in tenerissima età) e riuscirà a sventare le manovre delle zie, tutto sommato con l’assenso della madre e il disinteresse del padre. L’ultimo ricordo agghiacciante della fanciullezza è la clitoridectomia, una ferita che non dimenticherà per tutta la sua vita (ma riuscirà a risparmiarla a sua figlia), l’incubo di tutte le bambine d’Egitto. A vividi colori, Nawal ci presenta l’orribile daya, l’ostetrica che effettuava la mutilazione. Dopo questi ricordi brucianti, il libro decolla, raccontando la vita di Nawal che, evitato il matrimonio (con conseguente ineluttabile destino di "fattrice" di figli), studentessa, divide i suoi interessi tra i libri e la passione politica, sulla scia del padre, nei momenti esaltanti dell’opposizione popolare al governo succube degli inglesi (durante la seconda guerra mondiale) e della lotta armata lungo il Canale.

 

 

Ala Al-Aswani, Palazzo Yacoubian, Feltrinelli, ovvero dell’Egitto contemporaneo, dei suoi problemi, dei poveri e degli intellettuali gay, degli islamismi e della corruzione, della sessualità, dell’estremismo: uno scandalo letterario in un Paese che vive una profonda crisi di identità

 

 

Fatima Mernissi, La terrazza proibita

Fatima Mernissi è una delle più note autrici maghrebine, da sempre impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile; come per altre, la sua notorietà, in Italia, appare limitata ad una ristretta cerchia di lettori. E’ un bel libro, La terrazza proibita, ed abbastanza singolare: ci racconta, con semplicità e con brio la vita dell’autrice, ma di quando era bambina e viveva nell’harem del padre e dello zio a Fez. E’ una lettura che serve a farci capire di più la civiltà musulmana, sfatando, in questo caso, uno dei suoi miti, quello dell’harem, che aveva conquistato anche tanti artisti europei del diciannovesimo secolo. L’harem, in cui passa i suoi primi anni di vita Fatima, non ha nulla a che vedere con le odalische e con le schiave annoiate a cui ci hanno abituato i media: è, semplicemente, il luogo dove vive una famiglia patriarcale e dove, in sostanza, senza violenze apparenti, si pratica una rituale segregazione delle donne: "…, sarà forse utile introdurre una distinzione fra due tipi di harem: i primi li chiameremo harem imperiali, e i secondi harem domestici. I primi fiorirono con le conquiste territoriali e l'accumularsi di ricchezza da parte delle dinastie imperiali musulmane … fino al 1909, quando l'ultimo sultano, "Abdelhamid II", venne deposto … Chiameremo harem domestici quelli che continuarono a esistere dopo il 1909, quando i musulmani persero il potere e le loro terre furono occupate e colonizzate. Gli harem domestici erano in pratica delle famiglie allargate, come quella descritta in questo libro, senza schiavi e senza eunuchi, e spesso con coppie monogamiche, dove, tuttavia sopravviveva l’usanza della reclusione femminile …". Nell’harem di Fatima, vivono suo padre, sua madre, uno zio sposato ed una serie di parenti, nonni e nonne, donne e bambini; gli uomini sono rigidamente monogamici, innamorati e a volte domesticamente tiranneggiati dalle loro mogli. L’harem era un posto dove un uomo dava rifugio alla sua famiglia, alla moglie o alle mogli, ai figli e ai congiunti. Poteva essere una casa o una tenda, e il termine poteva essere riferito sia allo spazio che alla gente che vi abitava. Nessun altro uomo poteva entrarvi senza il permesso del proprietario e, una volta entrati, si dovevano rispettare le sue regole. Ma Fatima nasce a Fez, nel 1940, quando il Marocco era dominato dai francesi, che a fianco della città vecchia, la medina, ne avevano costruita una nuova, dove abitavano loro, la Ville Nouvelle. Quegli stessi nazionalisti che si battevano per l’indipendenza del Marocco, non resistevano al fascino della civiltà degli occupanti, tanto che lo zio di Fatima, uomo molto più chiuso di suo padre, avvertiva il pericolo: "Un giorno, forse, riusciremo a buttare fuori i francesi, solo per svegliarci e scoprire che assomigliamo tutti a loro …". I nazionalisti erano, ovviamente con moderazione, per l’emancipazione femminile e sapevano cogliere, almeno in parte, quanto di buono porgeva loro quella civiltà straniera che li stava dominando. Dal momento in cui Fatima viveva quegli avvenimenti che descrive nel suo libro è passato più di mezzo secolo: a fronte della dura situazione in cui vivevano le donne c’era la speranza, che Fatima traduce in poesie di toccante lirismo; ora a cinquanta anni di distanza, la speranza sembra essersi dispersa. Gli attuali governanti arabi, pochissimi dei quali resisterebbero ad elezioni democraticamente organizzate, a fronte della marea fondamentalista che li accusa, non senza ragione, di depredare e di vendere i loro Paesi, da una parte conducono nei confronti dell’opposizione una dura repressione, dall’altra, nell’area della quotidianeità, cedono via via sempre più alle richieste degli integralisti, nell’illusione di fermarli. Così, da una parte abbiamo un’élite che vive racchiusa nei propri palazzi, in quartieri separati e vigilati militarmente e che spera o si illude di entrare a far parte dell’"impero", della "classe" dei potenti della terra, che ha negli Stati Uniti il proprio riferimento. Così, dall’altra cresce la massa dei diseredati, che sente di essere ascoltata solo dagli integralisti.

