22 nov 2002

Dario Ghelfi

PIANURA E MONTAGNA IN PAKISTAN

 

Chi scrive ama il viaggio. Ha viaggiato molto, da giovane, e continua, pur con qualche difficoltà (organizzativa), a farlo anche oggi. Il viaggio come metafora e come immersione nello stra-ordinario, il viaggio "fai da te", con i mezzi pubblici del Paese che si visita, in mezzo alla gente. Ciò non significa che non sia sempre e comunque illusorio credere di capire un luogo (e la sua gente), semplicemente attraversando le sue contrade. La lingua (un ostacolo a volte insormontabile), l’occasionalità degli incontri (non si scelgono gli interlocutori), gli itinerari spesso obbligati (tutti in Perù passano per Cusco, tutti in Cina passano per Xian) sono tutti elementi che incidono negativamente sugli obiettivi del capire e del conoscere. Ovviamente chi viaggia deve possedere quella cultura geo-politico-storica, senza la quale, si può anche vivere per anni in un Paese, senza venire a conoscenza di nulla.

E a tutto questo aggiungiamo la letteratura: gli scrittori, infatti, riflettono la società in cui vivono (utilizzando, magari, filtri e specchi deformanti), sono gli interpreti delle pulsioni della gente, sono i custodi del passato, sono i profeti del il futuro. E ci interessano, in modo particolare, gli scrittori dei Paesi lontani, di quei Paesi che oggi si trovano, magari, scagliati sulla scena della ribalta internazionale, a causa di avvenimenti eccezionali e drammatici.

Un esempio vale per tutti: il Pakistan, di cui i giornali parlano, quasi esclusivamente in relazione ai contrasti con l’India per il Kashmir, alle sue vicende elettorali, alla saga della famiglia Bhutto, ai suoi colpi di stato, ai contrasti interni tra le diverse etnie e alle violenze degli integralisti islamici contro i cristiani. Ultimamente Il Pakistan ha occupato parecchio spazio nello schermo televisivo, in relazione al suo passaggio da protettore dei Telebani dell’Afganistan ad alleato di Bush e della sua guerra infinita.

Ma dei pakistani e delle pakistane cosa sappiamo? Che informazioni abbiamo sulla loro vita quotidiana? Praticamente nulla.

 

Ed ecco due bei volumi, di autori pakistani, che squarciano il velo.

 

Il primo: Mohsin Hamid, Nero Pakistan, Piemme, Casale Monferrato, 2002.

Lo sfondo: la pianura e la città.

Quadro di riferimento: la borghesia cittadina.

Il protagonista é Daru, un giovane tutto sommato ben introdotto nella borghesia filo-occidentale (ha uno zio influente), anche se ha qualche difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, (a seguito della perdurante crisi economica, che restringe le possibilità di trovare buoni impieghi). Daru lavora, comunque, in una banca (dunque è pur sempre in una posizione privilegiata) e la sua vita scorre tranquilla, anche se un po' noiosa, nella piatta Lahore. Ha un giovane servo (che, tra l’altro non percepisce alcuna remunerazione, essendo già tanto vivere con il suo padrone), abita in una villetta (con tanto di impianto di aria condizionata), "frequenta" (nel senso che partecipa a feste di borghesi spocchiosi e più ricchi di lui), consuma quel tanto di alcoolici e di droga. Non è un ribelle, ma un giorno risponde male ad uno dei migliori clienti della banca in cui lavora; è licenziato su due piedi, nel senso che viene letteralmente accompagnato dal direttore e da una guardia del servizio interno, fuori dell’edificio, immediatamente dopo che si è verificato il fatto. Inizia, lenta ma inesorabile, la discesa agli inferi del "nostro"; il primo segno è l’interruzione della refrigerazione, perché mancano i soldi per comperare il combustibile per l’impianto di condizionamento, poi il piccolo servo l’abbandona, mentre l’unico modo di procurarsi il denaro rimane il piccolo spaccio di droga. La situazione si complica: Daru diventa l’amante della giovane e disinibita Mumtaz, la moglie del suo amico Ozi, poi rovina sempre più, alleandosi ad un piccolo criminale, tale Murad; finisce in prigione. Ciò che ci colpisce è che le vicende personali del giovane Daru hanno come sfondo una società che non sembra offrire alcuno sbocco; da una parte una piccola borghesia corrotta, legata doppio filo all’occidente, che respira i miti dell’America (la massima aspirazione è studiare negli U.S.A. e lavorare per una qualche multinazionale nordamericana), che impazzisce per l’aria condizionata, e dall’altra una sterminata folla di diseredati (che si intravede solamente, perché nel romanzo non compare mai esplicitamente). Sullo sfondo l’integralismo dei "barbuti" (quello di cui parla la televisione, quando ci mostra le manifestazioni a favore di Bin Laden), ai quali si accenna qua e là nel corso delle pagine. Non sembra esserci alcuna soluzione positiva alla situazione pakistana: o perdura il dominio di una classe minoritaria e servile che cristallizza una società profondamente ingiusta e corrotta, o vince l’ugualitarismo religioso, oscurantista ed astorico.

