23 agosto 2004

da Giovanni Monaco il testo di una interessante intervista (che non è finita su RAISAT a causa di difficoltà tecniche nelle riprese video) con F. Scarpelli notissimo sceneggiatore molto attivo e fecondo padre di tanto cinema italiano, bellissima figura di intellettuale e di uomo che si confessa a un giovane aspirante giornalista, rievocando, analizzando, approfondendo temi ancora vivi con sincerità e lucidità oggi ahimè rare.

Mi sembra, con l'assenso del titolare di questa pagina, che questo testo figuri molto degnamente in cinemaeno.

 

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Domanda 1: Chi non ha memoria ne fa una di carta. Lei si ritiene una persona sbadata?

Credo, mi ritengo, abbastanza attento a quello che avviene a me e intorno a me. Mi pare di poter dire una sbadataggine che ho sempre avuto, quella minima, ma…
Ma è una domanda medica, questa?
A che mirava questa domanda?
Sbadato, sbadato… ma! Col tempo si- penso eh!- Se la sbadataggine fa parte della riflessione, inconsapevolmente, col tempo la sbadataggine forse si raffina e si diventa sbadati o meno attenti alle cose che probabilmente hanno meno valore e invece più attenti a quelle che ne hanno o che ne dovrebbero avere di più. In questo spero che la mia sbadataggine sia migliorata ma io non vorrei insistere su questo argomento della mia sbadataggine, ecco. Anche perché non è centrale.

Domanda 2 “C’eravamo tanto amati, la multa..”

Momenti maggiori o momenti minori delle cose che scrivevamo in quell’epoca avevano sempre o dovevano avere sempre un’ispirazione dalla realtà, quindi evidentemente anche questa gag che io non ricordo si riferiva a qualcosa che accadeva. Probabilmente l’abbiamo messa anche in qualche altro film. Cioè quella di togliere dal tergicristallo della propria macchina, o meglio dal tergicristallo di un’altra macchina una multa e metterla sulla propria in modo che se il vigile passava pensava”Ah a questo gliel’ho già fatta”, per lo meno se ne parlava nell’epoca altrimenti non … comunque non è frutto di fantasia, ecco.

Domanda 3 Vivere per poter dare spessore o rilevanza alle proprie storie.

 In un modo o nell’altro, anche in modi che apparentemente sembrano contraddirsi, qualsiasi critico, qualsiasi analista della narrativa poi sostiene la stessa cosa : l’ispirazione è sempre dalla realtà. Anche se c’è chi ritiene, anche se è raro, ma comunque c’è sempre chi ritiene, soprattutto quando si è  giovani, che ci si possa muovere dalla fantasia.
Per la verità qualsiasi psicologo ci può insegnare che la fantasia ha lo stesso limite della realtà… noi possiamo immaginare soltanto quello che conosciamo, non possiamo immaginare quello che non conosciamo. Possiamo muovere personaggi e momenti in un modo illogico, ma l’essenza, la sostanza di quello che muoviamo che siano personaggi, momenti o situazioni è quello che noi abbiamo tramite la vista nella memoria concreta. Non riusciamo a pensare cose che non abbiamo mai pensato. Quindi anche l’immaginazione allo stato puro, tutto sommato, ha radici nel reale.
E quindi se seguiamo questa regola, diciamo che è una regola secondo me imprescindibile, che l’immaginazione( che penso distinta dalla fantasia…la fantasia è un moto meccanico, ce l’hanno tutti. L’immaginazione è qualcosa di più elaborato), allora la realtà dev’essere rielaborata dall’autore. L’ispirazione che può venire da una piccola situazione, da un piccolo personaggio, l’autore lo deve, con la forza della propria arte, del proprio mestiere, della propria professione deve
Ingigantire ciò che l’ha inspirato in modo da renderlo quello che poi costituisce un dovere per chi scrive, renderlo interessante, affascinante per chi legge.
E’ molto probabile anzi è certo che fra un personaggio che ispira dalla vita reale un romanziere, e ciò che il romanziere stesso ne fa, lo fa diventare nelle pagine di un suo libro c’è una grandissima differenza ma la base, alla nascita, l’inizio, è sempre quella dell’osservazione. Anche se l’osservazione può essere complessa, frutto di due o più personaggi messi insieme in modo da crearne uno che possa essere interessante. Questo è un lavoro, un obbligo, è un lavoro mentale che chi scrive deve fare.
E si cerca di parlare, io cerco di parlare, senza usare la definizione di cinema o cinematografico perché il cinema in sé, in quanto cinema, in quanto cinematografo, non ha valore di un’estetica autonoma, non lo è.  Quello che lo rende rilevante, quando è rilevante, è ciò che il cinema come mezzo racconta. Quindi nel cinema è importante ciò che viene raccontato. Altrimenti dovremmo cominciare a chiederci come una volta avveniva: ma questo è cinema? Quest’altro è cinema? E come possono queste due cose essere considerate ugualmente cinema? Cioè la commedia con Totò e Peppino de Filippo e 2002 Odissea nello spazio
Che cos’hanno in comune per essere definite tutte e due cinema? Assolutamente niente! Questo significa che il cinema è soltanto un mezzo.

