21 dicembre 2012, Dario Ghelfi

Del Sud Tirolo; dalle storie minime alla grande storia

  

          Fino a non molti anni fa non avevo una grande frequentazione di quello che per noi è l’Alto Adige e che i suoi cittadini di lingua tedesca, chiamano Sud Tirol. Non essendo un amante della montagna (ma non lo sono nemmeno del mare, del lago, della campagna, di niente che non sia il “viaggio”), le mie puntate in quella terra erano state sporadiche, brevi vacanze, brevissimi soggiorni. Fino a quando è iniziato il mio insegnamento come docente universitario a contratto, nella sede di Bressanone, della Libera Università di Bolzano, nel 2000 (la bellissima Bressanone, che mi ha cambiato la vita!).

          Ovviamente mi era nota la storia di questa provincia, le amare vicissitudini che la sua popolazione aveva vissuto, in particolare durante il periodo fascista, quando il tedesco era lingua sostanzialmente proibita ed ancora bruciava la sconfitta della Prima guerra mondiale, allorché la parte sud del Tirolo, dopo quasi 600 anni di appartenenza alla Casa degli Asburgo, era passata all’Italia.

 

 

 

 

L’Impero Austro-ungarico non aveva retto alla sconfitta e si era dissolto; i famosi “14 punti” del Presidente americano Wilson avevano faticato a trovare applicazione ed il territorio di quelle che oggi sono le Province di Bolzano e di Trento, con Cortina d’Ampezzo e Livinallongo (ora bellunesi) erano diventate italiane (e l’area di Bolzano era indiscutibilmente abitata in  maggioranza da gente di lingua tedesca, con una minoranza di lingua italiana esigua). Poi le tormentate vicende della Seconda Guerra mondiale, gli accordi De Gasperi – Gruber del 1946, il difficile dopoguerra, i fatti del 1961 e finalmente gli accordi del 1969 (Copenhagen, Moro – Waldheim) e lo Statuto Speciale entrato in vigore nel 1972.  

          Una  storia che proprio in questi ultimi mesi si è fortemente riaffacciata alla mia personale riflessione in ragione di due eventi, l’uno che mi riguarda direttamente, l’altro rivolto alla generalità dei lettori italiani.

          Una mia studentessa, ladina, ha presentato una tesi (Elis Sottara, Ricordi e testimonianze lungo i sentieri della Ladinia. Ambiente, istituzioni e scuola primaria dal Novecento al nuovo millennio, Libera Università di Bolzano, Anno Accademico 2011-2012), che racconta degli avvenimenti delle terre ladine, a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, alle Katakombenschulen (scuole nelle catacombe), dalle sofferte “opzioni” agli ultimi avvenimenti d’oggi. Muovendosi lungo i sentieri dell’oral history, la studentessa ha intervistato persone di lingua ladina, di età avanzata e avanzatissima, che hanno ricordato di quando erano bambini e i discorsi che sentivano in casa, dai loro genitori. Attraverso quelle storie personali, è possibile farsi un’idea della recentissima storia della Ladinia[1]. Una Ladinia, tra l’altro, ricordiamolo subito, che ora non è unita, nemmeno a livello di Repubblica Italiana, perché frammentata in ben tre Province (Bolzano, Trento, Belluno) ed in due Regioni (Trentino-Alto Adige e Veneto)[2].

 

 

 

 

 

 

          La notissima Dietlinde (“Lilli”) Gruber è invece autrice di un volume (Lilli Gruber, Eredità, Milano, Rizzoli, 2012), in cui raccontando “Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo” (così “recita” il sottotitolo), narra le vicende della popolazione di lingua tedesca nell’attuale Provincia di Bolzano, il Sud Tirol.

