22 marzo 2011 da Valentina Bosi: Il Nastro bianco

Avrete notato che le raffinate cinefile di nome Valentina che collaborano con acute interviste ad argentoeno.it sono ben due; si può desiderare di più? aggiungo anche che l'approccio allo stesso film (ottima casualità) è sensibilmente diverso e questo rende doppiamente gradita la coincidenza.

Grazie ragazze, contiamo su di voi.

beppe

 

Il Nastro Bianco – La purezza perduta

Chi ha detto che la vita del tradizionale villaggio rurale, con i ritmi lenti, scanditi dalle campane della chiesa, dalle lodi della domenica e dalle stagioni, era più a misura d’uomo? Coerente con una sua bontà innata? Qui siamo distanti anni luce da tale ingenua concezione: siamo negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale, in un villaggio protestante della Germania del Nord. Un microcosmo che assurge a modello-laboratorio della futura Germania nazista, dove intolleranza, apatia e invidia (come giustamente sottolinea la moglie del barone, personaggio della storia) sono sentimenti che si insinuano nella vita del villaggio, celati da rigide convenzioni sociali, in cui la bontà e l’aiuto verso il prossimo, altro non sono che una finzione. (Klara, la figlia del parroco riporta come giustificazione ai suoi strani comportamenti una motivazione che fa appello alla sua dichiarata “bontà d’animo”).

 

 Il rigido bianco e nero del regista austriaco Micheal Aneche (crudo ed estremo come l’avevamo visto già in Niente da Nascondere), senza ombre né sfumatur, insieme alle inquadrature statiche in cui si muovono i personaggi, è capace di rendere tutta la drammaticità della trama senza per questo cadere nel tedio.  Il regista riesce a descrivere con spietata lucidità alcune anime nere, in cui i semi dell’assolutismo erano già stati piantati, senza giudicare né commentare in una cronaca che mette i brividi. Ma veniamo alla trama.

La vita scorre apparentemente tranquilla nel villaggio tedesco: abbiamo la casa padronale e il relativo ménage delle famiglie contadine che vi lavorano, il parroco del villaggio con una famiglia numerosa, il dottore che, rimasto vedovo, è aiutato nel suo lavoro da una levatrice con un figlio ritardato. Fino a quando una serie di incidenti scuote la tranquillità della comunità: il dottore cade da cavallo a causa di un sottile ma resistente filo di nylon posto tra due alberi; la moglie di un contadino muore cadendo da un’impalcatura; il figlio del padrone, Sigi, viene frustato;  il figlio dell’assistente del dottore, Karl, il bambino ritardato, viene ritrovato senz’occhi. Nel frattempo ci accorgiamo del clima violento che pesa come un macigno su un’apparente tranquillità: il parroco alleva la propria famiglia secondo duri precetti morali e religiosi, tanto che i figli vengono battuti con la verga. Inoltre viene loro imposto di portare un nastro bianco tra i capelli o attorno al braccio, in segno di purezza o di punizione per una fantomatica purezza perduta. (Martin, figlio del parroco, viene legato al letto dopo aver confessato di compiere atti impuri sulle sue “giovani carni”). Il peccato diventa una vera e propria malattia con tanto di sintomatologia annessa, che porta inevitabilmente ad una morte orrenda mentre la purezza, nastro bianco o no, è perduta per sempre, pesando su un’intera generazione che pagherà le crudeltà dei genitori.

 

 

Altra figura di dominio esercitata, è quella del dottore, violento nei confronti della moglie e della attuale aiutante e amante, nonché molestatore della figlia Annah quattordicenne. L’unico personaggio per noi rassicurante (e rasserenante) è il maestro del villaggio, voce narrante della vicenda, nonché investigatore attento e osservatore dei bambini del villaggio; il suo sguardo implacabile, inquietante (e falsamente naïve) è ossessivamente presente al momento di ogni misfatto.  Dopo il tentativo di accusare i bambini quali artefici dei crimini al parroco, e avendo ricevuto in cambio insulti e minacce, l’insegnante torna al vecchio lavoro di sartoria del padre, lasciando definitivamente il lavoro di educatore. L’intero villaggio, invece, continuerà la sua inquietante pantomima, offrendo come possibile ragione agli inspiegabili delitti la fuga del dottore con la sua assistente e con il figlio di lei (il bambino disabile reso cieco). Ancora una volta si preferisce credere che il male sia esterno a noi: responsabile è la famiglia degenerata (si era sparsa la voce che il bambino disabile fosse in realtà figlio del dottore e che egli, per non destare scandalo, avesse tentato di far abortire la donna senza successo), che si allontana dalla comunità per senso di colpa. L’accusa ai terzi, piuttosto che mettere in discussione il proprio sistema morale ed educativo: il salto di qui alle leggi razziali del ’38 è dunque molto breve nella visione di Aneche, che ci mostra come il seme del male possa germogliare in un ambiente di costante violenza e intolleranza, coperto da una spessa coltre di cieco moralismo e di estremo autoritarismo tra le generazioni, che cancella completamente ogni rapporto umano.

 

 


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