Domanda 4 Pensa che sia cambiata molto l’Italia fino ad ora?

Ci si potrebbe chiedere se il cinema, se vedendo il cinema, vedendo il cinema italiano tra tre secoli mettendo in fila alcuni film ci si trova di fronte ad una vicenda logica di cui non ci siano punti oscuri o non rivelati, che dia un ritratto abbastanza reale di quella che è stata l’Italia in questo mezzo secolo. Io ho dei dubbi, quindi questo è un altro modo per dire che questo cinema, poi, tutto sommato, ha un valore relativo, quanto meno gli si poteva dare un valore maggiore. Ci sono dei momenti… parliamo di questo mezzo secolo trascorso… che il cinema, soprattutto nell’epoca in cui veniva definito, un cinema che veniva definito neorealistico, in cui il cinema oltre ad aver creato delle grandi opere di grande valore era anche testimonianza storica  noi questo, tra tre secoli potremmo vedere, poi: forse il decennio che ha seguito il 50 ha anche… forse anche una parte del settanta… nell’ottanta è cominciata una divagazione cinematografica… una divagazione che secondo me non può essere, se sia esaminata fra qualche secolo, costituire documento. Io penso di no. C’è appunto un essersi allontanato dall’ispirazione reale. Il dettame ( l’autore dev’essere occhio e voce della propria società) era stato abbandonato…C’è stato, ma questa non è la colpa peggiore, ci fu quel periodo in cui si imitavano certi manierismi di altri paesi si facevano i così detti “filoni”, che andavano dai western ai film violenti di inchieste poliziesche, ma questo apparteneva a quel genere popolare che in partenza non aveva nessuna intenzione di costituire qualcosa di rilevante artisticamente, quindi direi, non solo sono i meno colpevoli ma forse sono anche i film più simpatici. Dove manca qualcosa, invece, è a livello alto, dove la cinematografia veniva realizzata da autori di serie A o extra ma le cui opere poi se le rivedessimo tra qualche secolo non ci darebbero poi anche una eco di quella che è stata la nostra società, ma soltanto certe connotazioni personali molto artistiche.
Anche i film belli, film nobili, di cui adesso io non voglio fare nessun titolo, anche perché non mi vengono in mente. Poi, però, i film, anche recentemente io so che ci sono dei film che qualcuno li ho visti fatti da giovani autori in cui è facilmente identificabile la voce e l’immagine di quello che è il nostro paese. Qualcuno… può darsi che un po’ di saggezza sia tornata.

Domanda 5 Pensa di essere cambiato più lei o l’Italia nell’ultimo secolo?

Ma che tipo di intervista mi stai facendo? Tra l’altro molto personale, e questo non è che… è che io cerco di evitare, io sono plurale, non voglio essere soggettivo. Appartengo a un periodo in cui l’ego non era accettato, non era ricevuto nella società del nostro pensiero intimo. Non dovevamo avere rapporti con l’ego, lo consideravamo un personaggio volgare. Diceva Flaiano” la celebrità è un…” , una vergogna o un’ignominia, o qualcosa del genere.
 Allora sono cambiato più io? Non lo so, non lo so. Come si risponde, si risponde male. Se rispondo è cambiata la società e io sono rimasto lo stesso faccio un’esibizione, se dico il contrario ugualmente sa di esibizione…

“Domanda” è vero che il paese manca di memoria?

