21 aprile 2011   Dario Ghelfi

EUROPA ED ISLAM

 

          Evidentemente oggi l’attenzione di tutti è concentrata sulla guerra scatenata da un gruppo di Paesi della NATO (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed in seconda fila, Italia e Spagna), con il solito avallo dell’ONU (coinvolto, questa volta, prima, anziché dopo, come d’abitudine, in questi ultimi anni) contro la Libia, contro il già nostro riverito ed osannato ed accontentato nelle sue stravaganze, alleato Gheddafi, accusato di massacrare il suo popolo[1]. Sono altrettanto evidenti le ragioni dell’attacco, anche nella semplice considerazione, che in tutti questi anni nessuno, tra i capi di stato e di governo, si era accorto che il popolo Gheddafi lo massacrava da tempo[2]. E suona strano come nessuno abbia mai pensato di bombardare il Sudan, responsabile dei massacri nel Darfur (e qui non c’è dubbio che il massacro, e di entità macroscopica ed allucinante, ci sia stato, anche perché lo stesso tribunale dei vincitori, solo ora così sollecito ad indagare sul “rais” di Tripoli, ha già incriminato ed ordinato l’arresto del presidente sudanese Bashir). E che dire della Birmania? Ma l’elenco sarebbe lungo, lunghissimo. Per non parlare del paradosso rappresentato dall’Arabia Saudita (che è il Paese da cui è partita la grande maggioranza degli attentatori delle Torri Gemelle, dove agisce una polizia religiosa e dove i diritti delle donne sono misconosciuti; ma non c’è nessuno che lo ricordi?), che appoggia la guerra alla Libia e che reprime le manifestazioni del dissenso a casa sua ed interviene a reprimere quelle all’estero, inviando suoi soldati nel Bahrain!

          L’altro argomento di discussione è quello che molti chiamano Risorgimento arabo, con una certa imprudenza, perché non sappiamo quale sarà l’evoluzione della situazione, delle situazioni, a meno che non ci rifaccia all’autentica storia del nostro Risorgimento, che poco ha a che vedere, con quanto ci hanno raccontato in questa fase di festeggiamenti dei “150”[3].

          Entrambe le situazioni hanno diretto l’attenzione anche verso il fenomeno della fuga dal Nord Africa; l’aumento degli sbarchi viene utilizzato dalla Lega per preconizzare un’invasione dalle cifre a sei zeri (quando si sa che la stragrande maggioranza dei clandestini arriva in Italia via terra o attraverso i cieli, con visti di soggiorno per turismo) per fomentare la paura e l’avversione verso gli stranieri poveri.

          Ed è per questo che ci sembra opportuno ricordare il recente Festival della rivista “Internazionale” a Ferrara, che ha offerto lo spunto per riflettere sui problemi dei rapporti tra islam ed Europa. Tra i tanti, privilegiamo l’incontro del 3 ottobre, dall’evocativo titolo, “Uno spettro si aggira per l’Europa”, con gli interventi di Ian Buruma ( saggista e giornalista olandese, autore di “Assassinio ad Amsterdam. I limiti della tolleranza e il caso Theo Van Gogh”), di Tariq Ramadam, islamologo svizzero (autore di “La riforma radicale. Islam, etica e liberazione”) e di Oliver Roy, politologo francese (autore di “Global Muslim”).

“Uno spettro si aggira in Europa, l’Islam”; ci riferisce Ian Buruma che questo è quanto ha detto, più o meno, parafrasando a modo suo Marx, Geert Wilders, leader del PVV, Partito della Libertà, l’ultimo politico, in ordine di tempo, ad essere arrivato al successo, in Europa, sulla scia della ormai diffusa “paura” dell’altro e del musulmano, nello specifico. Definire, poi, il PVV e movimenti simili, di “estrema destra” (oltre che xenofobi) è tutt’altra cosa, a quanto ripete, ancora Ian Buruma, che, nel suo intervento, ha ricordato come nel campo dell’economia, le idee di Wilders  sembrino più vicine a quelle socialiste, che altro.

