22 marzo 2008
Dario Ghelfi

Con questo lavoro su una biografia di Pancho Villa Dario inaugura le "recensioni multimediali"; infatti cliccado sulla copertina del libro si aprirà il "corrido" (una sorta di ballata tradizionale della cultura messicana), costituito da un montaggio musicato di rari filmati della rivoluzione messicana; analogamente i link su Zapata e sulla morte di Villa richiamano immagini e filmati di grande interesse.

PANCHO VILLA

 

         Finalmente un’opera, che il suo autore definisce una “biografia” narrativa, che fa giustizia del grande protagonista della rivoluzione messicana, della quale il grande pubblico ha avuto, in tutti questi anni, un’informazione distorta, sostanzialmente trasmessa dal cinema. Rivoluzionari messicani, sempre e solo a cavallo, spesso banditi casualmente conquistati alla causa, nessun riferimento al contesto sociale (se non un’indiscriminata descrizione della povertà dei “peones”), mancanza assoluta di riferimento alle città e al loro tessuto socio-economico. Per di più, noncuranza assoluta nello spiegare gli sviluppi della rivoluzione, che vide, via via, scomparire i suoi “figli”, in una sanguinosissima guerra civile fratricida.

 

Cliccare sull’immagine per attivare il “corrido”

  

         Paco Ignacio Taibo II, Un rivoluzionario chiamato Pancho. Pancho Villa. Una biografia narrativa, Milano, Troppa, 2008, risponde alle domande che ci poniamo sulla rivoluzione messicana e su uno dei suoi più grandi protagonisti, con una scrupolosa rassegna degli avvenimenti, fondata su una ricerca puntigliosa e “minuta”. Spesso, in ordine a specifiche situazioni, Taibo II, procede alle sue riflessioni, alle sue induzioni, osservando delle foto: una “tecnica” che ha ampio spazio nel racconto.  Dal punto di vista storico, finalmente, la situazione si chiarisce. Eccone i diversi passaggi.

 

1. Diaz e Madero

         In prima istanza, c’è la rivolta per cacciare il decrepito dittatore, Porfirio Diaz. Villa (con un passato di “bandolero”) è dalla parte del liberale Francisco Madero ed in suo nome libera, con Orozco, Ciudad Juarez, mentre nel sud, nello stato di Durango l’insurrezione è guidata da Zapata.

2. Madero

          Diaz alla fine rinuncia e diventa Presidente un moderatissimo Madero, che non solo delude i suoi sostenitori (non propugnando alcuna riforma) e che lascia sostanzialmente intatta la struttura militar-capitalista ereditata dal suo predecessore. Suo principale collaboratore diventa il Generale Huerta (militare alcolizzato e violento che diventerà, poi, il protagonista della celeberrima canzone “La cucaracha”, lo scarafaggio), con il quale Villa è chiamato a collaborare e che rischierà di essere da lui fatto fucilare.

 

3. Huerta e Carranza

  Huerta  assassinerà Madero e restaurerà il potere del blocco sociale che dominava con Diaz e che il liberale Madero non aveva nemmeno scalfito.

         Villa viene incarcerato a Città del Messico, fuggirà, prende le armi contro Huerta e contro Orozco, che nel frattempo si è alleato (in un’incredibile associazione con magonisti e latifondisti) al militare golpista.

         L”autobiografia narrativa” continua con il minuzioso racconto delle azioni militari di Villa, che in sostanza liberà lo Stato del Chihuahua; ciò che ci interessa è sottolineare come Villa riesca a trasformare la sua forza ribelle in un vero e proprio esercito, con uno stato maggiore, con tanto di gerarchia militare, con uniformi, con reparti di artiglieria e perfino con una piccolissima aviazione. Villa diventa contemporaneamente un amministratore, alla ricerca disperata di danaro per poter acquistare le munizioni, che non si fabbricano in Messico. Si può dire che tutta la rivoluzione messicana ha avuto come riferimento la frontiera con gli Stati Uniti, da dove passava un continuo contrabbando di armi e, naturalmente, di munizioni. Di qui l’importanza di avere sotto controllo la frontiera; di qui il valore strategico di Ciudad Juarez, laddove Villa traeva profitti, a favore dell’armamento del suo esercito, tassando, perfino, i proventi dei casinò e dei bordelli.