Ritenere interessante a 25 o 30 anni, parlare con la nonna di 90, è una cosa che doveva venire in mente prima. Perché prima non è venuta in mente? Perché il ragazzino si è portato dietro l’essere ragazzino fino all’età di 25 30 anni e molti continuano ad essere un ragazzino a cui non è stato spiegato nulla e qui ci sono delle motivazioni, però e che non ha avuto la curiosità di sapere… e ci sono spiegazioni per tutte e due le cose o per lo meno sono delle modeste spiegazioni che io credo abbiano valore, probabilmente non hanno valore. La mancanza di curiosità da parte del giovane, anche se non più ultra giovanissimo, è che molte cose lo hanno distratto, lo distraggono, molte cose piacevoli: musica, televisione, cinema…turismo, divertimento. Tutto quello che è dietro, che riguarda ciò che siamo stati, ciò che sono stati quelli che ci hanno preceduto, non ha interessato. Io dico, tra virgolette, questo è colpevole nei riguardi di chi fa parte di un, e uso ancora questo termine, di un rango che si ritiene ancora superiore.  Diciamo di gente o culturale. Da parte dei genitori anche lì c’è una spiegazione. I genitori o i nonni, forse è più giusto dire nonni, hanno patito talmente nella loro esistenza l’umiliazione di una dittatura, la paura, il terrore di una guerra e il disonore di una guerra persa, che alla generazione seguente, spesso hanno evitato di raccontare che cosa c’era dietro, in modo quasi naturale per dire speriamo che il mondo diventi migliore quindi cancelliamo quello che è avvenuto. Ora invece, negli anni più recenti, questa omissione la si sente come una colpa, come un difetto. E ci si domanda se negli altri paesi e nei paesi culturalmente elevati questo difetto è presente come è presente in Italia. Ma certo che si vede queste trasmissioni che fa Caracciolo su mezzo secolo fa’, sul fascismo, vedo che stupiscono…a me non stupiscono perché non soltanto perché le abbiamo viste, ma anche perché poi ne abbiamo sentito parlare, ne abbiamo parlato e ne abbiamo letto. Non dovrebbero stupire, questa è la verità. E invece stupiscono. Meglio di niente, ecco. Meglio che se non ci fosse nemmeno lo stupore. Non è un’assenza personale tua, è addirittura un luogo comune che un Paese manca di memoria. E soprattutto manca di memoria quella classe che ritiene di essere ancora classe dirigente, giovani che appartengono a quella che si ritiene ancora classe dirigente. Per lo meno classe più elevata rispetto a quelli che non hanno nessun dovere di sapere e conoscere perché conducono una vita più dura, più umile. Questa pretenziosità di appartenere ad un rango ma avere ugualmente evitato di conoscere cosa è stato il percorso della società, è un difetto, è un qualcosa di un pochino colpevole. Anche se inconsapevole, ma…

 

Domanda n.7: Sceneggiatore_ dietro le quinte. Perchè non ha mai fatto regia?

 E’ vero che molti iniziarono nel cinema come sceneggiatori poi hanno fatto altro. Alcuni, anche registi, non di grande merito. Quindi non è detto che passare a qualcos’altro voglia dire passare a qualcosa che meriti o valga di più. Qual è il valore di… chi ha più valore, il regista John Smith o Ben Hecht che gli scrive una sceneggiatura? Il valore è personale. Se Zavattini avesse scritto una sceneggiatura per il regista pinco pallino il valore di Zavattini sarebbe stato sempre maggiore di quello del regista, pinco pallino. Questa diciamo è una risposta un pochino di superficie, dietro c’è qualcosa che ha valore maggiore. Penso, spero. Chi sceglie di scrivere, ha scelto di scrivere. Che poi quest’attività la svolga in teatro, con l’editoria, non cambia un granché. Chi ha scelto di essere narratore, ama narrare. E ama narrare sulla carta. Allora qui nasce un altro problema: qual è il rapporto fra la carta e la realizzazione filmica? Per chi scrive totalmente con dedizione totale, chi si ritiene narratore sulla carta, paradossalmente quasi non vuole stabilire un rapporto con il film realizzato. Questo può sembrare, assolutamente può sembrare una diaconia, un distacco fra due necessità,  quella del testo e quella della realizzazione. Ma in effetti, io e qualche altro…diciamo non tanti, siamo 2,3,4 o 5… pensiamo che chiunque collabori a questa faccenda, a questa cosa che si chiama cinema, debba essere totale per quel che lo riguarda. Chi scrive deve essere un totale narratore sulla pagina. Il regista dev’essere un totale narratore con la macchina da presa, con la telecamera. Se si incontrano bene queste due cose può venire fuori qualcosa di buono. Ma pensare che siano non due vasi comunicanti che potrebbero anche non comunicare, un testo scritto per il cinema deve avere valore di per sé.  Diceva Amidei : “ se da un copione cinematografico, si potrebbe ricavare un buon romanzo, significa che si potrebbe ricavare anche un buon film”. Se ho scelto di scrivere? Semmai mi posso dolere, non di avere fatto il regista – che in molti casi è una stupidaggine totale – ma di non aver scelto di scrivere, invece che per le case di produzione per le case editrici. Questo potrebbe essere un rammarico o anche una piccola viltà. Lo sceneggiatore, un bravo sceneggiatore, oltre ad essere un buon narratore ha anche un’altra qualità che non è un pregio, è un difetto… non volersi esibire più di tanto, non volere apparire più di tanto. Non doversi esporre più di tanto e non volersi prendere responsabilità più di tanto. Io penso che in America il regista tutto sommato, definendo genericamente il regista, di alto valore, di medio valore, di piccolo valore, ha meno responsabilità di quelle che si prende un regista qui da noi, quindi di questo bisogna dargliene merito. Il regista qui da noi è responsabile finanziariamente, scenograficamente, costumicamente, fotograficamente, come tempi di lavorazione si prende tutte queste responsabilità da superuomo; un po’ se le prende, un po’ gli vengono imposte. In America non è così. In America il regista è responsabile della realizzazione filmica. Addirittura ci sono interferenze da parte della produzione, di altri artisti, autonome che riguardano forse addirittura le immagini, certamente la scelta degli ambienti, dei  tempi di lavorazione, non riguarda totalmente il regista. Vabbé.