Quello che è certo è che gli europei sono spaventati dall’Islam, che oggi (passati di moda gli albanesi e in concorrenza con i rumeni, almeno per quanto concerne l’Italia) appare a molti, moltissimi, un pericolo, tanto più in relazione alle azioni terroristiche della sua ala più radicale (anche se non si contano le prese di posizione di tanti organismi islamici contro il terrore, che nulla avrebbe a che fare con l’autentico Islam). Comunque resta il fatto che la sottovalutazione di questa percezione sta costando cara in termini politici, specie alla sinistra europea; i movimenti a tinta xenofoba, conquistano, infatti, voti anche nell’area  tradizionalmente operaia e progressista (vedi l’ultima loro affermazione nella “rossa” Vienna). Se spostiamo per un attimo il nostro angolo di osservazione, vediamo cosa succede in Italia con i Rom: è possibile che poche decine di migliaia di individui rappresentino un pericolo, a fronte di mafia, ndrangheta, sacra corona unita e cricche di malaffare imperanti?

Paura in Europa, un continente che comunque ha visto la rivoluzione protestante, il settecento dei lumi, la rivoluzione francese, la rivoluzione sovietica (tutti eventi che, al di là di tutte le involuzioni possibil, hanno cambiato la storia dell’umanità e l’hanno fatta progredire) e laddove conseguentemente, dopotutto, si è affermata una certa tolleranza, frutto, non dimentichiamolo mai, di lotte contro gli integralismi di tutti i tempi. E così, Saramago ha scritto quello che ha scritto, il Vaticano ha espresso fermamente il proprio dissenso, ma non ci sono state sollevazioni di massa dei cristiani.  “I versi di Satana” sono, invece, all’origine di una fatwa, emessa dalla più grande autorità religiosa scita, che ha condannato a morte il suo autore, Salman Rushdie,  mentre un più modesto  autore di vignette satiriche su Maometto, sul Jyllands-Posten, il danese Kurt Westergaard, vive protetto dalla polizia ed in Olanda il regista Theo Van Gogh, autore del documentario “Submission”, è stato assassinato. Sono queste questioni che fanno presa sull’opinione pubblica e la vittoria del PVV, in Olanda, diventa, così, più comprensibile (immaginiamo un fatto simile in Italia!).

Nuoce, poi, fortemente, all’Islam l’atteggiamento nei confronti della donna (anche se pure da noi c’è ancora un lungo cammino, per giungere alle “pari opportunità”, tra maschio e femmina), con l’adulterio considerato reato punibile con la morte (e attraverso una forma barbara di esecuzione, la lapidazione, in certi Paesi), così come reati passibili di condanna capitale, sono, più o meno negli stessi Paesi, l’apostasia e l’omosessualità. L’opinione pubblica è “sensibile” a quanto i media veicolano in questo campo, anche se sarebbe corretto ricordare che fino a non molto tempo fa l’adulterio era reato anche in Italia (vedi la carcerazione della compagna di Fausto Coppi), che c’era il delitto d’onore e che c’è voluta una lunga battaglia politica per cambiare questo tipo di cose!

Ed infine il terrorismo, che agli occhi dei più coinvolgerebbe, ed è un errore assoluto, nel suo insieme tutto l’islam. E’ vero, si dice, che non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani.

Ma questo punto, crediamo che ogni riflessione su questi fenomeni debba partire da una prima considerazione: già è un errore macroscopico, citare “tout court” Islam, che non c’è un Islam monolitico, così come non esiste un cristianesimo monolitico.

Queste due schemi ne rendono l’idea.

 

 

  

Consigliamo, tra l’altro, di (ri)vedere “Sognando Becham” e di fare attenzione alla dichiarazione della giovane protagonista, all’inizio del film!

Dobbiamo precisare, ancora, come poi all’interno di ciascuna delle correnti che abbiamo presentato, vada fatta un altro tipo di distinzione, in relazione al Paese, allo Stato specifico nel quale quei determinati musulmani vivono, perché ciascun Stato ha una propria storia, una propria cultura, proprie tradizioni. Certamente il musulmano tunisino (ammesso che ci sia la “categoria” “musulmano tunisino”) è  differente da quello malese o da quello di Ryad.

          E qui entra in gioco la seconda considerazione.