         Contemporaneamente Villa (che per un po’ di tempo ricopre anche la carica di governatore di Chihuahua, che poi passarà ad un suo fedele luogotenente) procede a riforme sociali, batte valuta, lotta contro l’alcoolismo (è quasi una mania, la sua), sostiene l’istruzione. Questa attività frenetica non gli impedisce di “accumulare” mogli (ha una certa tendenza a sposare le donne che ama) ed avventure, che spesso si “concludono” con la nascita di figli. Nella “Nota Finale” del volume, “un elenco alquanto incompleto e impreciso delle mogli e delle compagne di Pancho Villa, escludendo le relazioni occasionali e “l’elenco – comunque lacunoso – dei figli”, occupa DUE PAGINE! Una figura, indubbiamente, carismatica e di grande fascino.

Altro elemento importante della storia di Villa. Nonostante sia idolatrato dai suoi uomini e dalla gente, non ha mai la pretesa di porsi come il dirigente supremo della rivoluzione. Nella sua lotta contro Huerta il suo punto di riferimento è Venustiano Carranza, che si è autoproclamato presidente, unico dei vari governatori ad avere rifiutato di aderire al sollevamento golpista di Huerta. Così come si era considerato sottoposto a Madero, così Villa considera suo comandante supremo Carranza, che sin dai primi momenti lo teme e lo ostacola, impedendo agli altri eserciti carranzisti (tra i quali si distingue ben presto la Divisione dell’Est di Obregon) di supportarlo nelle sue azioni militari. Man mano che la fine di Huerta si avvicina, i contrasti tra Villa e i carranzisti si fanno via via più forti ed aspri, in quadro rivoluzionario (quello carranzista) dominato da una vera e propria selva di “signori della guerra”, pronti a passare da un comandante di divisione all’altro.

 

  

Area di azione di Villa, anti-Diaz e anti-Huerta

 

 4. Convenzione – Carranza

          Huerta cade, in una situazione sempre più caotica, che ha anche visto uno sbarco americano a Vera Cruz.

         I capi militari vincitori si riuniscono in una convenzione, mentre il contrasto tra Villa e Carranza è ormai alle stelle. Villa propone di autoesiliarsi, purché altrettanto faccia Carranza, che rifiuta. Nuova frattura nel campo rivoluzionario: la rivoluzione “divora” i suoi figli.

         Vera Cruz viene abbandonata dagli americani; Villa e Zapata entrano, nel 1914, a Città del Messico. C’è una foto, che è passata alla storia ed è quella che vede i suoi rivoluzionari seduti su due poltrone del Palacio Nacional.

         E’ il momento più alto della rivoluzione; Taibo II ci racconta spezzoni di quanto si sarebbero detti i due rivoluzionari.
“Con quegli uomini [i carranzisti] non avremmo mai avuto né progresso, né benessere, tanto meno distribuzione delle terre, ma una tirannia nel paese intero, che ne avrebbe decretato la fine” … “Io non voglio incarichi pubblici, perché non saprei cavarmela. Vedremo dove stanno quelli competenti, da parte nostra possiamo solo cercare di fare in modo che non rovinino tutto” … “Io capisco bene che la guerra la facciamo sempre noi, gli uomini ignoranti, per farla poi approvare dai governanti; ma almeno che la smettano di piantare grane”

Scoppia l’ennesima guerra civile, questa volta tra la Convenzione, che si elegge un Presidente della Repubblica nella figura del Generale Eulalio Gutierrez e Carranza, che ha dalla sua parte, quello che risulterà essere il più brillante generale di tutta la rivoluzione, Obregon. E le cose si complicano, anche perché si accendono quasi immediatamente contrasti tra il nuovo Presidente Gutierrez, che maneggia per arrivare ad un accordo con Carranza e Villa, mentre c’è un passaggio di capi militari dal campo della Convenzione e di Villa a Carranza.

4b. Convenzione – Carranza   Villa – Obregon

         La parte centrale dell’”autobiografia narrativa” è dedicata alla minuziosa rassegna degli scontri militari, che hanno come sfondo territoriale il Messico centrale, attorno a Città del Messico, in particolare tra il Distretto Federale e San Luis Potosì.

Nello specifico, Villa, il più valente generale della Convenzione, si trova a scontrarsi con il Generale Obregon, il migliore dei carranzisti; ne uscirà sconfitto, non tanto per il fatto (come alcuni hanno scritto), che Obregon rappresenta la guerra moderna che utilizza al posto delle cariche di cavalleria i nidi di mitragliatrice, quanto perché a Villa (che tra l’altro ha un’artiglieria più potente di quella del suo avversario) mancano, nel momento cruciale del combattimento, le munizioni (riceve dagli Stati Uniti una partita di pallottole di legno, di piombo solo ricoperte, e le granate per i cannoni, prodotte in loco, sono difettose).