Talenti Nuovi Simpatie.

 Perché.. questa pluralizzazione del mestiere era all’epoca qualcosa di naturale.  Non era venuta ancora la scoperta di Nietzche nell’ambito più colto del cinema. Si riteneva, in modo corretto, quello che avevo accennato prima, che non si dovesse dare troppa importanza all’ego. Il prevalere singolarmente, soggettivamente, non faceva parte del desiderio di quelli che erano giovani allora, per lo meno non ne faceva parte quanto ne fa parte oggi.   Chi conosceva Nietzche lo, giustamente, detestava, e gli altri non lo conoscevano. Quindi, lo scrivere un testo per quei film, diciamo anche che nel momento in cui si facevano ritenevamo tutti che fossero dei filmetti che dovessero ricoprire lo spazio di una programmazione, di un mese, due mesi, una stagione e poi sarebbero finiti nel dimenticatoio.. ecco, questi filmetti, che fossero scritti da uno o da due o da tre o da quattro o da cinque o da sei, in realtà erano quei film fatti spesso di tanti episodi, non costituiva un ostacolo. Anzi diciamo che forse ci si divertiva di più perché queste persone poi.  Questi amici, erano realmente amici. Quello che univa a lavorare insieme non era soltanto quello per cui si era chiamati, cioè la sceneggiatura di un film fatto di tanti episodi forse anche di tanti attori, ma prima di tutto era un intento leggero, allegro di unirsi per realizzare qualcosa. Che questo qualcosa fosse un giornale, com’è stato anche per me, per Age e per altri, io .. la mia professione vera è giornalista, io sono giornalista professionista, ho cominciato la mia vita professionale, facendo il giornalista… Quella che si chiamava ricostruzion. In senso politico civile, riguardava anche gli animi in quell’epoca. E la pratica di questa ricostruzione era riavvicinarsi, riscoprirsi, riseguire il filo dell’umana simpatia mettendosi insieme in… ora, anche ora accadono queste cose: i giovani si mettono insieme. C’è chi dice no, non è vero anche se stanno insieme singolarmente tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro per realizzarsi in modo ognuno in modo aprioristico o del tutto soggettivo, non si trasmettono nulla, questo viene detto, è, ti avverto, viene detto alle vostre spalle. Quindi nessuno arricchisce un altro, un amico. Si è amici per motivi, questo viene detto, per motivi come dire, meramente esistenziali, lo stare insieme, fare certe cose insieme, desiderare certe cose insieme, ma nel momento di creare, il creare insieme, si dice, ma in questo caso un pochino lo sospetto anch’io, il creare insieme non è più un esperimento da fare, non è considerato un obbligo culturale. Posso sbagliare, dopo commedia all’italiana non ho sentito parlare più di niente. Nessuna definizione di un certo modo, di una certa maniera. Prima c’era stato il neo realismo lieve che ha preceduto la commedia all’italiana, prima ancora il neo realismo drammatico (padre di tutto il cinema italiano). Poi  io metto da parte la descrizione di quelli che vengono chiamati filoni ma a livello culturale non c’è più il … non è possibile riferire a un periodo. Ora la domanda potrebbe essere: una società ha cultura, ha una cultura rilevante se non è nominalmente identificabile, se non è … non solo come memoria ma anche come nomenclatura definibile? E si ha il sospetto che… di no, che non sia così. Allora, dire cinema italiano è una turbinatura, un impostura, che vuol dire cinema italiano?   Amo il cinema e amo il cinema italiano… il cinema italiano ha fatto tante cacate. Se ami il cinema italiano ami un certo buon cinema, quello che si differenzia da altro cinema, quindi culturalmente appartiene, quello che ha valore nel cinema italiano appartiene al rango creativo nobile, non strettamente cinematografico. Questo non deve impedire di difendere un po’ la possibilità, insomma di fare… anche perché il cinema poi tra l’altro è un’arte che… per essere poi… o non è arte Bho! Insomma, quello che è …per essere realizzato ha bisogno di tanti soldi.