L’islam si combina spesso con culture in cui dominano il patriarcato e la tradizione, civiltà nelle quali l’individuo è in una posizione di assoluta soggezione nei confronti della famiglia, del gruppo, del clan, della tribù. E’ in famiglia, tra le famiglie, che i matrimoni vengono combinati, spesso o quasi sempre forzati (specie per quanto concerne le ragazze). L’autorità del padre è indiscutibile ed i figli maschi lo spalleggiano. Certamente in Pakistan l’uccidere la propria figlia è un reato (il riferimento va ai recenti e meno recenti delitti, compiuti in Italia in ambito familiare, che hanno scosso la nostra opinione pubblica), ma là non si sarebbero presentate certo le condizioni, perché una ragazza si innamorasse  di un giovane occidentale o perché volesse vestire e vivere all’occidentale. Con un aggravante per gli immigrati di prima generazione; molti tendono a rinchiudersi su se stessi, si legano alla tradizione per affermare la loro identità in un Paese che sentono assolutamente “altro”, diventano più integralisti di quanto non lo sarebbero, forse, nel Paese d’origine, laddove certi diritti individuali e certi comportamenti si stanno lentamente affermando (in qualche Paese arabo, ad esempio alle conduttrici televisive è vietato il velo!).

          Stiamo entrando nell’ambito della terza considerazione.

La situazione della donna (che consideriamo esemplificativa a livello di rispetto dei diritti umani, ma dovremmo citare anche i diritti degli omosessuali, degli atei, degli apostati e via dicendo). Qui la questione religiosa si combina, in modo drammatico, con quella culturale. E’ vero: all’islam sono spesso riferiti comportamenti che ne esulano. Sta di fatto, però, che l’Islam considera la donna come un essere debole, che va, però, rispettato e protetto; un essere debole, anche se rispettato e protetto, è, comunque, non titolare di una propria completa autonomia; in definitiva, NON E’ PARI all’uomo. Assistiamo, così,  all’assurdo di donne che possono, in certi Paesi, diventare ministri (Algeria), che però hanno necessità di avere il permesso di un membro maschio della famiglia, padre o figlio primogenito, se vedova, per contrarre il matrimonio. C’è poi l’innesto di una forte sessuofobia; se la donna é debole, in quanto tale, è anche pericolosa, perché causa di eccitazione per gli uomini. Anche in questo contesto va difesa e protetta, magari da se stessa. La protezione significa segregazione tra le mura domestiche, l’uscita accompagnata da membri maschili della sua famiglia (se esce da sola e viene violentata è punita perché ha offerto l’occasione per essere stuprata); il suo corpo, visto e considerato sovente come un macro-organo sessuale che tenta gli uomini, va coperto (anche nella sua totalità, ed è il caso del burqa), in modo da non suscitare concupiscenza negli uomini (non deve far intravedere, assolutamente, le sue specifiche forme), a meno che non siano i legittimi mariti (per verificare la sessualità islamica nel matrimonio, leggasi le pagine che vi dedica Ildefonso Falcones de Sierra, ne “La mano di Fatima”). In particolare vanno nascosti i capelli; e come questo sia un retaggio storico-culturale lo si evince anche dal fatto che fino a due o tre generazioni fa, anche le donne italiane (anziane) li nascondevano sotto un fazzoletto, che la femminilità espressa dai capelli doveva essere nascosta nei luoghi di culto da un fazzoletto o un velo (alle suore i capelli vengono ancora tagliati).

Una donna che, infine, deve essere tutelata anche da se stessa; di qui la pratica delle mutilazioni sessuali, che mira ad eliminare il piacere femminile di modo che, disinteressata al sesso, possa concedersi, adempiendo ad un dovere, al solo marito e non possa ledere l’onore di lui, della famiglia nel suo complesso, del clan, …, essendo collocato, evidentemente, l’onore di tutti tra le sue cosce.

Sappiamo che, seppur con difficoltà, gli aspetti più retrogradi di questi comportamenti, connessi allo stretto legame che sussiste, spesso, tra Islam e pratiche culturali dei Paesi di origine, possano evolversi positivamente e si evolveranno certamente; siamo certi, d’altra parte, assolutamente certi che la stragrande maggioranza dei musulmani vuole vivere in pace, aderendo, almeno in Europa, quasi totalmente a quello che possiamo definire Islam moderato.

Ma è proprio qui che dobbiamo incentrare la nostra riflessione; è qui che si gioca l’integrazione, al di là dei contraccolpi che alla “nostra” situazione possono essere portati dall’evoluzione o dall’involuzione politica nei Paesi d’origine degli immigranti.