Ci sono, a questo punto, alcune osservazioni da fare, a parte la constatazione della ossessionante ricerca e penuria delle munizioni che è stata determinante a consacrare i vincitori.

Rimane valida l’importanza della cavalleria, ma ciò che ci stupisce è l’uso strategico dei treni; la rivoluzione messicana è, soprattutto una guerra di treni (treni che si spostano da una parte all’altra), che ricorda l’altra famosa guerra con i treni, quella civile, tra rossi e bianchi, in Russia (con il famoso treno di Trotsky, immortalato nel film dedicato al “Dottor Zivago”).

Poi va precisato che, al di là della presentazione falsa di tanti film, la rivoluzione messicana è una guerra di eserciti, non di un esercito contro bande di ribelli. I ribelli sono anche essi organizzati in esercito, Villa, lo abbiamo già scritto, ha uno suo stato maggiore e deve preoccuparsi di quelli che sono i classici problemi che tutti i comandanti hanno di fronte: la sanità (e Villa “inventa” i treni-ospedale), i rifornimenti, le uniformi, il denaro per pagare i soldati e via dicendo.

Ma ciò che colpisce é la crudeltà di questa rivoluzione, in cui tanti eserciti si affrontano ed alla fine della battaglia, regolarmente i vincitori fucilano tutti gli ufficiali catturati (a prescindere dagli ufficiali di artiglieria, cui sempre Villa salva la vita, per la loro “specializzazione” ed importanza strategica). Tanto più che la lotta diventa sempre più fratricida, con i vecchi compagni che combattono contro quelli che erano stati i loro commilitoni in lotta contro il vecchio nemico. Sorge spontaneo un sospetto. Quando tutti combattono contro Huerta, il fronte antihuertista si distingue sostanzialmente in due gruppi. Da una parte quelli che appaiono essere degli irregolari (che comunque si sono organizzati e strutturati in potenti macchine belliche, in veri e propri eserciti, come la famosissima Divisione del Norte di Villa), spesso ex banditi, con gli ufficiali (generali compresi) che i galloni se li sono conquistati sul campo. Dall’altra il vecchio esercito che si è trasformato, ma che non si è mai liberato dal marchio di fabbrica di tipo porfirista, per cui quando la situazione cambia, gli ufficiali trattano da banditi i nuovi avversari, impiccano tutti i prigionieri, non facendo eccezione nemmeno per gli ufficiali e i generali villisti, che considerano dei banditi (l’ “achtung banditen” non è stato inventato dai tedeschi). Siamo lontani dal “galateo” di guerra europeo, quando i generali mandavano tranquillamente al macello centinaia di  migliaia di soldati, ma rendevano “cavallerescamente” gli onori al comandante avversario caduto; e questo fin quasi ai giorni nostri, con l’ammiraglio Togo che fa issare sui pennoni delle sue navi le bandiere nere, in segno di lutto per la morte dell’ammiraglio russo suo avversario. Dovranno arrivare agli americani, che con la seconda guerra mondiale cominciano ad impiccare i comandanti nemici (non che i nazisti e i bellicisti giapponesi non lo meritassero, comunque).

4b.  Carranza  Villa e la guerriglia

  Sconfitto da Obregon, Villa scioglie la Divisione del Norte ed apre uno straordinario fronte di guerriglia, spostandosi di volta in volta di centinaia di chilometri, conquistando una città e poi un’altra (e non si tratta di piccoli villaggi, perché cade nelle sue mani la stessa Chihuahua), prendendole e poi abbandonandole, nascondendo qua e là armi, denaro (c’è, ancora oggi, chi cerca questi fantomatici tesori), munizioni, sciogliendo le sue milizie e ricompattandole, successivamente, con appuntamenti a tempo ed in luoghi diversi. Sembra avere il dono dell’ubiquità, anche perché ovunque i suoi uomini attaccano, lo fanno gridando il suo nome, dando ad intendere che il comandante sia con loro. Di contro “muore” innumerevoli volte, organizza dicerie sui vari luoghi in cui sarebbe sepolto. In ultima analisi è vivo, è morto, è nei luoghi più disparati.