 

 

 

 

 

          Il tutto nasce dal ritrovamento di un vecchio diario della sua bisnonna, Rosa Tiefenthaler, che a partire dal suo matrimonio, all’inizio del ‘900, scrive, con una certa regolarità, dei fatti della famiglia e della terra in cui vive, fino alla morte, alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Rosa è una donna colta (ha anche l’abitudine di leggere i giornali, cosa rara allora, anche per gli uomini)  ed intraprendente; figlia di un agiatissimo proprietario terriero e commerciante di vini, cattolicissima, conservatrice, lotta dai sedici ai venticinque anni per conquistare l’assenso del padre, per sposare l’uomo di cui è perdutamente innamorata, ma con cui non si sarebbe mai accasata contro la di lui volontà (quel padre, che adora, e che, giovanissima, gli ha affidata la direzione della grande casa di Pinzon, la dimora avita). Va detto che l’opposizione del padre era determinata semplicemente dal fatto che l’innamorato della figlia, Jacob Rizzoli, era povero, in quanto non essendo primogenito, non avrebbe ereditato nulla. Comunque le cose vanno a posto ed i due si sposano, si amano per tutta la vita ed avranno sei figli (cinque femmine e un maschio). Ma al di fuori della famiglia, pochi anni dopo il matrimonio, la catastrofe; l’Impero Austro-ungarico, al termine della Prima guerra mondiale, vola in frantumi e le truppe italiane occupano il Sud Tirolo. E’ un intero mondo che crolla; Rosa è annichilita, orfana dell’Impero e dell’amatissimo Francesco Giuseppe (che muore prima della sconfitta), che molti come lei consideravano alla stregua di un “grande” padre bonario, attento alla felicità dei suoi sudditi (solo alla fine della vita si rammaricherà del fatto che il “padre bonario” aveva scatenato una tempesta che non era poi riuscito a controllare).

 

          Dall’altra parte i Ladini, una minoranza dai numeri modestissimi, che non può tentare nemmeno, di fare appello, come i sudtirolesi di lingua tedesca, ai Quattordici Punti di Wilson; nessuno, praticamente li considera. Nelle interviste raccolte dalla nostra giovane ricercatrice, gli anziani intervistati (che, lo abbiamo già ricordato, erano bambini, quando il fascismo dominava il Sud Tirolo) raccontano di come i genitori ed i nonni parlassero loro della sciagura della guerra, dei tanti che non erano tornati (i ladini ebbero più di mille morti), della caduta di ogni loro punto di riferimento, della povertà sopravvenuta, e questo a Ortisei e a Cortina, in Val Badia  e nel Fodom, a Livinallongo, a Moena e in Val di Fassa.

 

Per entrambi i gruppi linguistici (il tedesco e il ladino) la caduta dell´Impero è una vera e propria sciagura; le radici storiche sono tagliate; la popolazione appare smarrita, senza più certezze, incapace di intravvedere un futuro. Viene alla mente il senso di smarrimento del protagonista del romanzo di Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”, allorché muore Francesco Giuseppe, anticipazione della fine dell´Impero, della fine di un´epoca. E lo stordimento è unanime a livello sociale (è quello che emerge dalle riflessioni dei Rosa), dal mondo dei ricchi proprietari terrieri e dei ricchi commercianti a quello della gente umile, del popolo minuto (ed è quello che ci raccontano gli intervistati della “nostra” giovane laureanda), così che troviamo molti punti in comune tra il libro della Gruber (contemporaneamente un romanzo ed un saggio storico), una affermata giornalista e scrittrice, e la tesi, centrata sull’oral history, della studentessa ladina.