 

 

 

 

 

 

 

Nadine Godimer, Uno mondo di stranieri, Feltrinelli. Una grande descrizione della società razzista nell’Africa del Sud; Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, la straordinaria biografia di uno dei “grandi” del secolo ventesimo, che ha sconfitto l’apartheid

 

 

 

Assia Djebar, La sposa senza sepoltura

E’ un Paese dalla storia tragica, l’Algeria. Conquistato dalla Francia nel 1830, ha pagato un prezzo altissimo per riconquistare (o conquistare, considerata la sua precedente posizione di stato vassallo dell’Impero Ottomano) la propria indipendenza; la sua guerra di liberazione è stata la più sanguinosa (in rapporto al numero complessivo dei suoi abitanti), tra tutte quelle che hanno segnato il XX secolo. Trenta anni dopo, la rovina dell’F.L.N, come partito unico che aveva diretto la guerra d’indipendenza, ha innestato la rivolta dei diseredati, la quasi insurrezione dei Kabyli e la "fortuna" di un feroce integralismo islamico, cui hanno fatto da "levatrici" i volontari "afgani" della "legione araba" di Osama bin Laden. In Algeria gli integralisti avrebbero dimostrato, poi, chiaramente, come i principali obiettivi della loro azione fossero, prima di tutto, i musulmani moderati, tanto che hanno colpito, in particolare, proprio i villaggi che avevano votato massicciamente per il F.I.S., ma che poi avevano ceduto all’offensiva degli "éradicateurs" dell’esercito algerino. La stampa internazionale non si è fermata più di tanto su questa tragedia, che con stillicidio quasi quotidiano (fino a pochi anni fa), ha assunto le dimensioni di una quarantina di "11 settembre" (più di 100.000 morti). Sappiamo, però, che il prezzo maggiore è stato pagato dalle donne, dalle giovani donne, quelle che osavano vivere mostrando la propria femminilità e protestavano contro la loro segregazione ed in favore dei propri diritti. Nulla sappiamo, invece, del prezzo pagato dalle donne nella prima tragedia algerina, nella lunga e sanguinosa guerra di liberazione. Ed è di questo che ci parla, ne "La donna senza sepoltura", Assia Djebar, un’autrice impegnata nella battaglia per l’emancipazione delle donne musulmane, che "vive tra la Francia e gli Stati Uniti, dove dirige il Center for French and Francophone Studies, in Louisiana". 