Sono Paesi nei quali la guerra fredda ha spazzato via i movimenti nazionalisti, socialisti, comunisti, progressisti, sindacali, femministi, considerati tutti possibili alleati dell’Unione Sovietica, a vantaggio di una borghesia locale che ha gestito e gestisce, tuttora,  l’economia per conto degli occidentali e delle loro multinazionali (dall’industria estrattiva all’agricoltura industriale, al commercio). Una borghesia che si regge, quasi sempre, su regimi autoritari, le cui masse popolari non trovano altro punto di riferimento se non nei movimenti integralisti, che non sempre sono sinonimo di violenza e di terrorismo, ma che svolgono un azione di supplenza dello stato, che non ha attivato nessun tipo di welfare per i suoi cittadini[4]. Di qui la simpatia delle masse popolari per quei movimenti, mentre i regimi, per ostacolarne l’avanzata, da una parte scatenano la repressione poliziesca e dall’altra cedono, nel campo del costume, alle richieste dei religiosi. I movimenti delle donne e/o femministi sono scomparsi o hanno enormi difficoltà a muoversi (c’è stato un arretramento di decine d’anni nei confronti della situazione ai tempi delle guerre di indipendenza), per cui sono le stesse donne a richiedere protezione agli integralisti, per essere tutelate dall’aggressività di una popolazione maschile, vittima di una politica religiosa e culturale antisessista (per questo non dobbiamo stupirci quando leggiamo che sono proprio le donne a chiedere la separazione dai maschi a scuola o linee di autobus loro riservate, per non essere quotidianamente palpeggiate lungo i percorsi).

In questo quadro che si innestano le rivoluzioni (?), oggi in atto in tanti Paesi arabi. Se saranno veramente rivoluzioni, che incidono sul sociale, laiche, aperte potremo essere di fronte ad una svolta. Se i giovani (tutti i paesi arabi hanno un’impressionante percentuale di giovani sull’insieme della popolazione) voltassero le spalle ai movimenti integralisti e religiosi, nuove speranze si aprirebbero per la pacifica convivenza tra le diverse culture. Anche il fenomeno dell’emigrazione (che, tra l’altro impoverisce quei Paesi, perché quelli che fuggono sono spesso i più acculturati, quelli disposti a rischiare, i più attivi, la parte più dinamica della popolazione), potrebbe risultarne ridimensionato. La progressiva eliminazione della corruzione e della cleptocrazia, l’eliminazione dei rapporti distorti nelle relazioni economiche tra Nord e Sud, potrebbe migliorare le condizioni di vita in tutti quei Paesi ed offrire più lavoro ai residenti.

Una situazione, dunque, estremamente complessa, nella quale “interno” (le comunità di immigrati) ed “esterno” (i Paesi d’origine degli immigrati) giocano a stretto contatto. Personalmente siamo convinti che l’affermazione di un islam moderato[5] non sia la soluzione, perché potrebbero saldarsi, in funzione antilaica, principi afferenti a confessioni religiose diverse, ma tutto sommato vicini gli uni agli altri. In un futuro non molto lontano gli immigrati avranno le cittadinanze europee (ed italiane) e con il loro voto concorreranno a stabilire le regole della nostra convivenza. Continuiamo a ripetere che gli immigrati hanno l’obbligo di rispettare le leggi dei Paesi in cui vivono; coloro che acquisiranno la cittadinanza e i loro figli, però, saranno chiamati a concorrere a definire quelle regole: questo ci sembra il punto focale del problema. Le leggi che oggi regolano il nostro paese non sono state stabilite dagli italiani, genericamente, ma sono il frutto di lotte (a volte anche pesantissime) di una parte contro un'altra, mentre il gioco democratico chiama continuamente i cittadini a farsi protagonisti della costruzione di un vivere civile che è in continua mutazione (per fenomeni interni ed esterni) e che chiede, conseguentemente, un continuo adeguamento delle norme al variare delle condizioni oggettive della società.