Il quadro è chiaro:

1.    dopo lo shock della caduta dell’Impero e il passaggio del Sud Tirolo all’Italia, visto come una vera e propria occupazione, le difficoltà, anche economiche, vengono esasperate dal regime di dura italianizzazione, posta in essere dal regime fascista, con la conclamata opposizione della popolazione al fascismo stesso;

2.    l’opposizione al regime si concentra in modo particolare sulla difesa e sulla tutela della lingua tedesca. Nel libro della Gruber e nella tesi emerge con dolore lo sconcerto delle famiglie, là dove i loro figli si trovano a scuola con una maestra italiana di cui non comprendono la lingua. Non si può parlare il tedesco, né si può pregare in tedesco, almeno fino al 1928 (<< … Fu solo nel 1928 che, su sollecitazione del vescovo di Bressanone Johannes Geisler, fu consentito ai sacerdoti di insegnare la lingua tedesca ai bambini con età compresa tra i 6 e i 14 anni ..>>)[3]. La reazione a questo stato di cose determinò  la nascita delle cosiddette scuole delle catacombe: << le Katakombenschulen (letteralmente le "scuole nelle catacombe") o anche Geheimschulen, … un'istituzione illegale e clandestina volta all'insegnamento agli scolari in lingua tedesca, che si instaurò in Alto Adige, durante il fascismo dal 1924 in poi …>>[4].   

E’ interessante notare come delle Katakombenschulen parlano anche gli intervistati della giovane Sottara, che sono ladini, parlanti una lingua diversa dall’italiano e dal tedesco. Il fatto è che molti ladini si sentivano più vicini ai tedeschi che agli italiani, specie per quanto concerne la Val Gardena (sfaccettata la situazione in Val Badia; Fazza, Ampezzo e Fodom, erano, invece, molto più vicini alla lingua italiana). L’opposizione al fascismo, coinvolge direttamente la famiglia Tiefenthaler-Rizzoli, nella figura della più giovane figlia di Rosa, Helene (Hella), che milita, con responsabilità organizzative, nel Fronte Patriottico sudtirolese (VKS, Volkischer Kampfring Sudtirols), fondato nel 1934, “per proteggere e diffondere la cultura tedesca” e  dichiaratamente filonazista. A prima vista può sembrare non comprensibile il fatto che i sudtirolesi, tenacemente antifascisti, siano ammiratori di Hitler, abituati come siamo a vedere fascismo e nazismo alleati. La stessa Lilli Gruber, nella presentazione del suo libro a Modena (il 20 ottobre, al Forum Monzani) dichiarava il proprio iniziale imbarazzo nel prendere atto che la sua prozia Hella era entusiasta di Hitler e come la stessa raccontasse della sua emozione, quando gli si trovò vicina a Norimberga, al raduno del 1934. Il fatto è che i sud tirolesi non avevano l’appoggio della piccola repubblica austriaca, governata dal Cancelliere Dollfuss, un ammiratore di Mussolini, che da parte sua nei primi anni dell’ascesa al potere di Hitler, non mancò mai di sostenere l’indipendenza austriaca. Nel 1934 l’assassinio, da parte di nazisti austriaci di Dollfuss, indusse Mussolini ad inviare quattro divisioni al confine del Brennero, a tutela dell’Austria, ciò che “segna il punto più basso nei rapporti tra Hitler e Mussolini” (scrive la Gruber). L’Austria dunque è fuori gioco, l’unica speranza è riposta in Hitler, che è arrivato al potere nel 1933. Quando poi cambiati i rapporti tra Hitler e Mussolini, l’Austria verrà inglobata, nel 1938, nel Terzo Reich, il Sud Tirolo si troverà ad avere il confine in comune con la grande Germania. Nel frattempo continua la vigilanza antinazista della polizia italiana e la giovane Hella, si troverà arrestata e condannata al confino in un piccolo centro del Sud dell’Italia, da dove potrà rientrare grazie all’intervento del Ministro degli esteri fascista, Ciano, a cui la sorella Berta era riuscita a far pervenire, a Vienna, una supplica.