 

 

 

 

 

Yasmina Khandra, Cosa sognano i lupi?, Feltrinelli. Uno pseudonimo che nasconde un ex militare che scrive della guerra sporca d’Algeria, dove sulla sfondo degli orrori dei fondamentalisti si muovono i personaggi corrotti del nuovo potere economico. Nel suo "Cosa sognano i lupi", racconta, tra l’altro, di un giovane integralista, che uccide la sorella, che voleva essere protagonista della propria vita, che vestiva all’europea e che partecipava alle manifestazioni pubbliche e di piazza, delle donne algerine

 

 

 

Hamaudou Kourouma, Allah non è obbligato, e/o. La storia, in parte picaresca di un ragazzo, di un bambino, nell’Africa occidentale sconvolta dalle guerre civili e dai genocidi. Il riferimento va alla Liberia, alla Sierra Leone dove il massacro è continuato, tra efferatezze incredibili, per decine di anni. Il fatto è che il nostro protagonista è un bambino, ciò che rimanda al problema tipicamente africano dei bambini soldato (notissima la situazione di quelli dell’Uganda).

 

 

 

 

 

 

 

Hamaudou Kourouma, Bestie selvagge, e/o. Stesso autore, qui si racconta della vita e di un viaggio iniziatico (di iniziazione alla carriera di feroce dittatore africano) di tale Koyaga (despota di una fantomatica Repubblica del Golfo), che ha iniziato la sua carriera come soldato al servizio delle guerre coloniali della Francia (il “nostro” ha combattuto in Indocina). Prima di reprimere il suo popolo, ne ha represso altri, in nome della Francia, dal cui esercito è stato congedato con il grado di sergente (difficilmente gli indigeni raggiungevano l’ufficialità). Koyaga è un personaggio di fantasia, che rappresenta, però, magnificamente la storia dell’Africa postcoloniale, così ricca di sergenti o di caporali, che con l’indipendenza diventano generali, capi di Stato Maggiore, signori di armate straccione (clochards è il termine utilizzato da “Le Monde Diplomatique” per indicare il degrado degli eserciti africani), in grado però di dominare e spargere il terrore su popolazioni analfabete ed abbruttite dalla miseria.

 

 

     Sono possibili tre tipi di lettura del libro di Kourouma: una puramente letteraria, una antropologica ed una squisitamente politica. La scrittura di Kourouma é contemporaneamente “truculenta, crudele, poetica, sembra un francese arricchito dal canto dei griot, i cantastorie africani”1. C’è una voce “fuori campo” che accompagna lo svolgersi degli avvenimenti, un cantore (il sora), accompagnato da un apprendista, una sorta di saltimbanco, che suona il flauto (e che interviene a dare spiegazioni, quando è necessario), che è chiamato répondeur. C’è un gioco continuo ed alterno tra una prosa perennemente incline alla satira e una lingua violenta e dura. L’Africa di Kourouma è popolata di stregoni e di maghi; la madre di Koyaga, Nadjouma, ne è una potentissima rappresentante ed assieme al marabutto Bacano Yacouba, è l’anima nera del regime del figlio (è grazie ai loro sortilegi che Koyaga sfugge ad innumerevoli attentati). Il regime di Koyaga (come le altre dittature descritte nel libro) si regge, a livello internazionale, grazie alla guerra fredda (ovviamente Koyaga e gli altri dittatori sono filo-occidentali): ogni avversario politico, ogni nemico personale viene spietatamente eliminato in nome di un anticomunismodi facciata, inutile, perché non esistono, di fatto comunisti.

C’è, dunque, per Koyaga (ma anche per tutti gli altri feroci dittatori che incontra nel suo viaggio iniziatici, nel corso del quale riceve innumerevoli consigli su come mantenersi al potere) la copertura della magia: ognuno ha un suo totem e quello di Koyaga è il falco. Infine la lettura politica, quella che l’autore sembra proporre maggiormente, quando delinea immaginarie repubbliche ed immaginari desposti, che fanno da specchio a personaggi reali, storici, alcuni dei quali riconoscibilissimi.