Domanda 9 Le anime dannate del cinema italiano…è vero che il cinema attuale manca di ironia?
 

  No, questo mai! Ma! Ci sono dei produttori che dicono che l’ironia si è affievolita? E questi produttori che cosa intendono… a me non l’hanno mai detto…che cosa intendono per ironia, secondo te?

Bhe’ magari che il film è troppo triste… insomma

A me dispiace, sarebbe la prima volta che si da ragione ad una riflessione fatta, tu dici, io ci credo da un produttore… non succede mai, ma… in questo caso se fosse davvero… se si trattasse davvero di ironia, potrebbe essere vero. L’ironia non contrasta, anzi è tutt’uno deve essere narrativamente tutt’uno con la drammaticità. Se si toglie, si annulla l’ironia, si commette una falsificazione. Perché il dramma, in quanto, e si ritorna a quello che si diceva prima, tutto sommato è sempre ispirato a qualcosa che ha a che fare con la realtà. Se gli si toglie l’ironia, può suonare falsa, può diventare maniera, può diventare manierismo. Dai grandi autori, è inutile fare elencazioni, non puoi togliere l’ironia perché toglieresti dei pezzi di opera, o comunque, se si volessero analizzare le opere di grandi autori, tu vedi che in quelli veramente grandi, in loro l’ironia è sempre presente. Per autori grandi parlo di autori drammatici, naturalmente. L’ironia è sempre presente. E’ soltanto in certe opere manieristiche, e tutto sommato di meno valore, che l’ironia manca. Ho visto un’intervista, una cassetta fatta da una certa Di Lello, una ragazza che ha fatto una specie di biografia televisiva di John Fante, ha fatto delle riprese nel paese natale dei suoi genitori,

38                Nel paese dove ha vissuto, dove è nato in America, ha fatto un’intervista al fratello, ai colleghi, alla vedova, alla figlia e a critici, critici letterari americani di età giovane. Bèh!! Uno di questi ha detto una cosa che mi ha colpito, ha detto che: “il valore di John Fante in America è in crescita assoluta”, continua ad essere ritenuto di grande importanza letteraria, mentre, ha detto questo critico che mi pare si chiamasse Cooper, è decisamente in calo Hemingway, e mi pare che abbia aggiunto perché in Hemingway

39                Hemingway manca di ironia. E non dura nel tempo quanto invece… Come se poi l’ironia fosse appunto un conservante. Può darsi sia così, come la salamoia.

 