Ottimizzati i rapporti tra Berlino e Roma, con il Patto d’Acciaio del 1939, Mussolini e Hitler (che non ha nessuna intenzione di crearsi problemi con l’Italia, a causa dei sudtirolesi) giungono a quell’accordo che passerà alla storia come “le opzioni”:

Le Opzioni in Alto Adige (in tedesco Option in Südtirol o Südtiroler Umsiedlung) furono il sistema scelto nel 1939, previo accordo tra Italia e Germania, di risolvere il contenzioso sull'Alto Adige. Alla popolazione altoatesina (per lo più germanofona o ladina) fu imposto di scegliere se diventare cittadini tedeschi e conseguentemente trasferirsi nei territori del Terzo Reich o se rimanere cittadini italiani integrandosi nella cultura italiana e rinunciando ad essere riconosciuti come minoranza linguistica[5].

Scrive la Gruber:

“ … risulta subito evidente che né Hitler, né Mussolini hanno intenzione di consultare i diretti interessati … E prende forma un piano destinato a dilaniare il popolo sudtirolese per generazioni … Si tratta di una proposta mostruosa. Restare e rinunciare alla propria cultura, abbracciando proprio quell’Italia contro cui da anni si combatte? Oppure andarsene e separarsi dalla propria terra e da tutti i propri averi per affrontare un destino sconosciuto in una nuova patria? Rinunciare al passato, o ipotecare il futuro?

            La questione delle opzioni lacera i sudtirolesi, divisi da optanti, “Optanten” e i “Dableiber”, coloro che restano, accusati di essere “fedeli allo Stato fascista”. A un certo punto perfino le autorità fasciste si inquietano; dapprima pensavano che “avrebbero optato per l’espatrio solo i fanatici e i nullatenenti”, ma ora sono preoccupati dal fatto che <<Questa fuga in massa non fa bene all’immagine internazionale dell’Italia fascista. Ma soprattutto la gestione di una simile impresa sul piano economico e organizzativo fa tremare le vene e i polsi. La “minaccia siciliana”[6], che in estate è solo una voce tra le tante, in autunno preoccupa i funzionari di regime >>. Comunque i risultati danno gli “optanti” in grande maggioranza:

Secondo i primi dati diffusi dal ministero degli interni:

Zona

Votanti

Optanti per la Germania

Optanti per l'Italia

Note

Bolzano

229.500

166.488

63.012

Provincia di Bolzano

Trentino (Egna)

24.453

13.015

11.438

Provincia di Trento

Tarvisiano

5.603

4.576

1.027

Provincia di Udine

Ampezzano

7.429

1.006

6.423

Provincia di Belluno

Varie

280

280

-

Provincia di provenienza non accertata

Totale optanti

267.265

185.365

81.900

 

I dati diffusi successivamente, confrontati anche con quelli in possesso dei tedeschi furono lievemente più favorevoli all'opzione per l'Italia, su 266.985 persone chiamate al voto, 185.085 (69,32%) avevano optato per la Germania: ad essi andavano aggiunti i cittadini già tedeschi residenti in Alto Adige (circa 10.000), che secondo gli accordi erano automaticamente trasferiti nel Reich. I dati ufficiali in seguito sono stati variamente reinterpretati: si ritiene che l'85%-90% della popolazione optò per l'emigrazione, vedi nota 5.

          E la questione investe anche la piccola minoranza ladina. Gli intervistati della “nostra” laureanda raccontano del dramma dei ladini, chiamati, in definitiva, anch’essi, a negare la propria identità.

La consultazione riguardò i ladini della Provincia di Bolzano (Val Badia e Val Gardena) e quelli della Provincia di Belluno (Livinallongo, Colle Santa Lucia e Ampezzo); la Val di Fassa (considerata sostanzialmente “italiana”) venne esclusa, anche se 300 “fassiani” riuscirono a farsi riconoscere come optanti. Gli esiti della consultazione furono variegati; mentre nella Val Gardena ben il 70% optò per il Reich, percentuali diverse si ebbero nelle altre località: in Val Badia il 31,7%, a Livinallongo il 34%, a Colle Santa Lucia il 18%. Bassissima la percentuale di Cortina d’Ampezzo, al 4%, già toccata dalla ripresa economica veicolata dal turismo.