         Il Paese dei Due Fiumi, ricalca la Repubblica Centroafricana o, meglio l’Impero Centroafricano, considerato che il suo dittatore (l’uomo dal totem di iena), Bossouma (tra l’altro abbastanza simile al reale Bokassa e il cui nome è tutto un programma, dato che significa “puzza di peto”) si autonomia Imperatore.

 

         La Repubblica del Grande Fiume altro non è che il “vecchio” Zaire. Il suo dittatore (l’uomo dal totem di leopardo) rimanda, senza dubbio alcuno, a Mobutu (anche il villaggio natio del primo, Labodite, richiama quello del secondo, Gabonite).

         Il Paese del Gebel e della Sabbia: la storia del suo dittatore (l’uomo del totem dello sciacallo) è la storia del Marocco, dall’occupazione francese, all’esilio di Mohammed V, dall’Indipendenza, al regno di Hassan II.

 

 

 

Tahar Ben Jelloun, Corrotto, Bompiani. Il più noto scrittore marocchino ci racconta una storia di corruzione, che ci ricorda fatti di casa nostra (il rimando a “Mani pilite” è lampante).

 

Driss Chraibi, L’ispettore Alì e il Corano, Marcos Y Marcos. Uno straordinario e divertente ispettore, in bilico tra islam e mondo occidentale

 

 

Boubacar Boris Diop, Ruanda, Roma, e/o, 2004. Il folle genocidio del Ruanda, il massacro all’arma bianca dei Tutsi e degli Hutu, sulla scia della voce della radio delle Mille Colline attraverso la storia di due amici.

 

 

Calixthe Bayala, Selvaggi amori

 

La scena, in tutto il romanzo, è tenuta da un composito mondo di immigrati africani, coinvolto in situazioni spesso tragicomiche, sullo sfondo del più  noto (anche turisticamente) quartiere interetnico di Parigi, Belleville.

La protagonista assoluta della storia è Eve-Marie, una camerunense dalle grandi chiappe (motivo di orgoglio e oggetto di folli passioni), che lascia il locale dove lavora (con tranquilla serenità, al servizio di un accondiscendente proprietario, detto Trenta per Cento, dalla percentuale che si trattiene sulle prestazioni delle donne), per accettare la proposta di nozze di un improbabile poeta parigino.

E’ anche una storia di violenza e crudeltà (c’è un omicidio nel palazzo, una ragazza viene trovata morta per le scale, c’è un certo Jean-Pierre che con regolarità massacra di botte la moglie che lo ama follemente) e di gelosie e di tradimenti, in un contesto a tratti surreale, con la nostra Eve-Marie che risulta essere il trait-d’union di una serie stravagante di personaggi (tutti immigrati dalle varie parti dell’Africa) che si ritrova in una sorta di ristorante clandestino, che lei gestisce nel suo appartamento.

Ma è anche un inno all’amore (all’amore disincantato e maturo), alla solidarietà, all’amicizia tra genti di cultura, di etnia, di civiltà diverse.

 

 

 

Ken Saro-Wiwa, Sozaboy, Milano, Baldini Castaldi Dalai, 2005       

Ken Saro-Wiwa è stato un grande scrittore, un uomo di teatro ed un politico nella Nigeria degli anni ottanta, dopo il tentativo di secessione del Biafra (1967-70), che assunse le connotazioni di una vera e propria tragedia umanitaria (per molto tempo il termine Biafra è stato sinonimo, in Occidente, di morte per fame). Schieratosi contro i secessionisti, raggiunse, anche dal punto di vista politico, traguardi significativi, tanto da ricoprire l’incarico di Ministro dell’Istruzione. Ben presto però il suo impegno si  sposta nella direzione della tutela e della difesa del popolo Ogoni (una piccola comunità di circa 500.000 persone), che viveva nel delta del Niger e che vedeva il proprio territorio manomesso ed inquinato dall’estrazione del petrolio. Ken Saro-Wiwa divenne, così, il portavoce del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (MOSOP), che si batteva contro le multinazionali del petrolio (in prima fila la Shell) e conseguentemente contro il regime militare dei generali nigeriani che delle royalties facevano incetta. Approfittando di un poco chiaro episodio di un’uccisione di dissidenti del MOSOP, Ken Saro-Wiwa venne accusato, assieme ad alcuni compagni, di omicidio e dopo un processo-farsa, il 10 novembre 1995, venne impiccato a Port Harcourt, malgrado una campagna internazionale a suo favore.