Crediamo che il punto di incontro dei cittadini, vecchi e nuovi, siano i diritti dell’uomo (usiamo un’espressione in senso generale: comprende anche, ed in prima istanza, la donna); è sui diritti dell’uomo, qualunque sia la confessione religiosa e l’origine etnica dei singoli individui, che va combattuta la battaglia dell’integrazione. Quando il discorso si avviluppa attorno alla confessione religiosa, l’obiettivo si allontana. Le religioni hanno storie millenarie e nel corso della storia si sono riformate o si sono scisse in confessioni, che si sono anche aspramente combattute tra di loro (i contrasti tra sunniti e sciti non sono nulla a confronto delle guerre di religione che hanno devastato l’Europa). Ovviamente possiamo sperare che possano vincere i riformatori (che ci sono stati e ci sono ancora[6]) nell’ambito dell’Islam, ma il nostro obiettivo deve essere il cittadino e i suoi diritti. Un cattolico non divorzierà o se lo farà ne risponderà unicamente dal punto di vista religioso; come cittadino sarà libero di farlo. Un musulmano praticherà il digiuno e non berrà alcolici; se non seguirà questi precetti,ne risponderà come fedele, ma come cittadino non sarà passibile di arresto da parte della polizia religiosa (che è presente in certi Paesi arabi). Un musulmano deve poter cambiare religione, senza rischiare la pena capitale; i rapporti prematrimoniali o quelli fuori del matrimonio, condannabili, eventualmente dalla confessione religiosa, ma non reato penale (se non violano altre norme specifiche). Diritti dell’uomo come diritto delle genti; non c’è chi non veda che solo il rispetto dei diritti dell’individuo, dell’uno è garanzia del rispetto del diritto di tutti, degli altri.

 

 

ALLEGATO alla nota n. 1

 

 


 

[1]  I fatti richiederebbero amplissima trattazione; rimandiamo al bell’articolo di Alfio Nicotra, Così si uccide il Risorgimento arabo, in “Liberazione” del 22.03.2011, che alleghiamo.

[2]  Il problema non riguarda solo i capi di governo o di stato, ma tutta l’informazione. Adesso è tutto un fiorire di “talk show”, nei quali, correttamente, di invitano i dissidenti tunisini, marocchini e libici; ma prima?  Il vuoto quasi assoluto. In effetti, un supporto, anche se non intenzionale, alle tesi a favore della guerra.

[3]  Non ci è piaciuto molto leggere che la rivolta in  Tunisia è scoppiata in seguito al suicidio un giovane, Mohammed Bouaziz, giovane diplomato senza impiego, che il 17 dicembre scorso, si è  immolato col fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid, per protestare contro il sequestro delle sue mercanzie da parte delle autorità. Prima del suo atto, c’erano stati, in Tunisia, altri suicidi,, ma questa volta l’elemento scatenante sembra sia stato il fatto che chi ha malmenato il ragazzo, sia stata una donna poliziotto. E non ci è, altrettanto piaciuto, che, al Cairo, in Piazza Tahir, donne che protestavano siano state cacciate, o che una sassaiola abbia avuto come bersaglio il laico El Baradei, al seggio dove votava per il referendum sulla Costituzione.

[4]  Si legga “Palazzo Yacoubian”, di Ala Al-Aswani (Milano, Feltrinelli).

 

[5]  C’è un continuo riferirsi alla situazione della Turchia, come ipotesi da tutti  auspicata”; qui è al potere un islamismo moderato (nel senso che non è antioccidentale e combatte l’estremismo radicale), che però permea una società civile, laddove la quasi generalizzata sudditanza alla visione religiosa dell’esistenza, fa sì la vita, in tutti i suoi aspetti, anche i più semplici (dal vestire, al cibo, alle bevande, all’osservanza dei precetti religiosi), sia sovraordinata a precisi dettami. La pressione sociale é anche più forte della polizia religiosa e non lascia spazio agli individui (non dà spazio alla cosiddetta apostasia, al laicismo, all’ateismo). La vita delle donne, ad esempio, si fa senza dubbio molto più difficile, a meno che si rinunci ad ogni velleità di indipendenza.

[6]   Mahmoud Mohamed Taha (Rufa'a, 1909 o 1911 Khartum, 18 gennaio 1985) è stato un teologo, politico e architetto sudanese riformista e fondatore di un movimento politico filo-democratico. Fu impiccato come apostata dal regime militare di Giafar al-Numeyri, per aver affermato la necessità della separazione tra religione e Stato e che le sure medinesi, le più politiche del Corano, corrispondono ai quadri mentali e psicologici di una società operante nel VII secolo e, per questo, modificabili in funzione delle dinamiche storiche, http://it.wikipedia.org/wiki/Mahmoud_Mohamed_Taha

COLLECTIF 95 MAGHREB EGALITE
http://associazioni.comune.firenze.it/cooperativadonne/docs/mag.htm

 

 

 

 


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