Domanda 10 Psicologia…

La psicologia è una materia recente in Italia. Una volta la praticava… ma mica tanti secoli fa’… una volta la praticava lo scrittore. Poi è diventata materia di studi, e sono nati gli psicologi che una volta non c’erano. Ma erano rari in Italia anche quando negli altri Paesi… ma non c’è nulla che sfugge alla psicologia, allora… socio-psicologia è una cosa rilevantissima perché poi la psicologia deve servire a quello. Però ci sono almeno non so quante professioni che dovrebbero prima di tutto passare dalla psicologia. Anche quelle politiche. Come fa uno… secondo me anche chi si candida per essere deputato deve aver fatto degli esami di psicologia. Psicologia sociale meglio ancora. Tu vedi che quando sentiamo dire delle cose, diciamo:”Ma! Conosce le persone?”. Una volta questa scuola di psicologia, l’uomo politico, soprattutto di sinistra, la faceva con il rapporto con la classe.  Con la classe sociale con cui questo rapporto doveva avere. E quindi, per lo meno circoscritta a quella cosa lì…ora, ora c’è una separazione, una dicotomia grave. Può darsi che storicamente sia cominciata, per colpa di nessuno, quando il giovane borghese, lo studente borghese, addirittura a 18 anni, andava fuori dalle fabbriche a insegnare qualcosa agli operai. Questo è accaduto in Italia. Voi non lo sapete… i giovani che facevano questo erano sinceri, erano leali, erano quelli che pensavano  Che la società dovesse avere un capovolgimento anche da parte di chi apparteneva alle classe sociali ragguardevoli, di rilievo. E quindi, e quindi però visto che appartenevano alle classi sociali borghesi, non andavano ad apprendere, andavano ad insegnare… che cosa? Non erano in grado di insegnare, dovevano apprendere anche loro. E allora se la classe operai, verso certi movimenti- si parla di ’68 per semplificare il discorso – certi movimenti giovanili è stata molto guardinga, e addirittura sprezzante, e la ragione è questa: perché non si sono mai avvicinati – io questo me lo ricordo – non si avvicinavano per reale fratellanza di apprendimento, ma con una loro piccola sapienza che poi ritenevano fosse grande. Ecco, non a caso questa cosa Pasolini la, insomma la intuì. Non sapete niente voi di Pisolini, tranne i film che ha fatto, vero? E’ così? MMMM Ma quando per… quello che accadde a Roma nel ’68 fra studenti e poliziotti…fu una delle primissime volte in cui la polizia non sparò…perché aveva di fronte non più operai, ma aveva di fronte studenti. Appartenenti, a una classe maggiore, superiore. E lui fece quella bella poesia, ed era decisamente dalla parte dei poliziotti…perché erano figli di miserabili, perché avevano… indossavano una divisa di panno ruvido che odorava di rancio, e dall’altra parte c’erano dei ragazzetti con la faccia antipatica come quella dei propri genitori, cioè della classe dominante. Fu una cosa eccessiva, una cosa volutamente paradossale, però…ecco, questo accadde. Ma perché abbiamo parlato di questo? Questo è … lasciò tracce nel cinema, è uno di quei BUCHI di cui si parlava prima.

 

Domanda Gassman: lei riesce a indovinare chi ha detto: da giovane ero arrogante e fanatico, . . . poi ho scoperto che sono tutte stronzate . . .

Non lo so, non mi è simpatico questo personaggio almeno non mi era simpatico quando lo diceva.

 Elenco di nomi…

 Ma chi è stato arrogante e fanatico? (si interroga).

  Non saprei …

Era Vittorio Gassman

Ah si ho capito, vabbè detto da lui va bene. La presenza fisica, la prestanza avevano il loro valore. E’ tutta da contestare questa cosa. Non è sincero.  Il fatto che l’abbia detto lui non significa veramente niente.   E’ più cattiva di quella che lui…

 

Domanda 12 E' meglio la Roma di oggi?

… Roma è un po’ migliorata, dieci anni fa era peggio. E’ solo che non ci sono gli spazi, i tempi, non ci sono i momenti inutili. In cui non si fa niente, si chiacchiera, si perde tempo. Questi c’erano quando eravamo giovani. L’unica ossessione era la fame, si aveva fame poi per il resto andava tutto bene. La casa non si aveva, ma! Si viveva in camere ammobiliate, Si dormiva nelle redazioni dei giornali, sulla scrivania. No, questi problemi da giovani non si… la fame sì, la fame, la fame… la fame si pativa. Non era mai sufficiente il mangiare. Però invece si conversava insieme, questo sempre. Ci vuole una radice comune che non è solamente quella di vivere insieme i momenti quotidiani…ci vuole il pensiero, eh? Se i giovani hanno soltanto un pensiero che non è un pensiero… questo non li unisce. Il pensiero che unisce è di natura psicologica, filosofica, politica. E’ il desiderio…è un desiderio che magari si aveva anche il pudore di non manifestare, ma che univa. Era il pensiero di una vita migliore, non per noi, per tutti. E questo era molto forte perché c’era miseria diffusa. La miseria unisce.

Anche la leggerezza…

          Sì sì, ma la leggerezza tipica di due cose: dell’età e anche di un’allegria subentrata alla tragedia. Fame, morte, distruzione, orrore, vergogna, e quando tutto questo è finito la gente batte le mani e ride.

 

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