Nel contempo gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta ed hanno riconosciuto il governo di Carranza, il che significa che la frontiera si chiude a Villa, che non riesce più a procurarsi le armi e le ricercatissime munizioni. Di conseguenza c’è una svolta antistatunitense di Villa, che organizza, contro gli ormai odiatissimi gringos, addirittura una escursione in territorio nord-americano, occupando per poche ore il villaggio di Columbus. Gli Stati Uniti risponderanno con una spedizione punitiva (comandata dal generale Pershing, che diventerà poi il comandante in capo delle truppe americane nella prima guerra mondiale in Europa) che scenderà in territorio messicano, con l’obiettivo di catturare Villa e che si concluderà con un nulla di fatto, tra l’ostilità degli stessi carranzisti.

Ma la guerriglia si fa sempre più dura. Il generale carranzista che ha di fronte non è più Obregon (ormai ministro della guerra di Carranza), ma Francisco Murguia, arraffatore di beni pubblici, che si arricchisce con la guerra e che si distingue nell’impiccare i prigionieri, non riescendo, tuttavia, a battere e a catturare Villa. La guerriglia fa, piano piano, il vuoto attorno a Villa, nel senso che in combattimento o “giustiziati” una volta caduti prigionieri, perde i suoi più cari compagni di lotta. Poi il Paese è sempre più stanco di questa lotta fratricida, tanto che la “spagnola”, la pandemia che decimò l’Europa dopo la prima guerra mondiale, viene quasi vista come una maledizione divina, per l’incapacità dei messicani di por fine alle loro lotte intestine. Nel frattempo è caduto anche Emiliano Zapata, in un agguato organizzato da Carranza.

5. Adolfo de la Huerta e la fine della guerra civile  Obregon Presidente

 Si apre il gioco delle elezioni alla suprema carica di Capo dello Stato. Carranza viene ucciso da un ufficiale della sua scorta e diventa Presidente Provvisorio Adolfo de la Huerta. Si intavolano trattative e pur tra tradimenti, doppi giochi ed ostacoli (contro la trattativa sono i generali Obregon e Calles, che diventeranno, poi, entrambi Presidenti della Repubblica), si giunge a quella che viene definita non la resa, ma il ritiro a vita privata di Pancho Villa. Pancho ottiene, in un certo senso, buone condizioni (anche per i suoi uomini) e gli viene data una hacienda che, presto trasformerà in un vero e proprio polo di sviluppo. La sua popolarità è sempre altissima e c’è anche chi gli chiede di concorrere alla carica di governatore di Chihuahua, ma Pancho rifiuta. Chi non sta con le mani in mano sono i suoi nemici, che organizzeranno un agguato che sarà fatale a Pancho, che cadrà crivellato da proiettili nella sua auto, il 20 luglio del 1923, a Parral. Se si conoscono i componenti del gruppo di fuoco, dei sicari (un gruppo di figure secondarie che avevano debiti di sangue con Villa), non si arriverà mai a scoprire il livello superiore, dei mandanti, anche perché il governo non istituirà mai una commissione di inchiesta, che invece fu posta in essere dal Parlamento. I sospetti si addensano sul generale Calles; Obregon sembra non avere responsabilità dirette, anche se appare certo che sapesse della congiura e che non abbia fatto nulla per fermarla (Villa vivo era sempre, comunque, un pericolo per le nuove istituzioni).

Villa era ed è rimasto un mito, alimentato anche dalle vicissitudini occorse la suo cadavere. Dapprima la tomba fu profanata e scomparve la testa (c’è una messe di ipotesi di dove si trovi), poi, quando le sue ossa furono portate a Città del Messico, nel Monumento della Rivoluzione, nel 1976, si fece strada la convinzione che quelle esumate non fossero le ossa del grande rivoluzionario, ma di una donna, considerato che un osso portato da un giornalista in Procura, fu giudicato, da un medico ginecologo, un osso pelvico femminile. Dunque non si è certi di nulla e ironicamente conclude Taibo II: A quanto pare, al di là dei resti dissolti di una memoria collettiva, che continua ad aggrapparsi al suo nome e alla sua figura, Francisco Villa, fedele alle sue migliori tradizioni, e al suo singolare stile, è sfuggito per l’ennesima volta al sistema che lo ha sempre braccato.

         Un’ultima nota. Chi scrive è sempre stato convinto che quando si legge una storia, sempre occorra collocarla nei luoghi dove ebbe il suo svolgimento. Ma mai come per questo volume, l’osservazione è calzante: la sua lettura ha senso solo se accanto al testo c’é una carta del Messico, perché quelle terre Pancho Villa le ha percorse tutte e noi non possiamo capire la sua vicenda umana e storica se non lo seguiamo di fiume in fiume, di serra in serra, di città in città.

 

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