 

Il secondo: Bapsi Sidhava, La sposa pakistana, Neri Pozza, Vicenza, 2000.

Lo sfondo: la montagna.

Quadro di riferimento il tribalismo e la condizione femminile in quella società arretrata (e l’autore è una donna).

Il titolo è abbastanza fuorviante, perché la drammatica vicenda del matrimonio della giovane Zaiton ("la sposa"), non occupa che l’ultima parte del libro, che, attraverso la storia particolare di Qasim, un pashtun delle montagne della N.W.F.P. (North West Frontier Provincies), lascia intravedere quella più ampia del Pakistan. Dell’area delle tribù semi-indipendenti della frontiera nord-occidentale (della stessa etnia dominante in Afganistan), ha parlato molto la stampa, in occasione dell’attacco U.S.A. a Kabul.

Il libro inizia con la fuga di Qasim, da Jallandur verso Lahore, quando, la divisione, dal giorno alla notte, nel 1947, in due parti del Punjab determinò lo spostamento di centinaia di migliaia, di milioni di persone, in fuga verso l’India o verso lo stato musulmano del Pakistan.

Qasim fugge (non dopo aver tranquillamente assassinato un impiegato della ditta presso la quale lavorava, colpevole di averlo offeso), scampa al massacro che i Sikh tendono al treno che lo trasporta e prende con sé una bimba, Zaiton, i cui genitori sono stati invece uccisi. Zaiton cresce come sua figlia e nonostante le dure condizioni di vita, ha una fanciullezza ed un’adolescenza serena, anche se i guai incominciano a preannunciarsi (come sempre accade per il genere femminile nei paesi islamici) con l’arrivo delle mestruazioni ("Ora sei una donna. Non giocare con i ragazzi – e non lasciarti toccare da nessun maschio. E’ per questo che io porto il burqa …", le dice una donna, moglie di un amico di Qasim, che cura un po’ la sua educazione). Nel libro si racconta della dura vita nei campi di raccolta dei profughi dell’India, ma l’esistenza scorre, nonostante tutto, nella normalità, finché un giorno Qasim promette in moglie la propria figlia adottiva, ad un influente figlio di un capo di un clan delle montagne. Zaiton, è dapprima quasi affascinata dal fatto di andarsene a vivere in quelle montagne di cui tanto le ha parlato il padre, mentre la vecchia amica scongiura Qasim di non lasciare la giovane figlia in balia dei selvaggi della montagna, da cui, teme, la ragazza non uscirà viva. Ma c’è in ballo l’onore e per questo Qasim è anche disposto ad uccidere la figlia adottiva piuttosto che venir meno alla parola data. E così Zaiton, che è assolutamente inesperta dal punto di vista sessuale, va in sposa al giovane Sakhi. Lahore, la pianura e Qasim scompaiono, per far posto alle montagne, vere e proprie protagoniste della storia, assieme ai loro rudi abitanti. Sakhi nasconde la sua debolezza con una violenza inaudita nei confronti della moglie e considera alla stregua del tradimento anche il fatto che la giovane sposa osservi dalla cima di un dirupo i camion che in lontananza si arrampicano sull’Himalaya Higway. Nel racconto si inserisce, poi, la storia d’amore e di passione che travolge una giovane americana, Carol (moglie di un tecnico pakistano) con il Maggiore Mushtaq, che comanda un avamposto nello Swat kohistano, ai confini con la N.W.F.P. Anche questo è un amore che vede perdente la donna, già infatuata della civiltà orientale e poi delusa dall’atteggiamento, prima, del marito e poi dell’amante. Poi, le ultime drammatiche pagine che raccontano la disperata fuga di Zaiton verso l’avamposto dei militari, mentre tutto il clan del marito (la sua fuga è un’offesa non solo per il marito ma per tutti) le dà la caccia.

 

 

 

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