 

 

 

 

 

         Sozaboy (alterazione, soza, dell’inglese soldier) è il primo e l’unico suo libro tradotto in italiano, laddove il traduttore ha dovuto superare l’arduo scoglio della lingua utilizzata da Ken Saro-Wiwa, una sorta di “pessimo inglese”, un “pidgin” in cui si mescola alla lingua anglosassone l’originalità e la naturalezza di un popolo giovane come quello nigeriano. C’è, sempre, come in tutti gli autori africani, quella che possiamo definire una certa “naiveté” del linguaggio, che non trova riscontro nella nostra letteratura e che sembra essere il segno connotativo di personaggi che rappresentano popoli giovani, sorta di anti-eroi che con ingenuità affrontano pericoli e sventure, in una sorta di cammino accidentato verso la perdita dell’innocenza.

         Anche i fatti più drammatici sono resi con semplicità e ci sembra di cogliere lo stupore dei vari protagonisti, quando sono gettati in avventure al contempo tragiche e picaresche, uomini e donne che non sembrano mai perdere la fiducia in un avvenire che invece si presenta più fosco che mai.

         Il nostro protagonista Mene, poi Sozaboy quando diventa soldato, vive in un villaggio senza storia, vicino ad una grossa città (Port  Harcourt), in una comunità taglieggiata da un capo tanto pavido con i potenti tanto autoritario con i suoi deboli “sudditi”, dal pastore, dal governo e dai soldati (tutti che pretendono “mazzette”). E’ però giovane, ama la vita e  ha grandi progetti: da aiutante, diventare autista vero e proprio, per mettersi in proprio e diventare ricco. Le cose all’inizio sembrano andargli bene, tanto è vero che sposa una giovane e bellissima ragazza, Agnes, sempre continuamente citata per le sue “tette da favola”. Scoppia la guerra civile (la guerra reale è quella tragica del Biafra); naturalmente al villaggio non sanno nulla di nulla, si vocifera di un “nemico” che vuole accapparrarsi il sale, si rimanda ad una confusa e lontana (nel tempo e nello spazio) guerra in cui il nemico era un certo Hitla (Hitler) e che si sarebbe combattuta (secondo un improbabile veterano del villaggio) in una certa inimmaginabile ed inimmaginata Birmania.

         Mene subisce il fascino della divisa dei soldati e si arruola. Gliene capiteranno di tutti i colori ed ogni cosa affronterà con lo stupore del giovane innocente, quasi il “nostro” ci rimandasse al Candido volterriano, che, come Mene, crede di muoversi nel migliore dei mondi possibili. Mene-Sozaboy incontra il sopruso, le botte, la prigionia, ma ciò che ci stupisce è che in qualunque frangente, appena è passato il momento pericoloso (lo minacciano di tagliargli lingua ed organi genitali, per farglieli mangiare, debitamente cucinati), riprende a sognare futuri radiosi. Onesto fino al midollo, rispettoso della madre che gli ha inculcato la repulsione per il furto (in un continente in cui tra le classi dirigenti domina la cleptocrazia), timorato di Dio, innamorato della moglie (di cui ammira e ricorda sempre lo splendido seno), sopravviverà a stento alla violenza della guerra. Finirà prigioniero, passerà dalla parte del nemico (e con quello corona, in certo qual segno il suo sogno, diventando autista), per trovarsi poi in pericolo presso i suoi che, dapprima lo considerano uno spettro, poi lo accusano di essere un disertore, poi di portare il malocchio.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

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