E qui finisce la corrispondenza tra la tesi della giovane ladina (che continua nella sua indagine, ormai indirizzata, però, allo specifico della scuola ladina, fino all’autonomia, al “pacchetto” e a Silvius Magnago) ed il libro della Gruber che si chiude con la morte della bisnonna, nel 1940. Due lavori assolutamente diversi, ma entrambi importanti, perché ci dicono che la grande Storia altro non è che la somma delle storie delle singole persone.


 

[1]Sembra che il ladino derivi dall'idioma parlato dalle popolazioni del Norico rifugiatesi nelle vallate delle Alpi orientali a partire dal V secolo, fuggendo dalle invasioni dei Rugi, degli Avari e degli Slavi … Il ladino sarebbe la lingua caratterizzante della Ladinia, se non che di quest'ultimo termine si fa solitamente un uso impreciso ed ambiguo, mancando di un significato storicamente affermato. In particolare con questo termine alcuni gruppi di opinione intendono indicare la regione geografica che raggruppa i territori di lingua ladina (anticamente molto più estesi) che fino al 1918 erano dell'Impero asburgico, vale a dire Val di Fassa (Trentino), Val Gardena, Val Badia, Marebbe (Alto Adige) nonché Livinallongo, Colle e Ampezzo (Veneto). Come tale il termine Ladinia non esaurirebbe la totalità dei territori di lingua ladina, mancando di annoverare almeno quelli adiacenti (anche linguisticamene) ma storicamente compresi nei domini veneziani, come il Cadore, lo Zoldano e l'Agordino. Le popolazioni soggette storicamente alla Repubblica di Venezia non hanno mai accettato il termine per i significati sottesi di filo-asburgicismo, per cui negli ambienti italiani si era giunti a un compromesso (ladino-dolomitici)”,                                      http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_ladina accesso il 14.12.2012

[2]   Nelle cinque valli che compongono la Ladinia, un forte fattore di unificazione è quello della lingua che, sebbene con differenze tra valle e valle, viene parlata su tutto il territorio. Il ladino è chiaramente una lingua di derivazione latina la quale, mescolandosi dapprima con quella delle popolazioni retiche delle Dolomiti e subendo poi l'influenza di italiano e tedesco, si è trasformata nel ladino che si parla tutt'oggi … Il Ladino delle Dolomiti si può suddividere in cinque grandi parlate: il Fascian della Val di Fassa, con molte influenze italiane; il Ghërdeina della Val Gardena, molto vicino al tedesco; il Badiot della Val Badia, un po' meno tedeschizzato del Ghërdeina e che a mio avviso può essere considerato come il ladino più "puro"; il Fodom del Livinallongo e l'Ampezan di Cortina, con forti influenze venete.                        http://tuttofassa.stepdev.org/linglad.htm accesso il 15.12.2012

[6] … La“leggenda siciliana” secondo la quale chi fosse rimasto in Sudtirolo avrebbe subito la deportazione in Sicilia …), … porta a un risultato finale dell’opzione per la Germania del 87% circa …  Entro la fine del 1942 emigrano ca. 75.000 persone, delle quali torneranno in patria circa 20.000 – 25.000 persone dopo il 1945. Le Opzioni/Die Option nella letteratura sudtirolese, di Brigitte Foppa, https://www.google.it/#hl=it&tbo=d&sclient=psy-ab&q=opzioni+sudtirolo+e+minaccia+deportazione+in+sicilia&oq=opzioni+sudtirolo+e+minaccia+deportazione+in+sicilia&gs_l=serp.3...

4254.11241.0.12661.35.35.0.0.0.0.392.4030.21j12j0j2.35.0...0.0...1c.1.kWhGHKe6xqU&pbx=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_qf.&fp=

3d738a52b9f4f75c&bpcl=39967673&biw=1920&bih=920 , accesso il 17.12.2012

 

 

 

 


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